Cisterne screpolate

(A.T.Geremia 2,13)

 

 

I

 

Se potessi essere un fiore vorrei essere un giglio: è il fiore da me preferito per la sua bellezza, per il suo profumo, perché è simbolo di purezza e di santità.

Alla vista di un giglio l’anima vola a Dio e dice: gloria a Dio, quante cose belle ha creato!

Il giglio prima o poi si eclissa alla luce del sole per scomparire nella notte eterna con una quantità infinita di cose belle e ammirevoli che sono state create.

Sarebbe veramente stolto il giglio se osasse vantarsi di ciò che Dio gli ha dato o farsene un merito o gloriarsene.

Sarebbe invece saggio se pensasse che in pochi giorni marcirà, andrà in putrefazione, puzzerà.

E niente è più sgradevole di un fiore in putrefazione.

La medesima cosa avviene per tutte le cose create.

Niente si sottrae all’eterno divenire.

E fra tutte le creature niente è più puzzolente di un cadavere umano.

A che si riduce la vanità umana!

Per tutte le cose create sia gloria a Dio, Eterno, Incorruttibile.

 

 

 

 

Dopo aver creato infinite bellezze, Dio creò l’uomo e lo creò soltanto per essere amato.

Lui, l’Amore Creatore, che per amore tutto aveva creato, di una sola cosa ha voluto compiacersi alla fine.

Di che cosa poteva compiacersi, a conclusione della creazione, il Dio-Amore se non di una creatura che Lo amasse?

E creò l’essere umano per essere amato, lo dotò di un’anima immortale e lo creò libero di amare sempre, di amare con sentimento, prerogativa esclusiva dell’essere umano, lo fece a sua immagine e somiglianza, e gli diede un comandamento, il più bello, il più santo, il più gratificante: “Amerai il Signore Dio tuo con tutta l’anima.”

L’uomo, unito a Dio nell’amore, avrebbe dovuto amare, come Dio, tutto il creato e tutte le creature.

Ma venne la tentazione e il peccato.

L’uomo, non più unito a Dio, rimase disorientato, sbandato e cercò l’amore nelle creature e in tante altre cose, ma allontanandosi sempre più dal suo Creatore.

E amò con un amore che non è più quello limpido di Dio, ma reso torbido dall’egoismo e dal peccato.

 

II

 

 

Tutta la creazione è un progetto eterno di Dio.

Anche ogni essere umano è dall’eternità nella mente del divino Creatore. Anch’io, essere infinitesimale nell’infinito universo, fin dall’eternità sono stata nel progetto di Dio.

Il pensiero che un Dio infinito abbia vagheggiato anche me fra le creature uscite dall’Amore Eterno, mi esalta e mi commuove.

Ma nello stesso tempo mi umilia per la mia indegnità.

Nessuno più di me ha sentito forte questa attrattiva verso l’Amore.

Dio mi ha creata per amarLo, come ha creato tutti gli esseri umani.

Ma forse da me voleva essere amato di più.

O mio Dio, potessi rinascere!

Sono nata di domenica, il giorno del Signore. E sono nata quasi morta, livida, non ho vagito. Mi hanno messa da una parte, come una cosa che ormai non conta, per soccorrere mia madre che, anch’essa, era messa male, dopo tre giorni di travaglio.

(Allora si partoriva in casa.)

Dopo Dio devo la mia sopravvivenza a mia madre, perché, non avendomi sentito dare segni di vita, disse:”la bambina, la bambina”.

Per lei ero una bambina ancor prima di nascere.

Allora la scienza non era arrivata a conoscere il sesso prima che la creatura venisse alla luce, ma mia madre desiderava tanto una bambina e l’attendeva con fede. Fu così che con vari tentativi di rianimazione, alla fine, strillai tanto che i non presenti pensarono fossi un maschio.

Chissà poi perché! Forse il sesso forte strilla più forte fin dalla nascita!.

Era il 6 marzo del1927. Era una brutta sera d’inverno.

Mi dichiararono non il 6, ma il 9.

Nata di domenica, giorno del Signore, sono stata riconosciuta legalmente in un giorno che è multiplo del tre ed è quindi numero perfetto.

A giudizio di ogni persona razionale, benpensante, andare a escogitare simili simboli o significati potrebbe apparire puerile. Sarà. Ma per me sono segni non del tutto insignificanti, per i quali non ho motivo di gloriarmi, ma di umiliarmi, perché ho tardato a capirli e a farne tesoro.

Dunque sono nata alla vita nel giorno del Signore, di domenica, in un giorno multiplo del tre all’anagrafe, sotto la costellazione dei pesci per quanto riguarda il segno zodiacale.

Anche questo ha la sua importanza per me, perché è il segno di Cristo: era il simbolo dei primi cristiani, che lo disegnavano per riconoscersi fra loro, onde eludere la sorveglianza dei persecutori, perché le lettere della parola pesce tradotta in greco corrispondono alle iniziali delle parole:Gesù-Cristo-di Dio- Figlio-Salvatore e poiché il greco lo conoscevano le persone colte era difficile che capisse questo significato la canaglia ignorante che sguinzagliavano per dare la caccia ai cristiani.

Mi hanno chiamata Agata, che vuol dire buona e per la verità, sono stata buona fino ad una certa età, fino a quando non mi smarrii “nella selva oscura”.

Quindi ero nata morta a questo mondo, Dio mi aveva creata per essere un giglio e me ne aveva dato tutti i segni, ma il giglio appassì, andò in putrefazione assai presto.

Non sono nata in una famiglia agiata. Tutt’altro.

Mio padre apparteneva ad una famiglia benestante. Mio nonno aveva una piccola industria a carattere artigianale: importava cotone grezzo, lo filavano, lo tingevano, ne facevano matasse, che vendevano. Aveva degli operai e la piccola azienda era florida, perché a quei tempi si tesseva ancora al telaio.

Mio padre era uno dei dodici figli, tutti maschi, e non aveva voluto studiare.

Col progresso industriale la lavorazione artigianale del cotone andò esaurendosi e della piccola industria rimase solo la tintoria, limitata agli indumenti. Mio padre, poiché i fratelli, avendo studiato avevano preso vie diverse, rimase l’unico a gestire la tintoria, che comunque manteneva il suo carattere artigianale, per cui col progresso tecnologico e l’introduzione delle macchine anche in questo settore, e quindi la concorrenza, la situazione economica cominciò a precipitare.

Mia madre era figlia di un orefice che era anche un artista nella lavorazione del corallo, più volte premiato ad Amsterdam. Apparteneva anch’essa a una famiglia benestante, che però divenne presto povera, perché il padre morì quando lei aveva appena otto anni e mia nonna, che aveva affidato la gestione dell’oreficeria ad un commesso che già vi lavorava prima, quando ancora c’era mio nonno e sembrava affidabile e onesto, si trovò ben presto con cinque figli, spoglia di tutto, spaventosamente truffata e derubata, in un’epoca in cui le donne in Sicilia si dovevano occupare solo della casa e dei figli. Vendette tutto quello che potè per salvare il buon nome della famiglia, che però si ridusse quasi sul lastrico.

Quando mio padre e mia madre si sposarono dovettero affrontare la vita non senza difficoltà. Ma, sia pure con sacrifici, a me e a mio fratello non ci hanno fatto mancare il necessario, in più ci hanno educato al risparmio e al senso del dovere.

Io ho vissuto da francescana, senza saperlo. Ma ero felice del mio stato. Non desideravo niente, non invidiavo nessuno e la mia serenità si leggeva sul mio viso. Padre Scarcella, mio insegnante di religione al ginnasio, mi chiamava “faccia di paradiso”. Non andavo in chiesa, perché i miei genitori, sebbene fossero cattolici, non erano praticanti, non per principio, ma perché erano sempre impegnati nel lavoro. Credevano in Dio. Quando ero molto bambina mia madre mi aveva insegnato la preghiera all’Angelo Custode e qualche volta che ero andata in chiesa con lei mi aveva insegnato a chiedere “la salute, la pace e la divina Provvidenza.”

Sono ricordi che hanno inciso profondamente, perché mi hanno inculcato la fiducia in Dio e mi hanno insegnato a chiedere l’essenziale.

Mia nonna materna, l’unica che abbia conosciuto ancora in vita, mi ha lasciato anch’essa un indelebile ricordo: non usciva mai, tutte le sere recitava il santo rosario, mentre io, seduta accanto a lei, facevo i compiti.

Così trascorreva la mia vita fra la scuola e lo studio, senza divertimenti e senza amicizie.

Ma io stavo bene, non desideravo altro.

Avevo quindici anni quando una mia compagna di classe mi aveva detto:” Ma tu non badi alla linea?” Io avevo risposto:” Che cos’è la linea?” Sinceramente non lo sapevo, era un problema che per me non esisteva..

Anch’io non ero praticante. Avevo fatto la prima Comunione, senza però rendermi conto di quel che facessi e non avevo continuato a frequentare.

Una volta a scuola fecero fare il precetto pasquale. Era la prima volta che si osservasse questo precetto nella mia scuola. Io ero ancora sui quindici anni e nella confessione oltre a dire che non andavo a messa, l’unico peccato che avevo confessato era stato “una volta ho rubato una nespola”. Il confessore mi aveva chiesto se avevo un fidanzato, ma per me era come se mi avesse chiesto se avessi mai incontrato un marziano. Al che quel poveretto, a sua volta stupito, immagino, perché tutte le mie compagne, vedevo la mattina, quando arrivavo a scuola, avevano il ragazzino che le aspettava fuori (perché allora le classi erano o tutte maschili o tutte femminili) vedendo una ragazza strana, ebbe l’ingenua e infelice idea di chiedermi:”Di chi sei figlia?” Io che sono sospettosa per natura, invece di rispondere gli avevo chiesto a mia volta: “Perché lo vuole sapere?” Poveretto, come c’era rimasto male. Non sapeva come giustificare la sua onesta domanda.

Ma io non gli dissi di chi ero figlia.

Solo dopo tanto, purtroppo, capii la sua domanda: quando sarei voluta ritornare a quel tempo e a quell’età.

 

III

 

 

Scoppiò la guerra e la mia vita cambiò. Avvenne l’impatto con una realtà completamente diversa. Oltre agli orrori, alle paure, all’inferno che si era scatenato con i continui bombardamenti e quindi alla miseria e alla mancanza di tutto, a volte anche del cibo, rimasi colpita da una grande insicurezza. Era tutto precario. La vita era appesa a un filo. Mancava un punto di riferimento: qualcosa che giustificasse i patimenti e la morte, che incombeva sempre minacciosa.

O mio Dio, senza di Te c’è il vuoto, nell’anima c’è il buio, la vita stessa non ha significato.

E tuttavia, proprio senza di Te, ci si aggrappa di più alla vita e ci si aggrappa disperatamente.

La guerra sembrava che non dovesse mai finire.

La notte , illuminata a giorno dai bengala, le bombe fioccavano spaventosamente col loro sibilo sinistro e poi lo scoppio, che faceva tremare le case….. e i cuori di paura…..Era un terrore.

Dov’eri Tu, mio Dio? Eri vicino? Eri lontano? Non lo so. Io non Ti cercavo.

Vedevo mia madre che si assottigliava ogni giorno di più.

Madre buona! Quel poco cibo che si riusciva a racimolare a mercato nero, con grande rischio di essere scoperti, perché le sanzioni erano severissime, lo cedeva a noi figli con grande amore e abnegazione.

Tutto era tesserato e di quel poco ci si doveva accontentare.

Tempi tristi. Ancora più tristi quando mancava il conforto della Fede nella presenza di Dio.

Finita la guerra, poco dopo morì mia nonna, che alla sua avanzata età di ottantasei anni era stata duramente provata dagli stenti e dalle paure cui ci aveva costretto quell’immane flagello.

La morte di mia nonna fu per me il primo dolore della mia vita e nella mia vita segnò una tappa. Fu l’inizio di una vita triste in tutti i sensi. Mi venne a mancare uno dei pilastri più importanti del mio edificio morale.

Il vuoto, che avevo avvertito già durante la guerra, diventò abisso e io vi precipitai.

Conseguita la maturità classica, avevo iniziato gli studi universitari.

Finchè c’era stata mia nonna avevo vissuto in un chiostro, durante la guerra ne ero uscita e, finita la guerra, me ne ero allontanata tanto da perdere la via maestra.

All’Università, a Palermo, non frequentavo assiduamente, andavo periodicamente, rimanevo per un certo tempo, secondo le esigenze dello studio o degli esami e, quando andavo, alloggiavo in un pensionato di suore. Le suore della “Sacra Famiglia” in prossimità della Cattedrale e dell’Università.

Tutte le sere si recitava il rosario. Mi ricordavo quando lo recitava mia nonna. Era un momento di serenità e di pace.

La domenica suor Celeste ci accompagnava a Messa in cattedrale. Andavo volentieri.

Tutte le mattine per andare all’Università passavo davanti a una chiesa, entravo e stavo a contemplare, quasi rapita, un Sacro Cuore di Gesù, una statua in cui vedevo un’espressione umana, viva, e mi attraeva molto. Lo guardavo negli occhi e mi sembrava che mi comunicassero qualche cosa, la sua mano, appoggiata al suo cuore, mi sembrava un atteggiamento invitante.

Intanto ero fidanzata ufficialmente da tre anni. Non amavo il mio fidanzato.

Il vuoto che sentivo dentro di me già dai tempi della guerra era un vuoto che solo l’amore infinito di Dio avrebbe dovuto colmare.

Ma io questo non lo avevo capito.

E, anziché incamminarmi verso la sorgente pura d’acqua viva correvo verso cisterne screpolate.

Non ho mai trovato un uomo che si innamorasse di me, se qualcuno c’era non me ne accorgevo,

erano gli altri a farmelo notare, ma non mi interessava.

Cercavo io disperatamente l’amore, ma sempre amori impossibili, come se qualche cosa mi disorientasse di proposito, come se non mi dovessi mai arrestare in questa spasmodica ricerca di un amore che non incontravo, ma che cercavo.

Così avvenne il mio fidanzamento: per rimpiazzare, dopo due giorni, un innamoramento fallito: per ripicca.

Avevo trovato un uomo buono, onesto, di bell’aspetto, di buona famiglia.

Sarebbe stato il marito ideale che avrebbe fatto la felicità della mia famiglia.

Ma io continuavo a sentire un vuoto sempre più incolmabile dentro di me.

Una mattina, scendendo le scale con le altre compagne e con suor Celeste per andare a messa, non so come, a causa di una storta ebbi una lesione del tarso, con un dolore lancinante. Era il primo dolore fisico della mia vita. Era terribile. Mi fecero mettere a letto e chiamarono un medico che me lo ingessò e dovetti rimanere col piede ingessato per dodici giorni.

Quel dolore fu la voce di Dio.

Pensai a tanta gente che soffre negli ospedali, sentii che non si viene al mondo per vivere egoisticamente, ma per servire chi soffre, capii che questo è l’unico scopo della vita: stare accanto a chi soffre. Decisi di farmi suora.

Sarebbe bastato farmi infermiera !!

Ma proprio in quel periodo, già da qualche tempo, avevo avuto modo di conoscere in cattedrale un santo sacerdote, Padre Guercio, il quale mi aveva fatto scoprire con la predicazione della sua parola e del suo comportamento un altro mondo: il mondo spirituale.

Così mi misi subito, appena in condizione di poter camminare, in cerca delle suore di San Vincenzo, della carità.

Ma come se Dio avesse guidato i miei passi, e li guidò , bussai alla porta di un convento, convinta che fosse delle suore della Carità e invece di trovarmi di fronte a un ordine delle suore di San Vincenzo, mi trovai alla porta di un convento di suore francescane missionarie, dette allora d’Egitto, ora del Cuore Immacolato di Maria.

Sentendomi dire, di fronte alla mia perplessità, che anche loro svolgono la missione negli ospedali, rimasi sorpresa, ma contenta allo stesso tempo, perché il francescanesimo me lo son sempre sentito dentro, l’ho sempre amato e consapevolmente o inconsapevolmente l’ho sempre vissuto, degnamente a volte, indegnamente più spesso.

Quando comunicai alla mia famiglia la nuova, inaspettata, inimmaginabile decisione fu la fine del mondo.

Altro che seconda guerra mondiale!

 

IV

 

 

Avevo lasciato il fidanzato. Sento il rimorso di aver fatto soffrire lui e la sua stimabile famiglia. Avevo affrontato e sopportato critiche, ovviamente negative, rimproveri, biasimi di ogni genere e una guerra senza quartiere con la mia famiglia, specialmente con mia madre. Alla fine avevo vinto. Si erano rassegnati. Ma il maligno conosceva bene il mio tallone d’Achille: ormai che avevo in pugno la vittoria, fui vinta nel cuore.

Vedendo mia madre arresa, vinta, avvilita, addolorata, non ebbi il coraggio di darle il colpo di grazia..

“Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me.”

E’ vero, mio Dio, che non ero degna di Te, perché non ti amavo al di sopra di tutto, come vuole il tuo comandamento: la mia vocazione non era stata determinata dall’amore per Te, ma dall’amore per il prossimo.

Avevo cominciato dal secondo comandamento anziché dal primo, come chi si compra la sella invece di comprarsi il cavallo.

Quando mai potrà cavalcare?

Ho vissuto una vera crisi interiore, ho pregato il Signore che mi facesse capire con un segno se mi voleva al suo servizio.

Mentre ero in chiesa, pensando a questo, ho vissuto un fenomeno molto strano:ebbi il presentimento della morte del vescovo di Trapani, di cui ignoravo assolutamente le condizioni di salute e che era l’ultima persona alla quale potessi pensare in quel momento. Come quando ci si ricorda di un fatto già accaduto, io mi ricordavo di un fatto che ancora sarebbe dovuto accadere.

Avevo altri pensieri per la testa e me ne dimenticai subito.

Dopo alcuni giorni appresi che riportavano da Palermo a Trapani, dopo inutili cure, il vescovo che era morto in concetto di santità.

Mi ricordai e ne rimasi turbata.

Il Signore mi voleva al suo servizio.

Ma quale era la via giusta? Non avevo un direttore spirituale.

Ho pensato che avrei potuto servire ugualmente Dio, senza addolorare mia madre e fu così che entrai nell’Ordine Francescano Secolare, dove fui subito accolta. 

Ma quello fu un momento cruciale della mia vita: da quel momento sarebbe dipeso tutto il mio futuro. Ancora oggi sento una pesante responsabilità della decisione presa in quel particolare momento della mia vita.

O mio Dio, ho agito secondo la tua volontà? Oppure ho firmato la mia condanna?

Ma io mi aggrappo alla tua misericordia: Tu sei il Dio di Abramo, ma sei anche Iddio della misericordia.

Mia madre aveva sempre paura, tanta paura che io restassi sola nella vita. Era forse un trauma che si portava dentro dalla sua triste sofferenza della sua fanciullezza e della sua adolescenza di orfana.

Fu così che appena laureatami, avendo avuto la possibilità di insegnare e, quindi, di una autonomia economica, che mia madre apprezzava come autosufficienza e garanzia per la vita, mi lasciarono partire per la Sardegna.

Ma soprattutto furono indotti a darmi questo permesso dall’occasione che si offriva di allontanarmi dall’ambiente francescano.

Io, come ebbi già a dire, lo spirito francescano me lo portavo dentro.

Ma appresso mi portavo, a mia insaputa, il demonio, a mia insaputa nonostante avessi fatto un sogno molto impressionante.

Sentivo e vedevo nel sogno due braccia nerborute, spaventose, che mi abbrancavano, mi attanagliavano ed io, terrorizzata, cercavo di svincolarmi. Disperatamente.

Quando ero nel collegio della Sacra Famiglia, a Palermo, avevo conosciuto una ragazza, Lucia Todaro, di Agrigento, già laureata in Filosofia, un tipo in gamba, molto colta, con la quale diventammo molto amiche, già prima del mio incidente al piede.

Fu una delle mie più accanite avversarie riguardo alla mia vocazione religiosa. Era fidanzata.

Un giorno per intimorirmi mi aveva detto: “Se ti fai francescana missionaria, ti mandano in Africa e lì ti mettono nello spiedo, ti arrostiscono ben bene e poi ti mangiano.” Io le avevo risposto di getto: “Tu pensa per Te e sappi che Dio può fare l’impossibile”.

Era stata ospite a Trapani a casa mia a dare manforte ai miei.

Poi un giorno mi scrisse una lettera dal convento delle suore francescane e mi comunicava: “Ti scrivo da questo luogo dove ti ho preceduta.”

Io ero ancora a Trapani.

Col fidanzato si erano lasciati. Avevano deposto due fiori bianchi sull’altare, così mi comunicava, e lei si era consacrata al Signore senza nessun ostacolo. 

Si è fatta suora col nome di suor Teresa, il nome che avrei scelto per me, ed è stata un’ottima suora.

Precedentemente, siccome non era stata ancora cresimata, mi aveva chiesto di farle da madrina e indegnamente, è proprio il caso di dirlo, ho avuto questo onore.

Suor M.Teresa lascia il suo nome ai posteri anche perché dopo molti anni di non facili ma accurate ricerche ha pubblicato la storia di quell’Ordine, fondato con impegno eroico dalla santa Caterina Troiani e un altro non meno interessante, anzi per certi particolari aspetti forse ancor più interessante sullo schiavismo in Egitto che evidenzia l’impegno e l’abnegazione di quelle suore missionarie.

Suor M. Teresa ha prestato la sua valida opera in Vaticano per tanti anni addetta all’Archivio.

Non occorre dire che ha speso molti anni della sua vita glorificando il Signore in Africa e, grazie a Dio non l’hanno messa nello spiedo…..anzi , pochi anni fa, ha compiuto felicemente le nozze d’oro con Cristo.

Occorre dire, però, che certamente era lei che il Signore chiamava e si serviva di me, strumento indegno.

              

V

 

In Sardegna non trovai l’Ordine Francescano Secolare. Nei vari posti dove insegnavo non c’era ancora. Trovai invece vari corteggiatori, che come al solito, non mi interessavano. E, come al solito, cercavo di colmare il vuoto, che ancora sentivo dentro di me, negli amori impossibili o sbagliati.

Non erano i sensi i miei nemici. Non ho l’attenuante della carne, se così si potesse dire.

Normalmente sono i sensi che trascinano al peccato la parte spirituale.

Per me era esattamente il contrario. Era il demonio che avevo nel cervello.

Avevo Dio nel cuore e il tentatore nel cervello. Ed era una lotta continua: l’anima mia aspirava a un amore puro, l’unico mio desiderio era quello di appoggiare il mio capo sul cuore di qualcuno.

E spesso come un lampo mi veniva il pensiero che quello potesse essere il Cuore di Gesù.

Ma aveva la durata, anche, di un lampo.

E con la stessa rapidità quella luce spariva.

Mia madre mi diceva sempre che mi dovevo sposare. Alla fine sposai mio marito, perché uomo buono e di buona famiglia.

Speravo di poter almeno avere un’anima con cui camminare insieme.

Oh Dio, quanto sono state diverse le nostre strade!

Gli ho voluto e gli voglio bene, non l’ho mai tradito neppure con l’ombra di un pensiero.

Mi sono rassegnata alla mia solitudine, che ormai solo un figlio poteva riempire.

E’ iniziato per me un Calvario. Ho avuto quattro aborti con una amarezza indicibile. Finalmente dopo quasi quattro anni è arrivato il primo figlio, poi la seconda, poi ancora un aborto, altro dolore, poi l’ultima.

Per averli ho fatto grandi sacrifici trascorrendo mesi e mesi a letto, li ho avuti col taglio cesareo, dopo due interventi chirurgici nella speranza di averli. E poi ancora altri interventi. Un cugino di mio marito mi chiamava “la donna tagliata a pezzi”.

Quanta sofferenza sprecata!

Pensavo sempre a quelli che soffrivano più di me e mi addoloravo per questo, mai che mi venisse il pensiero di unire la mia sofferenza ai patimenti del Signore.

Quanta sofferenza sprecata!

Nella mia anima faceva eco ancora soltanto la voce del secondo comandamento: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.

La mia vita trascorreva tra la scuola e la casa, il lavoro e lo studio. Non avevo tempo per me.

Ne avevo poco anche per i miei figli, che dopo i primi anni ho affidato agli asili e alle scuole religiose. Li ho seguiti comunque con grande affetto e premure. Ma non ricordo di aver mai recitato il santo rosario con essi. Di questo me ne faccio una colpa imperdonabile.

Avevo affidato la loro educazione religiosa alla scuola, sia infantile che media e superiore, per questo frequentavano scuole religiose. Io mi occupavo solo della loro educazione civile e sociale.

Son cresciuti tre ragazzi esemplari, con spiccato senso del dovere, con sani principi umanitari, onesti nel profondo della coscienza. Ma una preparazione religiosa io non glie l’ho data. E questo non me lo perdonerò mai.

Spero che Dio mi perdoni

Anzi sono certa che mi perdonerà, perché il mio pentimento è profondo e sincero e certamente se potessi ricominciare la mia vita, con la mia esperienza, la imposterei in modo diverso.

Ma siamo proprio noi a decidere in modo assoluto il percorso della nostra vita?

Non è Dio che ha un progetto su ciascuno di noi?

Sì, è così.

Ma dipende da noi scegliere la via giusta.

Ma quando nelle strade del mondo si è incerti non si chiede aiuto a un passante?

E nelle vie di Dio non bisognerebbe chiedere aiuto a Dio stesso che, immancabilmente risponde con la sua grazia illuminante? Con l’aiuto dello Spirito Santo? Con la voce del Santo Vangelo?

Spesso ci si trova a un bivio e ci si trova soli.

Così sembra.

Dio, artefice del progetto divino, è imperscrutabile nei suoi disegni.

E tutto è Provvidenza quello che Dio permette.

Lascia che l’anima prenda coscienza della sua miseria, della sua incapacità, del suo essere niente.

La lascia nella solitudine perché ascolti la sua voce.

Ma l’anima spesso è sorda. Distratta da altri obiettivi, falsi obiettivi, chimere……

Finchè, quando è precipitata nel fondo del baratro, leva gli occhi in alto e scopre Dio.

Allora ode la voce di Dio.

“Chiedete e vi sarà concesso”

Finalmente sente, vede con la mente, discerne cos’è che veramente merita di essere chiesto: è l’aiuto di Dio, è la Grazia, che viene dall’alto, anzi dall’Altissimo.

E’ quello il momento in cui bisogna benedire la solitudine.

Dio crea attorno a noi il deserto perché l’anima senta il soffio dello Spirito Santo. 

 

 

 VI

 

 

“Ama il Signore, il tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.”

Questo è il comandamento più grande e più importante. Il secondo è ugualmente importante: “ama il tuo prossimo come te stesso”

Ma è il secondo e scaturisce dal primo: l’anima unita a Dio nell’amore, trabocca di amore, che si riversa sul prossimo.

Io questo non l’avevo capito.

Confondevo l’amore del prossimo con la filantropia, intesa in senso umanitario non religioso..

Sempre di amore si tratta, ma la filantropia scaturisce dal cuore dell’uomo, mentre l’amore del prossimo dal Cuore di Dio, quando i due cuori sono uniti.

Quando non si è capito ancora questo, l’amore ci fa sbagliare, perché non è amore di Dio.

E sempre per amore travisato io ho sbagliato.

L’amore continuava ad essere il mio “ tallone d’Achille”.

E lo sapeva bene il tentatore.

E’ per questo che ho commesso il peccato più abominevole di tutta la mia vita.

Ho votato per l’aborto.

L’amore che condanna a morte.

La strage degli innocenti legalizzata e giustificata: “poveri bimbi, destinati a venire in un mondo dove gli stessi genitori non li accettano…..poveri bimbi, destinati a nascere solo per patire……meglio che muoiano prima di patire un male peggiore!……”

Tutto questo perché mi ero allontanata dalla Chiesa e non ascoltavo più la voce di Dio.

Non l’avevo fatto di proposito, era stata una cosa graduale, senza cattiva intenzione, risucchiata nel vortice di tante faccende, apparentemente importanti , inderogabili…ma   alla fin dei conti tutt’altro che necessarie, anzi inutili e dannose.

E come chi viene travolto da una mareggiata si trova nel mezzo dei flutti, ancor prima di rendersene conto e senza scampo, così io mi ero trovata senza la grazia di Dio, senza rendermene conto.

“Io sono la vite, voi siete i tralci. Se uno rimane unito a me e io a lui, egli produce molto frutto; senza di me non potete far nulla.”

I tralci che diventano secchi sono destinati a morire. Così io ero morta alla Grazia.

Altrimenti avrei pensato che fin dal primo istante di vita si è destinati alla espiazione del peccato originale: il bambino appena nato vagisce: è il suo primo pianto. Inizia la sua vita nella valle di lacrime.

Proiettati verso la vera vita, alla quale Dio ci chiama secondo il suo progetto divino, quando e come vuole nella sua sapienza divina, ogni momento della vita terrena è espiazione. Ma se vissuta in grazia di Dio è allo stesso tempo l’anticamera del Paradiso.

La vita terrena è un grande dono, perché, se vissuta secondo la volontà divina, è una parentesi nell’eternità: si arriva dalla mente di Dio per compiere una missione e, terminata la “trasferta”, si ritorna all’eternità, dove ci aspetta il Cuore di Dio, se la missione è stata compiuta secondo la sua volontà e secondo il suo progetto divino.

Pertanto avrei potuto pensare che S.Caterina da Siena era la ventiquattresima figlia, che tanti Santi avevano conosciuto la miseria e i patimenti, perfino il martirio, che lo stesso Gesù venne in questo mondo per patire e incominciò la sua santa passione nella misera mangiatoia di Betlemme per concluderla sulla croce nel Golgota.

Quante cose avrei potuto pensare!

Come l’occhio del miope vede solo ciò che gli sta sotto il naso, così io non vedevo oltre l’orizzonte della miseria umana e per motivi altrettanto fasulli ho votato per il divorzio.

Vedevo la chiave per risolvere i problemi umani in quella che Satana mi porgeva.

Erano passati ormai tanti anni. I miei figli erano già grandi. Mio marito sempre occupato fra gli impegni di lavoro e gli impegni sportivi come al solito mi lasciava sola.

Nella spasmodica ricerca di qualcosa che potesse colmare il vuoto che sentivo dentro di me, ero arrivata al capolinea terminale.

Questo qualcosa l’avevo cercato nel bene e nel male.

Era stata una ricerca affannosa, ma non l’avevo trovato.

A livello puramente razionale il mio pensiero talvolta si librava in alto.

Cercava, cercava ancora, cercava sempre.

Era quasi una provocazione alla Grazia divina.

Pensavo ……e col pensiero avrei voluto raggiungere quello che cercavo: la Luce che colma il vuoto e dà Vita.

A volte qualche barlume mi faceva sfiorare vertici sublimi.

Era come se si fosse aperta una finestra nella mia anima e le consentisse di intravedere una Luce nuova attraverso la nebbia.

Era un invito, ma momentaneo.

Poi prevalevano ancora le tenebre.

 

 

VII

 

 

Era una radiosa giornata di maggio.

Mentre gli uccelli cinguettavano con una estasiante armonia canora le loro lodi a Dio, sulla terrazza della mia casa ero immersa nel verde dei pini e del prato che mi circondava, sotto l’azzurro del cielo, che mi invitava a levare in alto lo sguardo.

Ma dentro di me sentivo la solitudine più nera……

Ad un tratto una luce, un lampo, qualcosa di divino nel mio cuore, che mi portava a Dio.

Sentivo Dio in me.

Si riempiva il vuoto che da sempre avevo sentito nel mio cuore.

Suonavano le campane di mezzogiorno……Era l’Angelus.

La mia mente, finalmente libera da ogni tentazione, per divina grazia, si elevava a Dio.

Pensai: ma perché mi rattrista la solitudine?

I Santi, gli anacoreti cercavano la solitudine, perché nella solitudine l’anima si unisce a Dio.

Non diceva S. Francesco: “Beata solitudine, sola beatitudine”?

Io non sono sola. C’è Dio con me.

Egli legge nel mio pensiero perché è dentro di me, conta i miei capelli perché è con me. E’ stato sempre con me, in me. Ed io non me ne sono mai accorta. E Lo cercavo lontano, Lo cercavo altrove, Lo cercavo nelle creature…..nelle cisterne screpolate.

“O mio Dio e mio tutto” Mi hai creata per Te, solo per Te. Tu solo volevi essere amato e tutto il resto in Te e per Te.

O mio Signore, mentre Tu eri in me, io cercavo chissà che cosa.

Ero come la farfalla che cerca la luce anziché nel sole che la bacia, nel lume che la brucia.

Sì, anch’io bruciavo, bruciavo come le anime del Purgatorio, che bruciano d’amore per Te nel desiderio di Te, o forse, spesso, come le anime dell’inferno, che bruciano nella disperazione di averTi perduto per sempre.

Ma dalle mie ceneri Tu mi hai fatto risorgere.

Ogni vita è un progetto di Dio. Per realizzare il divino progetto bisogna abbandonarsi completamente fra le braccia della Divina Provvidenza e lasciarsi condurre, ricevere tutto dalle mani di Dio, dire sempre;”Sia fatta la tua volontà” e chiedere solo la grazia di saperla sempre accettare ed eseguire.

“Molte sono le idee nella mente dell’uomo, ma solo il disegno del Signore resta saldo” (Proverbi 19, 21,}e perché l’anima non pensi di poter fare il bene senza la grazia di Dio, il Creatore la lascia libera e sola, perché possa sperimentare di che cosa è capace la sua miseria senza il sostegno divino: precipita nel vuoto. Si sente essa stessa vuota e cerca di colmare il vuoto rincorrendo le vanità.

Cerca Dio in ciò che la circonda: nel materiale.

Crede di trovarlo in ciò che vede: nel creato e nelle creature.

E non si rende conto che tutto è vanità.

Anzi tutto ciò che di più sensibile, di più concreto, di più materiale la circonda è il massimo della vanità, se tutto questo l’anima non vede con gli occhi di Cristo.

Fino a quando l’anima non è veramente unita a Dio nella grazia, nel completo annullamento di se stessa, tutto quello che vede la conduce a Dio, ma non può unirla a Dio e quello che crede unione con Dio è semplicemente nostalgia di Dio.

Solo la grazia la unisce a Dio.

L’anima non può elevarsi a Dio da sé, nemmeno arrampicandosi a tutto ciò che la circonda.

L’anima svincolata da Dio precipita nel vuoto: è come se si trovasse in un immenso pozzo dalle alte pareti, lisce più di uno specchio. Non può arrivare a Dio, nonostante l’impegno, lo sforzo, il desiderio. Può solo chiedere aiuto.

“Chiedete e vi sarà concesso”

E’ Dio che, per sua misericordia, si abbassa fino all’anima che invoca il suo aiuto e la prende fra le sue braccia.

A questa miracolosa unione con Dio l’anima sente e capisce che Dio è tutto.

Tutto il resto è vanità.

Una volta fuori dal pozzo buio del peccato l’unica cosa che conta è intraprendere la via della purificazione, portando la croce appresso a Gesù lungo la via del Calvario.

E’ una via molto dolorosa, ma per quella via Egli ci ha salvato.

EGLI, purezza assoluta, luce, verità, vita dell’anima redenta.

E adesso sapevo dove cercare Dio.

Non Lo cercavo più nelle chimere, nei miraggi, nelle vanità…..

Lo cercavo nella Riconciliazione, nel desiderio di purificarmi.

Desideravo che qualcuno benedicesse il nuovo tormento che mi angosciava nel profondo dell’anima, il tormento di averti tradito, di essermi resa indegna di Te, che pure mi avevi chiamato in tanti modi, in tutti i modi, finanche con un sogno, di cui non mi ricordai più per tanto tempo e che ora mi tornava alla memoria e alla coscienza.

Quanti anni erano passati da allora!

Anni di smarrimento, anzi di perversione, di ingratitudine, di aberrazione, di peccato.

Lontano da Te e dalla tua grazia.

Mi avevi chiamato a seguirti sulla via del Calvario, mi avevi indicato la via. Mi avevi fatto partecipe della tua sofferenza con una spina della tua tormentosa corona.

Ed io, nel sogno,volevo amarti di più, ancora di più, d’immenso amore.

Ma nella realtà, o mio Dio, invece di seguirti, ho scavato una voragine fra Te e me.

E in quella voragine mi sarei perduta, se la tua misericordia non fosse infinita

 

 

VIII

 

Desideravo disperatamente un prete per confessarmi. Eppure preti ce n’erano tanti!

Ma doveva essere un prete francescano. Sarebbe bastato cercarlo e senz’altro l’avrei trovato!

Ma era la cosa più difficile di questo mondo.

Mi vergognavo….non trovavo il momento opportuno….e tante, tante simili scuse, che certamente erano diaboliche tentazioni..

Addirittura entravo in una chiesa (e ne girai parecchie) e pretendevo, assolutamente, in cuor mio, che un prete mi invitasse a confessarmi.

Sì, solo un miracolo del genere il buon Dio avrebbe dovuto farmi e per questo Lo invocavo.

E intanto passavano i giorni e la mia anima si struggeva in un martirio inutile, quanto diabolico.

Non mi rendevo conto che ero ancora abbrancata, attanagliata fra le braccia nerborute del maligno che avevo sognato tanti anni prima.

Cercavo di svincolarmi come allora, ma la lotta era impari.

Non mi bastavano le forze.

Oh, quanto ho pregato, implorato, supplicato!

Ma invano. Ero più vicina alla disperazione che alla sospirata riconciliazione.

Ho invocato la misericordia di Dio.

Con fede pensavo: la Misericordia è il cuore di Dio che si apre alla miseria dell’uomo, se questi si pente e Lo invoca.

Il cuore di Gesù alla fiamma ardente del suo amore divino brucia e incenerisce la miseria dell’uomo supplice e pentito e lo benedice e lo purifica..

Misericordia, mio Dio, Misericordia!

Un giorno, era ancora il mese di maggio, di pomeriggio, andai nella chiesa di S. Francesco d’Assisi a Monte Mario. La chiesa era ancora chiusa. Fuori c’erano due donne sedute su una panchina di pietra, che chiacchieravano.

Domandai se la chiesa apriva di pomeriggio e se confessavano. Una delle due mi rispose che l’avrebbero aperta fra mezz’ora e che per confessare bastava suonare il campanello che c’era alla porta (che poi non era la porta della chiesa, ma forse di un oratorio).

Men che mi passava per la testa di suonare il campanello.

Ad un tratto quelle due donne se ne andarono, ma prima di andarsene, una delle due suonò il campanello per dire che c’era una signora che desiderava confessarsi. E poi, rivoltasi a me, mi disse di aspettare ancora una mezz’ora finchè avessero aperto la chiesa.

Io mi sedetti su quella panchina nello stato d’animo, credo, del colpevole al banco degli imputati in attesa di giudizio.

Pensavo “me ne vado, tanto questo prete non mi ha visto, non mi conosce……E io come farei a dirgli che mi devo confessare? ……Io questo coraggio non me lo sento……Io me ne vado”.

E poi “o mio Dio, dovrebbe avvicinarsi lui e costringermi a confessarmi……in qualche modo…….ma come ciò è possibile?”

Mentre ero così tormentata da un vivo desiderio di riconciliarmi con Dio, a Lui confessavo con profondo dolore di averlo offeso, di averlo tradito e questo era per me il tormento più lancinante.

Ricordavo il sogno quando mi chiamava a seguirlo sulla via del Calvario e io invece l’avevo tradito, l’avevo abbandonato per correre dietro alle cose meschine di questo mondo vano.

Sentivo nel mio cuore tanto dolore e tanto pentimento, ma sentivo anche che era più facile confessarmi con Lui che con un prete. E non capivo che questa era la più perfida, sottile, infingarda e subdola tentazione, per allontanarmi dal Sacramento della confessione.

Ero arrivata alla disperazione.

Allora mi venne in mente di invocare Maria, aiuto dei Cristiani, madre di misericordia e rifugio dei peccatori.

Incominciai a recitare il santo rosario. Dopo le prime Ave Maria, che con fede mi scaturivano dal cuore, sentii una voce proveniente da un balcone che stava proprio sulla mia testa: “Signora, è Lei che si deve confessare?”mentre si apriva una porta.

-Sì- Risposi con un fil di voce.

“Vengo subito, si accomodi nella sala”.

Mi sono sentita intrappolata.

Ma non era questo che io avevo chiesto al buon Dio, quando mi domandavo “Ma come ciò è possibile?”

Ci aveva pensato la Vergine Santissima. A Lei tutto è possibile quando si tratta di salvare un’anima. Per questo ai piedi della croce aveva assistito all’atroce agonia del Figlio suo, mentre una spada le trafiggeva l’anima.

Per grazia di Dio, e solo per grazia di Dio, non ci fu mai una confessione più santa in quanto alla contrizione, che era perfetta: sentivo solo, sincero, vivo e profondo il dolore di avere offeso Gesù, di averlo tradito, di essermi resa indegna del più Santo dei Santi, del mio Salvatore, che mi aveva chiamata a seguirLo sulla via del Calvario e io, per altre vie, Gli avevo voltato le spalle, nel modo più scellerato, rifiutando la Croce.

O mio Dio, è vero che nella confessione sei Tu che perdoni, sei Tu che assolvi e il Sacerdote è solo il mezzo di cui ti servi, perché Ti rappresenti.

Il Sacerdote ha ascoltato la mia confessione, ma Tu hai scrutato nel mio cuore, hai letto tutto il mio dolore, il mio pentimento, il più profondo dei miei sentimenti e hai suggerito Tu la penitenza al confessore. Sì, Tu. “Come penitenza ti do un precetto: porta ogni giorno la croce dietro a Gesù”.

Io rimasi esterrefatta. Senza fiato. Io non avevo confessato il sogno che avevo fatto. Egli non sapeva.

Sento ancora le parole di quel sacerdote. Le sentirò sempre. Erano le parole di Gesù, che mi reiterava l’invito, nonostante la mia infedeltà.

“Ti loderò, Signore, Dio mio, con tutto il cuore

E darò gloria al tuo nome sempre,

perché grande è con me la tua misericordia

dal profondo degli inferi mi hai strappato.”

 

IX

 

 

O mio Gesù , come vorrei essere un sandalo per stare sempre ai tuoi piedi!

Poter camminare sempre con Te, per andare dove vai Tu, segnare le tue orme, su su fino alla vetta per salvare, unita a Te, tutti i peccatori del mondo!

Questo è il vero bene da fare al prossimo, perché “Se avete perduto la vostra anima a che vi giova tutto il resto?”

E senza di Te che cosa posso io fare?

Se resto ai tuoi piedi Tu mi conduci: i rovi e le spine lacerano me come feriscono i tuoi piedi divini.

Solo così potrò partecipare alla tua nobile e divina missione, unita a Te in un solo corpo, nel tuo Corpo Mistico.

Dio ama le anime. Tu, Uomo-Dio, ami le anime e ti sei immolato, vittima innocente per la salvezza di tutti.

L’anima, unita a Dio nell’amore di Dio, deve con Te immolarsi, per essere degna di Te da vera cristiana, amante di Dio e del prossimo.

L’amore del prossimo!

Pensiamo che sia limitato alle sue necessità materiali. Come pensiamo poco alla vita eterna!

Gesù invece per questo morì sulla croce..

Un Dio che si fa uomo!

E’ un atto di amore che solo un Dio che ama di amore infinito, oltre ogni umana comprensione, poteva compiere.

Iddio infinito e onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili, oltre a farsi uomo, si è lasciato spogliare, insultare, crocifiggere, fino alla morte più obbrobriosa.

Questo, poi, è un atto d’amore che supera il mistero di ogni mistero…..

Non potremo mai capirlo nella sua interezza, perché noi non conosciamo l’amore infinito.

Iddio d’amore infinito ha amato i peccatori, le anime da redimere, da salvare, al di là di ogni comprensione umana.

Ogni vero cristiano, come parte del Corpo Mistico, con la consapevolezza di quello che è costata a Gesù la sua dolorosa passione, deve partecipare alla redenzione, che continua e continuerà finchè ci sarà un’anima da salvare.

La Madre celeste ci invita alla preghiera e alla penitenza.

Preghiera come lode, come ringraziamento all’Agnello immacolato, che si è immolato per la nostra salvezza..

Penitenza come accettazione della volontà di Dio: la croce di ogni giorno. Saper dire sempre;”Sia fatta la tua volontà” anche quando il progetto di Dio non è in sintonia con il nostro.

“Sia fatta la volontà di Dio” è la preghiera più bella che si possa fare. E’ come rifugiarci fra le braccia di Colui che è per noi Padre, Madre, Creatore e Redentore. Che ci ha creato per amore e ci ha salvato ancora per amore.

Tutto è giusto quello che Dio fa e ci chiede di fare: Egli è l’Onnisciente e il Misericordioso.

Per noi quello che Dio vuole diventa pesante perché ci rifiutiamo di accettarlo.

Ma i Santi hanno visto bene perché hanno vissuto nella luce di Dio e S. Francesco nelle tribolazioni parlava di “perfetta letizia” ed è rimasto vivo il suo detto “Tanto è grande il Ben che aspetto che ogni pena m’è diletto”.

Come sarebbe diversa la vita se la vivessimo veramente in unione con Dio e come sarebbe bella anche nel dolore e nelle tribolazioni, se, anziché sentirci soli, sentissimo la presenza di Dio.

E Dio c’è ed è sempre presente a noi e in noi.

Perché questo non lo sentiamo?

Perché non lo chiediamo?

Oh quanto sono duri e chiusi i nostri cuori, incrostati di vanità e di grettezza!

Il mio più di tutti, pietrificato dall’ingratitudine.

Bisognerebbe chiedere al Signore nella preghiera di farci sentire la sua divina presenza. Sarebbe l’usbergo della nostra anima. Ci proteggerebbe da ogni peccato e ci farebbe sentire il santo desiderio di non addolorarLo.

Ma è possibile addolorare Dio nella sua beatitudine eterna?

Certamente no.

Ma il nostro Dio, l’unico vero Dio, è uno e trino ed è eterno. Egli è Colui che è.

 In Lui non c’è passato, né futuro. In Lui tutto è presente, anche quello che è passato e anche quello che e futuro.

La persona del Verbo incarnato è l’unico Dio.

Il dolore di oggi è quello di ieri, che in Lui è presente oggi come era presente, ieri , perché nell’eternità tutto è presente in Dio.

Anche per me ha versato il suo sangue, perché il suo sangue è stato versato “per voi e per tutti” come disse nell’ultima cena.

Quindi il dolore che gli infliggo oggi è quello stesso che gli ho inflitto anch’io quando è stato crocifisso.

Ma questi sono ragionamenti umani.

Quello che va al di là di ogni ragionamento e che importa soprattutto è che Dio ci ama come noi non potremo mai né capire né spiegare con argomenti umani.

Io debbo solo ringraziarlo, lodarlo e amarlo perché è il mio salvatore, implorare la sua misericordia sempre, perché la mia miseria è grande.

Ma Tu, mio Dio, prendimi così come sono, lavami nel tuo sangue divino, purificami, rendimi come Tu mi vuoi. Annullami in Te. Possa io diventare una goccia nell’oceano infinito della tua Carità.

Sia sulla mia bocca sempre la tua lode in ogni tempo.

“Loda il Signore, anima mia,

loderò il Signore per tutta la mia vita,

finchè vivo canterò inni al mio Dio.”                     

X

 

 

Ma quando potrò cantare in eterno l’inno dell’eterna gloria?

E’ presunzione non temere la morte?

O mio Dio, io so di essere peccatrice, ma ho tanta fiducia nella tua misericordia.

Non ho fiducia in me. E’ per questo che temo l’agonia.

L’agonia non è morte, è vita, è lotta della debole natura umana contro la forza soprannaturale e diabolica del tentatore. Di questa lotta ho paura e invoco lo Spirito Santo affinché mi dia il dono della fortezza nel momento ultimo della mia vita terrena.

Ma la morte perché temerla?

Si teme l’ignoto.

Ma che cos’è l’ignoto?

L’ignoto non esiste per chi è credente.

Nel momento della morte l’anima si incontra con Gesù.

E finalmente potrò vederlo, udirlo, parlargli.

Egli sarà bello, maestoso, regale, divino.

Sarà mio giudice.

Ma come mi giudicherà il Dio della Misericordia?

Allargherà le sue braccia, come già le allargò sulla croce per redimermi.

E nell’atto di accogliermi mi dirà: “Quanto sangue e quanti patimenti mi sei costata, pecorella smarrita.”

Ed io Gli dirò : “Mio Signore e mio Dio, è vero, sono stata peccatrice. Ma ho sempre amato. Allucinata dal maligno perfino il male ho scambiato per amore.

Spesso mi sono smarrita perché non ho trovato la fonte d’acqua viva di cui parlasti alla Samaritana, accanto al pozzo di Giacobbe.

Cercavo per altre vie, per vie sbagliate, che mi portavano lontano da Te, verso cisterne screpolate.

Ma io Te cercavo. Te amavo. Mi ero allontanata dal Bene che cercavo.

E Tu, con la tua grazia mi hai recuperata e mi hai lavata nel tuo sangue e mi hai fatto ritornare più bianca della neve e la fiamma divina dell’amore puro ha incenerito ogni traccia di peccato.

Niente più ci potrà separare ….”

E appoggerò finalmente il mio capo sul suo Cuore divino, dove troverò la pace, la pace eterna.

E questo sarà il mio Paradiso. Di più non desidero.

Nel mistero di una pace infinita, l’anima facendo eco al coro degli Angeli in un silenzioso sospiro di beatitudine eterna Ti dirà: vivevo in una notte profonda, assetata di luce,e Tu con uno splendore più fulgido del sole e di tutte le stelle messe insieme hai irradiato la mia anima di una luce divina, che mai tramonterà. E ripeterà :

“Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito,

perché sei stato la mia salvezza.”

 

XI

 

 

 

 

Oh! Come vorrei essere un giglio innaffiato dalla tua Grazia e trapiantato con tutto il suo candore e la sua fragranza nel giardino della beatitudine eterna, dove non esiste la putrefazione, ma solo lo splendore di Dio!

E per Te olezzare in eterno, come incenso perenne alla tua gloria.

Ma “Uno spirito contrito

          è sacrificio a Dio,

          un cuore affranto e umiliato

          Tu, o Dio, non disprezzi”.

Confortata dalle parole del Salmista, faccio olocausto al mio Redentore di tanta miseria che mi umilia, perchè da questo olocausto voglia cogliere l’espressione più sincera del mio pentimento e incenerire tanta miseria.  

Quello che più mi avvilisce possa diventare una lode alla sua santità e i miei peccati un inno di gloria alla sua misericordia, poiché:

“Giusto è il Signore in tutte le sue vie,

santo in tutte le sue opere.

Il Signore è vicino a quanti lo invocano,

a quanti lo cercano con cuore sincero.”