Una finestra nell'anima

Meditazioni II

 

 

 

La Fede

 

"La Fede non è un sentimento. Aver fede vuol dire accettare e fare la volontà di Dio"

Queste parole la prima volta che le ho udite mi sono rimaste impresse nella mente e nel cuore, mi hanno aperto una finestra nell'anima e mi hanno mostrato la luce di Dio.

Ho capito che cos'è la Fede: è la voce di Dio che ci invita ad avere fiducia. La Fede parla nella coscienza di ogni uomo e ogni uomo l'ascolta se questa voce non è soffocata da quella dell'orgoglio. Anche nei limiti dei rapporti umani si ha fede in qualcuno se ci si pone nei confronti dell'altro sul piano dell'umiltà.

Io ho fiducia in qualcuno se so di trovarmelo al fianco nel momento del bisogno, se questa persona è disponibile nei miei confronti in una qualsiasi circostanza di difficoltà, se ho la certezza che è pronta a corrispondere ai miei sentimenti, perché tutti gli esseri umani siamo fragili e sia nella gioia che nel dolore sentiamo il bisogno di esprimere i nostri sentimenti. Ma bisogna che mi trovi al fianco in quei momenti una persona in cui io abbia fiducia. Aver fiducia in una persona vuol dire non avere superbia nei confronti di quella persona: il superbo si pone al di sopra dell'altro, pensa di umiliarsi, di essere debole se ha bisogno di una spalla su cui appoggiarsi per piangere o di gioia o di dolore.

Anche e specialmente nei confronti di Dio può aver fede chi non è posseduto dal demone dell'orgoglio. Perché il fatto stesso di ammettere che io sono niente di fronte a Dio, che a Lui devo tutto perché Lui mi ha creata, che tutto quello che faccio di buono, di bello, di utile, di ammirevole lo devo a Lui, vuol dire umiliarsi di fronte ad un Essere Superiore. E quando il cuore è totalmente aperto a Dio, affidarsi a Lui è sempre confortevole.

Invece il superbo non deve niente a nessuno, tutto quello che ha fatto lo deve a se stesso, solo alla sua abilità. Come è nato? Per caso! E tutto quello che c'è nel creato da dove ha avuto origine? Dal caso! E così per ogni cosa preferisce chiamare caso il Creatore anziché Dio.

Perché il caso è cieco, non è spiegabile razionalmente e, soprattutto, non è un Essere da dovere riconoscere superiore all'uomo. Questo è causato dall'orgoglio, gemello bicipite della superbia, originati entrambi da un unico mostro:Satana.

Chi vive in questo stato psicologico dalla finestra dell'anima non vede la luce rasserenante della fede, ma le tenebre tormentose dell'incredulità.

Sono le anime umili, semplici, che si sentono piccole, quelle beate che ascoltano la voce di Dio nella coscienza e trovano la fede.

Tali anime in ogni circostanza buona della loro vita sentono, quasi d'istinto, il bisogno di rendere grazie a qualche cosa di indeterminato, ma che deve essere buono, tanto buono, la sorgente della bontà. E nelle avversità, nella loro piccolezza, sentono il bisogno di invocare l'aiuto di qualcuno che al di sopra delle limitate possibilità umane, se ha creato tante belle e grandi cose, può aiutarle.. E se proprio la sventura è un fatto compiuto si rassegnano nell'umile accettazione che nella vita esiste purtroppo anche il dolore.

Sto parlando di persone che non conoscono Cristo e non sanno, perché nessuno mai glielo ha detto, che Cristo è morto anche per loro, per salvare le loro anime, non sanno che hanno la chiave della salvezza: la fede in un Essere Supremo e divino, che ha creato tutto, anche loro, che senza saperlo

sono diventate figli di Dio per il sangue di un Cristo, che non conoscono, ma è morto e risorto anche per loro.

E noi Cristiani, che a cominciare da questa grazia che abbiamo avuto di essere stati anime elette da Dio a conoscerLo, ad essere suoi prediletti per il battesimo che abbiamo ricevuto e, se lo vogliamo, addirittura suoi figli adottivi, in che condizione ci collochiamo di fronte a Dio e alla nostra coscienza?

"Non chi dice "Signore, Signore" entrerà nel regno di Dio, ma chi fa la volontà del Padre mio".

Abbiamo avuto la grazia di conoscere Dio, ma abbiamo anche l'obbligo di rispettare la sua legge. 

A noi non basta la voce della coscienza, c'è una voce più forte, più maestosa, una voce divina che ci ha parlato, prima per mezzo dei Profeti nella Rivelazione e poi per mezzo del Verbo incarnato. Ed è proprio il Verbo incarnato, Gesù, colui che ha detto: "Non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio entrerà nel regno dei cieli.(Mt 7, 21).

Fare la volontà di Dio vuol dire aver fede, cioè fiducia in un Dio che ci ama, perché ci ha creati per amore, perché ci ha redenti con la sua passione e morte.

Gesù, vero Dio e vero uomo, ben conosceva la fragilità della nostra natura, ha vissuto tutta la debolezza umana dalla fame alla sete, alla stanchezza, ai disagi di ogni genere. Essendo venuto a redimere l'umanità dal peccato originale, ha voluto insegnare all'umanità stessa in che modo potesse usufruire di questo dono infinito: della Redenzione.

L'uomo in punto di morte renderà conto a Dio di come ha vissuto, ma, poiché l'uomo è libero fino alla soglia dell'aldilà, prima che a Dio dovrà rendere conto a se stesso: deve scegliere tra il bene e il male. Non è Dio che condanna l'uomo.

Dio ha creato l'uomo per amore e lo ha redento per amore: Dio vuole salvare l'uomo e si è incarnato non solo per redimerci, ma anche per insegnarci a scegliere fra il bene e il male: " Io sono la via, la verità, la vita".(Gv 14,6)

Ci ha insegnato che la via è stretta e non agevole, comunque è in salita. E'la via che Egli stesso ha percorso, è una via che si chiama Calvario.

 Egli quella via la percorse da solo, nessuno era al suo fianco per confortarlo; la Madre, sì, la Madre condivideva la sua passione, nell'interezza assoluta della sofferenza, poi la Veronica che gli asciugò il volto insanguinato in un momento di santa compassione, e il Cireneo, che Lo aiutò a portare la croce perché gli fu ordinato. Le pie donne Lo seguirono un po' a distanza coi loro pianti, coi loro lamenti, che non giovavano ad alleviargli le pene.

Quello stesso Gesù disse: "Chi mi vuol seguire prenda la sua croce e mi segua"(Mt 16, 24), però disse anche:"Il mio peso è leggero, il mio giogo è soave" (Mt 11, 30), perché chi segue Gesù portando la croce non è solo, sale il Calvario al fianco di Gesù, che è sempre con lui. Per questo parla di giogo: il giogo è portato sempre in coppia, mai da uno solo. E' da notare anche che dice il mio giogo, da sottolineare "mio" non il giogo "di chi mi segue", perché quando la croce si porta con Cristo, Egli con l'esempio ci insegna a portarla con amore e il giogo diventa soave e il peso leggero, perché la parte più gravosa l'ha portata e la continua a portare Lui.

Gesù è verità. Non dà illusioni. Gesù merita fiducia perché tutto quello che disse con le parole lo confermò con i fatti, tutto quello che insegnò lo eseguì, tutto quello che promette lo mantiene. La grande promessa fu la risurrezione: dalla morte risuscitò e chi segue Gesù nel Calvario, anche se muore vivrà in eterno.

Gesù è via, veritá e vita (Gv 14, 6).

La fede non è un sentimento, aver fede vuol dire fare la volontá di Dio.

E Gesù ci ha insegnato che cosa vuol dire fare la volontá di Dio. Egli visse ogni attimo della sua esistenza terrena per compiere la volontá del Padre.

Appena dodicenne si era smarrito (così sembrava) durante un pellegrinaggio a Gerusalemme e quando i genitori angosciati finalmente lo avevano ritrovato, ancora a Gerusalemme nel tempio discutendo con i Dottori, i quali erano meravigliati della Sua straordinaria sapienza, rispose: "Non   sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?" (Lc 2, 49). E da allora tutta la sua vita si svolse per fare la volontá del Padre.

Egli era il Verbo e si era incarnato per espiare sulla croce il peccato originale e tutti i peccati di tutti i tempi che gli uomini avrebbero compiuto come conseguenza di quello, ma era venuto anche per insegnare all'umanitá la via da percorrere secondo la Veritá, che Lui predicava, per conseguire la vita eterna.

Gesù con la sua morte in croce apre ai discendenti di Adamo quella porta che si era chiusa a causa del peccato. Quella porta si spalancò di nuovo quando Egli crocifisso aprì le sue braccia per fare la volontá del Padre che era quella di salvare l'umanitá peccatrice ed è la stessa volontá del Verbo, che nella persona umana giustifica l'umanitá e la redime.

Ma l'umanitá nella sua natura corrotta dai progenitori, sebbene redenta dal peccato originale, tuttavia ingannata e allettata dai sensi, tentata dal male, continua a peccare, a causa di quella libertá di cui Dio l'aveva dotata affinché Lo amasse liberamente.

La causa dei peccati, di cui il genere umano continua a macchiarsi, è sempre l'orgoglio, perché quello fu il primo peccato, quello di Lucifero, il genio del male, che voleva essere come Dio, e quello fu il peccato che fece compiere per sua tentazione ai nostri progenitori: "Diventerete come Dio"(gen. 3,5)

Affinché gli uomini, dopo la passione di Cristo purificati al prezzo del suo sangue dal peccato originale, possano continuare a vivere nella santitá, bisogna che vivano come Cristo: nell'ubbidienza al Padre e quindi nell'umiltá, sottomessi alla sua divina volontá.

Avere fede vuol dire fare la volontá di Dio.

Fare la volontá di Dio, ci insegna Gesù, vuol dire essere umili: "Imparate da me che sono mite ed umile di cuore"(Mt 11, 29)

Per essere umili occorre essere miti, cioè non essere orgogliosi, perché l'orgoglio insieme con la superbia (che è l'altra faccia dell'orgoglio) genera violenza che è il contrario della mitezza : questa concorda con l'umilta, quella con la prevaricazione sull'altro, perché è egoismo e quindi amor proprio che, alimentato dal male, diventa superbia e quindi il peccato di Lucifero e lo stesso di Adamo.

L'umiltâ nasce dall'amore di Dio e dall'amore di Dio nasce il desiderio di vivere secondo la volontà di Dio. E questa è Fede.

Nell'Antico Testamento l'esempio più fulgido della fede in Dio ce lo dà Abramo, il quale ama Dio, ha fiducia in Dio, sa che Dio lo ama, sa che Dio vuole solo ciò ch'è giusto, e da questo nasce la grande fede di Abramo, la sua grande ubbidienza alla volontà di Dio, da quando lascia la sua terra, sollecito al comando di Dio (Gen. 12, 4) a quando è pronto a sacrificare il figlio Isacco (Gen.22,3).

La fede di Abramo è la grande fiducia in un Dio che non può che volere il suo bene, per questo egli crede nella Provvidenza di Dio ed è una fede cieca che si illumina dell'amore di Dio nel fare la volontà di Dio. E Dio nel momento opportuno non solo gli restituisce il figlio, ma gli dà una progenie più numerosa delle stelle del cielo, mantenendo la promessa che in precedenza gli aveva

fatto.

 Questo vuol dire avere fede: fare la volontà di Dio, sapendo che Dio non tradisce.   

Nel Nuovo Testamento vediamo che Gesù quando opera i miracoli, o li compie per sfidare i Farisei, nel tentativo di illuminarli perché intendano il nuovo comandamento che è quello dell'amore e che compendia nella sua sinteticità quella farragine di articoli e articoletti che essi "sepolcri imbiancati" poi non osservavano (Mt 23, 4-27) o li fa per premiare la fede: "Va, la tua fede ti ha salvato (Mt 8,10-13; 9, 20-22)ecc.ecc.

La fede in che?

Nella Verità, nel credere che Gesù era il figlio di Dio affinché lo ascoltassero e mettessero in pratica i suoi insegnamenti e si salvassero nell'ubbidienza al Vangelo. E così con la parola espressa in parabole e con l'esempio della sua vita andava svolgendo la sua missione onorando la volontà del Padre fino all'ultimo giorno della sua vita terrena.

Nel Getsemani nella più atroce delle agonie invoca il Padre perché gli risparmi di bere il calice di tanta sofferenza. "Ma sia fatta la tua volontà, non la mia"(Mt26, 39).

E' l'inizio di un'amara passione che si conclude sulla croce dove il calice lo beve fino all'ultima goccia per fare la volontà del Padre.

Nel momento in cui Gesù muore nasce la nuova umanità, l'umanità redenta che, per la passione di Cristo, muore al peccato e rinasce alla Grazia, perché Dio sia glorificato con la risurrezione di Cristo che segna il trionfo del Bene sul male.

Ai piedi della croce sta sul Golgota Colei che più di ogni altro essere umano amò quel crocifisso nel quale vedeva l'Uomo-Dio, l'uomo nato dalle sue viscere e il Dio al quale aveva detto sempre fiat dal giorno della annunciazione al giorno della crocifissione del figlio.

La sua fede era stata sempre alimentata dalla fiducia cieca in Dio, che per Lei era e fu sempre, in ogni momento della sua vita, il Dio della Verità e dell'Amore e questa fede scaturiva dalla sua profonda umiltà che la rendeva lieta di essere l'ancella del Signore, cioè pronta a servirLo, a fare la sua volontà: "Non chi dice Signore, Signore è degno di Dio, ma chi fa la Sua volontà".

Questa era la fede di Maria e la fede non è un sentimento. Aver fede vuol dire fare la volontà di Dio.

 

 

 

"Siate perfetti come il Padre vostro"

 

Dio ci ha creati a Sua immagine e somiglianza perché è un Dio-Amore, che tutto ha creato proprio per effusione del Suo amore.

La creatura umana, razionale, intelligente, volitiva e libera, rappresenta nel creato il capolavoro di Dio, perché è l'unica capace di comprendere il Suo amore e di corrisponderGli.

Nella persona del Verbo, per cui la creazione stessa è avvenuta, c'era già l'immagine dell'uomo e la ricchezza della sua grazia si è riversata su di noi e noi tutti l'abbiamo ricevuta: "Tutte le cose sono state fatte per mezzo di Lui, e senza di Lui nessuna delle cose create è stata fatta" (Gv 1,3)

Gesù venne nel mondo per insegnare all'umanità, decaduta dalla perfezione alla miseria del peccato, come riabilitarsi e ritornare nella pace di Dio ed essere degna e meritevole del perdono e della riacquistata grazia, una volta redenta dalla sua divina umanità. E Gesù stesso, compendiando lo scopo della sua incarnazione, ci dice: "Siate perfetti come il Padre vostro celeste" (Mt 5,48)

Essere santi non è quindi un privilegio di alcuni sì e di altri no. E' un comandamento per tutti.

Per questo si è incarnato, per questo ha patito, per questo è morto in croce: "Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto, a quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio" (Gv 1, 11-12)

Abbiamo quindi il dovere di tendere alla Santità, che è perfezione, per essere degni di essere chiamati figli di Dio:quanto più si è santi tanto più si è a immagine e somiglianza di Dio e ci si avvicina alla Sua perfezione.

Ma bisogna stare attenti a non ricadere nello stesso peccato di Adamo ed Eva, a non esaltare il proprio io in una peccaminosa autolatria, mettendoci al posto di Dio.

Per non cadere nel peccato dei progenitori l'uomo deve riconoscere che senza Dio, o contro Dio, ritorna nella sua nullità, nel peccato che lo annienta nel male.

Il santo è colui che si annienta nel Bene, riconoscendo il proprio nulla, ben consapevole che ogni bene viene da Dio.

Solo chi si umilia sarà esaltato (Lc 14, 11) e il vero santo è quello che si umilia di fronte a se stesso nell'intimo della coscienza, di fronte agli uomini e quindi di fronte a Dio.

E dopo il peccato originale, con la natura corrotta che ha ereditato, ancorché redento da Cristo, continuamente tentato dal male a causa della sua libertà, come può l'uomo essere perfetto come il Padre celeste? Quando tra l'uomo e Dio c'è un abisso?

E' la grazia che rende gli uomini partecipi della natura di Dio.

Se non fosse per la grazia !!

Ma la grazia che Cristo ci ha guadagnato bisogna meritarla con l'umiltà, con la sottomissione assoluta e devota alla volontà di Dio. Solo questa ubbidienza umile e incondizionata a Dio può fare di un peccatore un Santo.

Dio onnisciente ed eterno da sempre conosce l'uomo, questa creatura volitiva e debole, libera e schiava di se stessa e della propria debolezza, sempre nell'umiliazione delle cadute ma anche, per divina grazia, capace di rialzarsi, in contraddizione continua con se stessa perché incessantemente campo di battaglia tra la forza del bene e quella del male, con facoltà assoluta di decidere da quale parte schierarsi, contro la virtù o contro il peccato, nell'affanno tormentoso di procurarsi le armi e

l'ardire e la sicurezza e il discernimento del fronte dove combattere rischiando la vita eterna, poiché l'esito del combattimento spirituale è incerto.

Per quest'uomo, per ogni uomo, Dio ha tracciato un progetto nella Sua mente divina e come l'uomo possa guadagnarsi la grazia, unica arma infallibile, garanzia sicura di vittoria certa contro il male, è già stabilito nel piano divino, come Gesù ci ha insegnato, l'uomo deve solo rispondere all'amore di Dio "Sì, Padre", deve spogliarsi del proprio io e accettare sempre e comunque la Sua divina volontà. Quando la mia volontà è la volontà stessa di Dio e diventa tutt'uno con la sua volontà, io sono tutt'uno con Dio.

Rinnegare se stessi vuol dire morire a se stessi, quindi non lasciarsi distogliere da Dio a causa della nostra umanità: qualunque cosa contraria alla mia volontà mi accada o mi facciano o mi pretendano, pur di non offendere Dio, io devo morire a me stessa per vivere in Dio e tutto accettare per amor suo. Ma tutto questo Dio non lo impone. Siamo dotati di intelligenza e volontà. Siamo liberi. Il Dio dell'amore ama che sia l'amore lo spirito propulsorio che spinga il nostro cuore verso la perfezione, che in Dio si identifica in sommo grado.

L'esempio di quello che è capace di fare l'amore ce lo dà Dio stesso nel quadro straziante che di Lui ci presenta Isaia: "E' stato piagato per le nostre iniquità, è stato trafitto per le nostre scelleratezze, piombò sopra di Lui il castigo che ci ridona la pace, per le sue lividure siamo stati risanati. Noi tutti siamo stati come pecore erranti, ciascuno aveva deviato per la sua strada e il Signore pose addosso a Lui l'iniquità di noi tutti" (Is 53, 5-6)

Dio ci vuole santi perché ci ama e come Egli per amore offrì se stesso in olocausto per la nostra redenzione così in noi il desiderio e la forza di accettare e fare la volontà di Dio deve scaturire dall'amore.

Ma noi siamo deboli e peccatori e non sempre il nostro amore raggiunge l'intensità dell'amore infinito di Dio e non sempre troviamo la forza di resistere con la nostra virtù, andando contro corrente nel pelago della vita, che ci travolge e ci conduce verso i lidi del male, dove si rimane impigliati nelle alghe del peccato, lontano da Dio.

Chi è presuntuoso e confida solo nelle proprie forze, mancando di umiltà, peccando di orgoglio e di superbia, sbaglia rotta in partenza e non arriverà mai in porto.

Invece l'uomo debole e peccatore, se con umiltà riconosce la propria debolezza e, fidandosi della promessa di Gesù: "Chiedete e vi sarà concesso" (Mt 7, 7),chiede allo Spirito Santo il dono della fortezza, si abbandona con fede in Colui che non tradisce e da Lui si lascia guidare, può navigare verso il largo con la certezza che il braccio di Dio lo conduce verso un porto sicuro, come una vela sulla quale sta sritto"Beati gli uomini di buona volontà." (Lc 2, 14)

A tutto ha già pensato Dio fin dall'eternità.

Amore e umiltà sono la chiave che a doppio giro apre la porta verso la Perfezione: l'amore, come una calamita, ha la sua forza di attrazione nell'immagine del Redentore straziato che ci presenta Isaia.

La Vergine Santissima con la sua umiltà ci dà, con un altro giro di chiave, la forza dell'esempio di quanto anche noi attratti dall'amore di Dio, che nasce dall'umiltà, possiamo progredire verso la perfezione.

L'umile ancella di Nazareth, la più santa di tutti i santi, che cosa fece per essere santa? Niente di sua iniziativa.    

Si lasciò sempre condurre nel mare della sua vita dal soffio dello Spirito Santo. La sua preghiera nell'offerta di se stessa, fu una sola: "Fiat" e nonostante la sua navigazione in questo mondo fosse particolarmente difficile, per i dolori che a raffiche la turbavano in un mare agitato dalla insidiosa cattiveria nei confronti del Figlio suo divino e quindi da un'angoscia che la tormentava spesso nel cuore, Ella trovava il fiato della resistenza nell'umiltà del suo fiat e proseguiva, lasciandosi sempre guidare da Dio, sottomessa alla Sua volontà.

Divenne la corredentrice, Madre del genere umano che, imparando da Lei a dire fiat in ogni dolorosa prova può raggiungere la purificazione e quindi la Perfezione del Padre celeste, secondo la Sua divina volontà, come espressamente disse Gesù in una esplicita esortazione "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt. 5, 48).

 

 

 

L'ubbidienza

 

Il dolore e le sofferenze che ci affliggono "in quest'atomo opaco del male" come Pascoli definisce il pianeta in cui viviamo (X Agosto) sono state causate da una disobbedienza.

Se Adamo ed Eva avessero ubbidito al Creatore, noi, anzichè trovarci in una valle di lacrime, saremmo nell'Eden, nel Paradiso terrestre, nella felicità, per la quale Dio fin dal principio ci aveva creati. Se Adamo ed Eva non avessero anteposto a Dio il proprio io, non avrebbero disubbidito: la loro disubbidienza fu un peccato di orgoglio.

Noi, come malattia ereditaria, portiamo nella nostra natura , come perverso istinto, l'orgoglio, che, come in una gamma di colori, va da quello più tenue, che, celandoci dietro ad un eufemismo, chiamiamo amor proprio, a quello più intenso, che è la superbia, ma la radice velenosa del male è sempre la stessa, unica: l'orgoglio.

Ubbidire è gravoso, perché,di fatto, significa sottomettere la propria volontà alla volontà di un'altra persona, con detto evangelico "rinnegare se stessi". Questo non è facile. Per fare questo ci vuole umiltà.

Quando al Santo Padre Pio gli chiedevano: "Qual è la virtù più importante?" Il Santo rispondeva: "l'umiltà". Ma della santità di Padre Pio quello che più colpisce e ce lo mostra in tutta la sua straordinaria grandezza non è tanto l'umiltà quanto l'ubbidienza, ubbidienza assoluta ai suoi superiori e quindi alla Chiesa, a dispetto delle tante e tante zizzanie che Satana andava seminando a suo danno. Padre Pio ingoiava bocconi amari, che gli avvelenavano la vita e lo facevano piangere, ma chinava il capo e ubbidiva, senza ribellarsi, anzi senza difendersi.

Perché lo faceva?

Perché amava il Signore.

Dal Signore aveva imparato, come si legge nella lettera di S.Paolo ai Filippesi (2, 7-8) "Spogliò se stesso della natura divina e apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte."

E Gesù   perché lo fece?

Per carità cioè per amore, perché ci ha amati e ha voluto salvarci dalla dannazione eterna.

Quindi l'ubbidienza è una virtù che ha bisogno di solide fondamenta: per l'ubbidienza sono basilari l'umiltà e la carità.

Occorre l'umiltà per spogliarci del nostro orgoglio e, quindi della nostra volontà e chinare il capo alla volontà di un altro, sia un superiore o un datore di lavoro o i genitori.

Occorre la carità perché, come dice ancora S.Paolo nella prima lettera ai Corinzi, la carità non cerca il suo interesse, sopporta tutto, è magnanima, è benigna……e quindi noi possiamo dire che per carità si ubbidisce, per evitare, disubbidendo ai superiori o ai datori di lavoro, di procurare loro qualche problema o, disubbidendo ai genitori, di dare un dispiacere.

Insomma i due pilastri dell'ubbidienza sono l'umiltà e la carità.

Chi è orgoglioso e duro di cuore non è capace di obbedire.

La Santa Madre di Dio è l'esempio più ammirevole di umile e caritatevole ubbidienza: umile a Nazaret, ancella del Signore, caritatevole sul Golgota, dove, ubbidiente al Salvatore, diventa Madre del genere umano e con un atto di carità sublime perdona perfino i crocifissori del proprio figlio.E

non ne siamo esclusi noi! Nell'arco di tutta la sua vita, da Nazareth al Golgota, il suo fiat alla volontà di Dio è stato eroico, fedele e perenne, sempre nell'umiltà e nella carità.

 

Si può parlare di ubbidienza senza ricordare S.Giuseppe? Il grande Santo vissuto sempre nell'ombra?

Nel giorno della sua solennità la liturgia gli dedica un passo del libro dei Proverbi (2, 7-8) e un passo del libro della Sapienza (10,10) relativi all'uomo giusto e anche la Chiesa, nella S.Messa, nel Vangelo secondo Matteo, lo ricorda come uomo giusto. Infatti Giuseppe fu tanto santo per le sue virtù che Dio lo elesse come suo Padre adottivo durante la vita terrena. Ma l'espressione massima di tutte le sue virtù, quella che tutte le compendia è l'ubbidienza: ubbidisce all'Angelo, che nel sogno gli dice di prendere con sé Maria, sua sposa. E' vero che l'amava, ma è altrettanto vero che in quest'uomo giusto l'umiltà trionfa sull'orgoglio. Il suo io s'inchina dinanzi alla volontà di Dio e ubbidisce.

Ubbidisce anche alla legge civile. E questo è di massima importanza.

Dice S.Paolo nella lettera ai Romani: "Ognuno sia sottomesso a chi ha ricevuto autorità perché non c'è autorità che non venga da Dio (13, 1)"

Quando Augusto ordina il censimento, ubbidendo alla legge, Giuseppe si reca a Betlemme per fare il suo dovere. E non sa di essere, specialmente in quella circostanza, strumento di Dio. Ne parla Luca nel Vangelo: "Andò là perché era un discendente diretto del re Davide."Ecco che proprio là nasce Gesù. E così si compie, per un decreto dell'Imperatore, quello che era nei disegni di Dio e che parecchi secoli prima aveva annunziato il profeta Isaia (11, 1) : "Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse".Iesse era il padre di Davide, legalmente antenato del Bambino Gesù.

Giuseppe ubbidisce ancora all'Angelo che nel sogno gli ordina di fuggire in Egitto per salvare la vita del Bambino, che Erode voleva uccidere.

E Giuseppe con pronta e amorosa ubbidienza si mette in cammino.

Ubbidisce anche quando, dopo la morte di Erode, trovandosi ancora in Egitto, un Angelo del Signore gli appare in sogno e, scrive Matteo nel suo Vangelo, "l'Angelo gli disse: Alzati, prendi il Bambino e sua Madre e torna con loro nella terra d'Israele," E Giuseppe ubbidisce ancora.

L'ubbidienza di Giuseppe continua per tutta la vita, sempre, fra stenti, disagi e sacrifici. Ma Giuseppe, dotato di ogni virtù, ha fede nella Provvidenza. Ubbidisce perché si lascia condurre da Dio. Il binario sul quale Egli cammina è quello della volontà di Dio.

 

Gli astri che costellano il cielo della santità per lo splendore della virtù dell'obbedienza sono innumerevoli, ma uno splendore che attraverso la finestra dell'anima colpisce il profondo del cuore e conquista a Dio l'anima nella sua interezza è quello si S. Francesco d'Assisi, forse perché questo Santo ha vissuto nell'umiltà con tale genuinità e nella carità verso Dio e verso il prossimo con tale intensità da abbracciare tutto il creato dal sole agli uccelli alle piante, in ogni genere, fino a "sorella morte".

Riceve dal Crocifisso la missione di riparare la Chiesa. La sua ubbidienza è immediata. Nella sua semplicità, dotato di animo generoso, dapprima, con prontezza, si mette a fare il muratore e spogliatosi dell'amor proprio , va in giro con la carriola per procurarsi i mattoni. Quando poi capisce bene che non è la chiesetta che deve riparare, ma la Santa Madre Chiesa, con generosità   ancora più grande si spoglia anche degli affetti più cari e perfino degli abiti che aveva addosso

per vivere secondo il Vangelo, nell'obbedienza più assoluta, categorica e totale, a Colui che egli invocava come "mio Dio e mio tutto"

Fu quindi ubbidiente anche alla Chiesa, nella sua gerarchia, poiché essa è il Corpo mistico di Gesù che, come uomo, umiliò se stesso facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce.

S.Francesco illuminato dallo Spirito Santo capì tanto bene, al punto di essere definito "Alter Christus", che l'esempio da seguire era Gesù che nella sottomissione al Padre improntò tutta la sua vita all'ubbidienza fino al sacrificio di sé.

 

Si legge nel Vangelo di S. Luca, che narra la vita di Gesù dalla sua nascita e fanciullezza:"Era pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di Lui (Lc 2, 40). Già queste parole ci presentano il piccolo Gesù come un bambino ideale nel suo comportamento e quindi ubbidiente ai genitori. Ma non è una intuizione di chi legge il suo Vangelo, perché l'Evangelista lo dice in modo esplicito parlando di Gesù dodicenne, ritrovato nel tempio con i Dottori:"Gesù poi ritornò a Nazareth con i genitori ed era loro sottomesso"(Lc 2, 51).

Immaginiamo quindi Gesù che svolge una vita umile e modesta, lavorando da falegname alla dipendenza di Giuseppe, come si legge anche nel Vangelo di Matteo(13, 55) "Secondo l'opinione comune, egli era figlio di Giuseppe".

Gesù aveva circa trent'anni quando diede inizio alla sua opera(Lc 3, 23),ma l'aveva già annunziata quando, ritrovato nel tempio, aveva detto ai genitori: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io mi devo occupare di quanto riguarda il Padre mio?"(Lc 2, 49)

E la sua missione salvifica inizia con un atto di ubbidienza quando come un uomo qualsiasi si presenta a Giovanni Battista per essere battezzato. Giovanni non si sente degno. "Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te; tu invece vieni a me?" Ma Gesù gli disse -scrive Matteo- (3,14-15) "E' doveroso compiere ogni giustizia".

Come uomo vive nell'ubbidienza alle leggi religiose e civili, come si esplica dal contenuto delle sue stesse parabole e come rispondeva specialmente ai Farisei quando lo tentavano: "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio"

"Quello che esce dalla bocca viene dal cuore" (Mt 15, 18) Così aveva detto e infatti tutte le sue parole sono ispirate da sentimenti di giustizia, di umiltà e soprattutto di ubbidienza al Padre. Ogni azione la intraprende dopo aver pregato, dopo un ritiro nel deserto o, spesso, nell'orto degli ulivi, comunque sempre alla presenza del Padre e non perde occasione per lodarlo, benedirlo, ringraziarlo.

"Io e il Padre siamo una cosa sola"(Gv 10, 30) Erano uniti nella persona divina ma anche nella persona umana era strettamente unito al Padre nell'ubbidienza, in una medesima volontà.

Di fronte a Pilato dice espressamente che il suo regno non è di questo mondo, ma che in questo mondo è venuto per svolgere una missione cioè rendere testimonianza alla Verità, ubbidendo quindi al Padre.

Tocca il vertice della virtù dell'obbedienza nel Getsemani, dove, in un momento tragico della sua vita umana, l'uomo che sa di immolarsi per pagare a prezzo di sangue il riscatto per la nostra salvezza, come è congeniale alla stessa natura umana, è preso dallo scoraggiamento e chiede che gli sia risparmiato questo calice amaro, ma la debolezza dell'io è vinta dalla generositàdell'amore e Gesù conferma la sua sottomessa disponibilità alla volontà del Padre: "Sia fatta non la mia, ma la tua volontà"(Lc 22, 42) mentre il suo sudore di sangue bagna la terra.

La sua sottomissione alla volontà del Padre finisce con l'ultima nota di una sinfonia di dolori che conclude il dramma della sua passione umana, nella frase "Tutto è compiuto"(Gv 19, 30) quando ha bevuto il calice fino all'ultima goccia, ubbidendo fino alla morte.

 

Chi si propone di fare un cammino di perfezione, per essere fedele al proposito, deve implorare sostegno e conforto alla Santa Madre Addolorata e, come S. Ggiuseppe camminare sul binario della volontà di Dio e, rinnegando se stesso, saper dire come S. Francesco "Mio Dio e mio tutto" ai piedi di Gesù crocifisso.

 

 

 

La pace

 

Fin dal primo momento della sua venuta al mondo, nel darne l'annuncio ai pastori gli Angeli, a gloria di Dio, cantano: "Pace in terra agli uomini di buona volontà"(Lc 2, 14). Era nato Colui che avrebbe risollevato l'umanità caduta, che finalmente si sarebbe incontrata con Dio nell'abbraccio del suo perdono, quindi nella pace.

La pace inneggiata dagli angeli non è per tutta l'umanità, ma solo per gli uomini di buona volontà cioè coloro che indirizzano la libera volontà al bene, pertanto sono amati da Dio e vivono nella pace di Dio, perché bene e pace coesistono in Dio: Bene, Pace, Luce sono la medesima Essenza.

Il saluto e l'augurio più bello che troviamo nel Vangelo è quello della pace, addirittura si potrebbe dire che quella della pace ne è la nota dominante: Gesù disse alla peccatrice scampata alla lapidazione "…..va' in pace….."(Lc 7, 50), all'emorroissa guarita "….Va'in pace…."(Lc8, 48), ai primi Apostoli mandati a predicare il regno di Dio "….Dite prima di tutto: pace a questa casa"(Mt 10, 12). Dopo la risurrezione, apparso agli Apostoli, Gesù li saluta: "La pace sia con voi"(Lc 24,36).E nell'ora suprema e commovente dell'addio, in un doloroso commiato, dopo un'affettuosa e fraterna convivenza umana, aveva salutato gli Apostoli come un amico che lascia quanto di più caro si possa lasciare a persone care: "Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace, ve la do non come suol darla il mondo."(Gv 14, 27)

La pace che dà Gesù non è come la pace che dà il mondo.

Che differenza c'è?

La pace che dà il mondo è quella che mette a tacere la coscienza, è il "vivere in pace" che equivale a tornaconto, cioè la pace fondata sul compromesso o dell'egoismo ( purchè non sfiori con un dito quello che è mio, possiamo vivere in pace) o dell'interesse (mettiamoci d'accordo sul corrispettivo e soltanto così possiamo vivere in pace, in altri termini sulla base dell'antico, ma sempre attuale, do ut des).Oppure è la pace di quelli che si lavano le mani o nascondono la testa sotto l'ala per il quieto vivere. Ma è una pace fittizia….che alla fine non dà pace.

Invece la pace che dà Dio è quella di chi è in pace con la coscienza. E si può trovare anche nel dolore, nella sofferenza, nelle delusioni, nella persecuzione e in ogni amarezza, che, se vissuta nella pace di Dio, può perfino diventare perfetta letizia, perché è fondata sull'adesione alla volontà di Dio. E' la pace del Paradiso e fa pregustare la beatitudine in qualsiasi situazione.

Nel terzo canto del Paradiso dantesco il "divino poeta" lo fa dire sinteticamente ma in modo sommamente esplicativo con un solo verso (v. 85) a Piccarda Donati:

 

                                                "E 'n sua volontade è nostra pace"

 

Dove pace equivale a felicità, cioè possesso di Dio, qualunque sia lo stato di beatitudine, perché lo stesso Dio come dice ancora Dante nel trentesimo canto parlando dell'Empireo è "l'amore che queta questo cielo (v. 52).

Così Dio è pace e la vera pace la troviamo nel conformarci alla Sua divina volontà.

Il demonio cerca di togliere la pace seminando zizzanie, istigando alla gelosia e all'invidia, provocando il sospetto con la bugia, e poi con guerre e discordie e in mille altri modi. E dove non può fare breccia tentando direttamente col peccato, alle anime elette toglie la pace dell'anima con la tentazione degli scrupoli, perché dove non c'è la pace di Dio non può operare lo Spirito Santo che è Dio cioè Pace.

La pace si trova nell'accettare tutto con umiltà.

La pace è riposo in Dio e corrobora le energie dell'anima perché questa diventa tutt'uno con Dio nella pienezza della Sua volontà, illuminata e guidata dallo Spirito Santo.

Nel santo Sacrificio dell'Altare, prima della Comunione con l'Agnello immacolato, oltre ad essere in pace con se stessi occorre che i fedeli si scambino un segno di pace.

Anzi Gesù ci ha insegnato espressamente: "Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono" (Mt 5, 23-24).

La condizione indispensabile perché ci si possa comunicare con Dio è quella di avere la pace nel cuore e non si può essere in pace con la propria coscienza senza essere in pace anche con il prossimo..

Tutto ciò che concerne Dio è perfezione e prima di accogliere Dio nel nostro cuore bisogna quanto meno tendere ad un certo livello di perfezione, seguendo l'esempio di Colui al quale ci vogliamo unire in comunione e che è venuto dall'alto della Sua divinità incontro ai peccatori   per salvarli.

Per essere cristiani degni di questo nome anche noi seguendo l'esempio del Verbo incarnato dobbiamo andare incontro al fratello che ha qualche cosa contro di noi, dobbiamo tendergli una mano perché non resti nel peccato.

Chi non perdona fa pesare il suo peccato non solo sulla propria anima, ma anche sull'anima del suo nemico il quale, oltre ad essere colpevole del male che ha fatto alla persona fisica che ha offeso, è responsabile anche del peccato che gli ha fatto commettere facendolo vivere e purtroppo talora anche morire dannato per non aver perdonato. Il perdono vince il cuore misericordioso di Dio più di qualsiasi preghiera. Chi perdona il suo nemico è perdonato da Dio. Ma anche il suo nemico spero che sia perdonato da Dio. Potrebbe essere l'uomo più buono di Dio? Dio nella sua eternità ha presente il futuro ed è onnipotente, sa tessere la tela che ammanterà nella grazia anche il più accanito peccatore. Come farà? Vogliamo indagare sul più grande dei misteri? Quello della grazia? "Non giudicate"(Mt 7, 1-2). Solo questo ci ha detto, ma sarebbe giusto aggiungere, per chi è di dura cervice, "specialmente l'operato di Dio".Non giudicate. Solo questo ci è dato sapere. Solo questo dobbiamo fare. E poi perdonare. Perdonare sempre. Altrimenti ci macchiamo di un peccato gravissimo di omissione che ci renderebbe indegni di Colui che, agnello immacolato, si è immolato per noi e per liberarci dal peccato, Egli, che era assolutamente innocente, si fece crocifiggere per la nostra salvezza., rivolgendo al Padre la preghiera di perdonare i suoi malfattori e confermandoci ancora una volta, estremo atto di amore, la più commovente preghiera, sottoscritta questa volta col sangue e con i chiodi, mentre moriva crocifisso, in pace con i suoi carnefici.

La pace, candido manto di luce di cui si riveste il Sommo Bene, è il segno distintivo del vero cristiano.

Un degno cristiano, vero seguace di Gesù tanto da essere definito "alter Christus" è San Francesco, il quale identificò la pace col bene in modo indissolubile, perché non si può avere la pace voltando

le spalle al Bene, né il Bene senza la pace. E tanto questo lo sentiva dentro di sé che cercava di trasmetterlo agli altri e lo augurava col saluto di "pace e bene".

La pace e il bene come si identificano in Dio così nella vita di ogni vero cristiano non si possono scindere:operando il bene si vive nella pace di Dio e può vivere nella pace solo chi nella sua coscienza sa di avere agito per il bene. Il Sommo Bene ama gli operatori di pace.

"Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio." (Mt 5, 9)

E' questa una delle beatitudini sulle quali sarà fondato il giudizio finale di Colui che deciderà la condizione di ciascuno di noi, secondo la via che ci ha indicato, da lui stesso percorsa, per guidarci alla salvezza nella luce che non conosce tramonto in unione col Padre nella pace eterna.

 

 

 

Antico e Nuovo Testamento

 

Spesso ho notato che alcune persone restano perplesse, colpite da certe espressioni dell'Antico Testamento, quasi incredule che quello possa essere il libro della parola di Dio, perché le espressioni sono tanto diverse da quelle cui siamo abituati leggendo il Nuovo testamento.

Vi si leggono situazioni di violenza, si parla sempre di guerre e spesso di vendetta, la giustizia è condizionata da pregiudizi e il tutto è esaltato da una religiosità inconcepibile ai cristiani. Dov'e' il perdono, la misericordia, l'amore, sentimenti ai quali sono abituati i nostri orecchi e le nostre anime? E' quella la parola di Dio che Gesù ci ha insegnato?

A chi non lo approfondisse con una meditazione accurata, il linguaggio biblico non è raro il caso che desti perfino qualche " sorriso di sarcasmo" uno di quei sorrisi increduli che spesso mi hanno ferito il cuore.

E pensare che tutta la creazione è espressione di amore e proprio l'essere umano deve la sua origine al desiderio di Dio di comunicare con questa creatura privilegiata. Infatti secondo la Genesi l'uomo nell'ordine della creazione è l'epilogo della creazione stessa e, quasi che volesse chiudere in bellezza, Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza e gli diede il comandamento più bello: il comandamento dell'amore. Dio comunicava con l'uomo e il linguaggio era quello dell'amore: nell'Eden Dio comunicava con due creature che non conoscevano ancora il peccato.

Quello di Adamo ed Eva più che un dialogo era una contemplazione di Dio, era il linguaggio dell'amore che non ha bisogno di parole, le anime di Adamo ed Eva erano unite allo Spirito di Dio nella purezza del loro stesso spirito e il loro linguaggio si esprimeva con l'amore puro senza egoismo, senza invidia, senza gelosia e il Creatore godeva dell'amore innocente delle sue creature che arrivava a Lui come inno di gloria.

Dio parlò ad Adamo ed Eva per comandare loro di non mangiare i frutti dell'albero del bene e del male. Non era un comando connotato di violenza o di oppressione, ma di amore: voleva preservare dalla conoscenza del male le sue amate creature, concepite nella Sua mente e create dal Suo cuore e dal Suo amore, perché potessero conoscere e vivere in eterno nell'unico ed eterno Bene, nell'amore di Dio.

 Parlò ancora quando i nostri progenitori non potevano più comprendere il linguaggio puro dello spirito, perché si erano macchiati del peccato, abusando del dono sublime della libertà per trasgredire e tradire l'amore del Creatore, parlò con linguaggio umano in modo che la loro umana natura corrotta potesse capire la maledizione in cui per loro libero arbitrio erano incorsi.

Ma Dio, Sommo Bene, che col male non ha niente in comune, continuava ad amare le creature che per amore aveva creato e che , purtroppo, invece, avevano amato se stessi di un amore che non era quello puro di Dio, ma quello dell'egoismo, donde nasceva l'orgoglio e la superbia di essere come Dio e che li aveva indotti a cedere alla tentazione diabolica.

Dio che continuava ad amare le Sue creature le volle purificare dalla colpa e l'eco della maledizione fu la promessa della redenzione (Gn 3, 15).

 Cacciati dal regno del bene, essi che avevano voluto conoscere anche il male, precipitarono nella valle di lacrime dove, sempre sotto il tiro di Satana, ora potevano farne esperienza a profusione.

Dio li aveva creati belli e perfetti e anche i loro corpi splendevano nella luce di Dio, la loro intelligenza era illuminata dalla divina grazia. Erano stati creati per amare Dio nella libertà, nella 

verità, nella purezza. Ed erano felici. Ma perduta la grazia di Dio perdettero la felicità e nella valle di lacrime, dove vollero cadere per conoscere il male, nascono ad una nuova vita, vita di peccato e di dolore, non più di perfezione, ma di istinto, non più attratti dalla luce di Dio, ma perseguitati dalle tentazioni, schiavi dei sensi. Dall'amore erano caduti nella perversione, da esseri perfetti divennero esseri primitivi, alla ricerca di un amore e di una felicità che mai non trovavano; la loro intelligenza, ottenebrata dal peccato, ormai non vedeva più Dio, ma Lo cercavano perché in Dio era la loro felicità, e pensavano di trovare la felicità nella valle di lacrime, invidiosi degli altri perché credevano che gli altri l'avessero trovata in quello che essi non possedevano e gli altri sì. E fu guerra continua fra di loro per togliere l'uno all'altro una bestia di cui sfamarsi o una pelle con cui ripararsi dal freddo.

L'uomo creato nell'Eden per godere dei frutti della terra, che la Provvidenza gli forniva, conobbe la fatica della sopravvivenza e la fatica di spaccare e lavorare la pietra.

L'umanità primordiale dovette iniziare un lungo e faticoso cammino percorrendo un sentiero spinoso per arrivare alla perfezione perduta, alla perfezione del Creatore che li aveva creati a Sua immagine e somiglianza.

E incomincia la lenta e millenaria fatica di un cammino per la conquista di una perfezione già avuta, goduta e perduta: incomincia l'evoluzione dell'umanità . Un'umanità primordiale, ma sempre assetata di un essere superiore, che illusoriamente credeva di trovare nei fenomeni della natura oppure si illudeva di rappresentarselo in un totem.

Dio amava queste creature che espiavano il peccato ereditato nella loro natura, corrotta dall'orgoglio dei progenitori, e parlava loro nella coscienza ed essi Lo sentivano, ma Lo capivano come potevano, relativamente alla loro capacità intellettiva obnubilata dall'assenza della luce di Dio: ormai poco si differivano dalle bestie e come quelle vivevano di istinto e poco di intelligenza. L'esperienza del male era frequente, continua. Il Bene l'avevano perduto perché era stato oscurato dall'egoismo e quello che credevano Bene, poi si rivelava come autentico male. Il vero Bene, il Sommo Bene divenne mistero.

Passava il tempo con la velocità del lampo. Col passare del tempo, con lento progresso, arrivarono poi a misurarlo. E passarono i secoli, tanti secoli.

L'uomo progredì nella conoscenza, nell'esperienza, progredì specialmente nell'intelligenza, imparò a comunicare e a scrivere.

Ormai faceva le sue congetture sulla propria origine; con la sua fantasia creò il mito e poi, via via, continuò la sua ricerca con la sua intelligenza per indagare sull'origine del mondo.

Cercava Dio, sempre Dio, ma non sapeva come, dove trovarLo.

Nonostante il tradimento e il peccato, Dio continuava ad amare le creature umane; attraverso le generazioni Dio vegliava sulle sorti dell'umanità nel tempo e poiché anche il tempo è creatura di Dio, quando arrivò il suo tempo, Dio cominciò a comunicare con l'umanità e parlò per mezzo dei Patriarchi e dei Profeti.

Come prima aveva continuato a comunicare con l'umanità , che Egli non aveva smesso di amare, per mezzo della coscienza ora parlava per mezzo dei Patriarchi e dei Profeti e come i primitivi interpretavano secondo la loro capacità il linguaggio di Dio per mezzo della coscienza, così i Patriarchi e i Profeti da Dio ispirati si esprimevano secondo il contesto morale, giuridico, culturale in cui erano inseriti.

E' un'epoca che va forse oltre duemila anni avanti Cristo.

Non erano i nostri tempi, non era la nostra morale, non era la nostra cultura…..

I Profeti, messaggeri straordinari di Dio, parlavano come interpreti di Dio, gridavano contro l'idolatria e l'immoralità, si rivolgevano a Israele, popolo eletto, parlavano secondo la legge di Dio rivolgendosi a un popolo che era continuamente in guerra e la parola di Dio cadeva in un contesto che storicamente, politicamente e moralmente era in condizioni di caos, di soprusi, di violenza. Spesso i profeti rappresentavano in se stessi tutti i dolori e le speranze del popolo eletto.

Il centro delle loro predicazioni è Cristo, l'avvento del regno messianico e la salvezza del popolo di Dio.

 Ma nel tempo stesso in cui lodano la giustizia di Dio colpiscono l'ingiustizia degli uomini e si attirano odio e vendetta e sono imprigionati, esiliati, uccisi.

Echeggiano qua e là, tra una profezia e l'altra, minacce di castighi e rovine. Lo stesso Dio incute timore, per quanto si parli anche della Sua misericordia, ma in un tale contesto storico la stessa misericordia di Dio è inconcepibile.

La Sacra Scrittura è sacra perché Santo è Colui che l'ha ispirata: è la parola di Dio, è verità, ma come ce la tramandarono è l'esatta immagine, si potrebbe dire con parola moderna la fotocopia di tempi assai remoti e il linguaggio ne è l'espressione fedele:si parla di guerre, di violenza, di una morale che non era e non poteva ancora essere quella cristiana o per lo meno quella dei tempi moderni cioè di coloro i quali, anche se miscredenti, praticanti o meno, hanno, volenti o nolenti, assimilato, sia pure a livello inconscio, il benefico influsso della civiltà cristiana. 

Alle espressioni dell'Antico Testamento, anche se a volte offendono la nostra sensibilità sia riguardo al modo di intendere la morale, che la giustizia, e ci sarebbe il tanto per scandalizzarci, non possiamo tuttavia scandalizzarci perché ci dobbiamo calare in quel contesto storico: Dio parlava e quello che diceva era santo e giusto, colui a cui si rivolgeva intendeva l'ispirazione, ma doveva adattarla alla propria cultura e secondo questa si esprimeva. Fin dai tempi in cui fu dettata la prima Legge è da tenere presente che i tempi di Mosè non erano più quelli dell'uomo primitivo al quale perfettamente si adatta la definizione di Hobbes "homo homini lupus", si era pervenuti già ad un grado di civiltà, si potrebbe dire elevato relativamente a quei tempi, ma erano ancora i tempi del codice di Hammurabi, oggi, sempre facendo riferimento a quel tempo lontano, tanto apprezzato, in cui la morale era imperniata sulla legge dell' "occhio per occhio, dente per dente".

I Patriarchi del popolo ebreo venivano dalla Valle del Tigri ed è naturale che molti fossero i fattori comuni alle due società, israelitica e babilonese, così vicine per molti aspetti. La legge di Mosè quindi non è per un'umanità in cui Dio parlava ancora solo alle coscienze, ma un'umanità che, sebbene pervenuta ad un grado di civiltà, poteva tuttavia capire ed accettare fino ad un certo punto.

Dio che ha creato l'uomo libero gli ha permesso di fare le sue esperienze, ma ne ha seguito sempre le sorti attraverso la storia senza mai pretendere più delle sue possibilità. Pertanto anche i Profeti quando erano ispirati da Dio si esprimevano secondo i principi fondamentali dei comandamenti dettati a Mosè.

 Col passare dei tempi anche quelli erano stati adattati all'evoluzione e in un presuntuoso tentativo umano di perfezionarli furono resi invece impossibile ad essere osservati, come fu rimproverato ai Farisei (Mt 23,4).

Ma Dio parlava all'umanità soprattutto perché questa non smettesse di ascoltare l'eco che divinamente e misteriosamente faceva contrasto alla maledizione meritata dai progenitori, perché risuonava non come castigo, ma come una promessa di perdono e di pace: annunziava la redenzione                                                                                                    

Finalmente arriva il sospirato tempo del Messia, il tempo della pace, sotto l'impero di Augusto, e si innalza un altare alla dea della pace. Gli uomini sono ancora ignari che il Dio della pace è un bimbo nato in una stalla a Betlemme.

Il centro fra l'Antico e il Nuovo Testamento infatti è Gesù, il Messia e Redentore, il Salvatore dell'umanità. Con Gesù inizia la civiltà del perdono, l'espressione è quella della mitezza, viene finalmente chiara alla luce la verità contro la bugia del tentatore: il male bisogna detestarlo, non bisogna mai farlo e chi lo subisce non deve vendicarsi facendo a sua volta altro male, perché il male offende Dio che è Bene. Chi fa il male, chi ubbidisce al male non può avere alcun rapporto con Dio. Adamo ed Eva fecero esperienza del male, hanno corrotto la natura umana, con questo peccato hanno perduto Dio; Gesù, Uomo-Dio ha espiato per tutta l'umanità e ha insegnato agli uomini la via che riconduce l'umanità alla perfezione.

Gesù non è Dio che parla per bocca di Profeti, è infinitamente di più: è il Verbo incarnato, Dio in persona umana che insegna la Via per tornare al Padre e Creatore, e passare dalla morte del peccato alla vita della Grazia, alla luce della Verità (Gv 14, 6)

Nel Nuovo Testamento siamo già nella pienezza dei tempi. Gesù si esprime con le parabole come già predetto nell'Antico Testamento "Aprirò la mia bocca in parabole"(Sal 77, 2). Insegna la Verità e la Via alla Perfezione con la semplicità della sua parola divina che possono intendere tutti e che non fa "sorridere di sarcasmo" nessuno.

 Come testimonia Matteo nel suo Vangelo, Gesù tiene a precisare che non è venuto ad abolire la Legge o i Profeti, ma per dare compimento (Mt 5, 17) cioè per compierla in modo perfetto, dandoci Egli stesso l'esempio e insegnandoci dall'autorevole suo Magistero Divino come intenderla per progredire nella via che conduce nel regno divino.

Il linguaggio del Va ngelo è chiaro, accessibile, immediato. "Chi ha orecchi, intenda (Mt 11, 15).

Solo chi vuole essere sordo può rimanere scettico o incredulo alla parola del Vangelo. La può capire l'umile pescatore come il più dotto esegeta, perché, oltre che parlare all'intelligenza, il Verbo parla anche alla coscienza, ma alla coscienza dell'uomo ormai evoluto, che ha fatto esperienza del bene e del male, al quale, se pure non capisse come a chi dà uno schiaffo si possa offrire l'altra guancia, (Mt 5, 39) può bastare leggere la passione di Cristo secondo Giovanni, dove quel che è stato detto da Gesù è stato anche spiegato con l'esempio pratico di un Dio amante e amabile, dinanzi al quale non si può che piangere di commozione, di gratitudine e di amore.

 

 

 

Maria e Zaccaria

Anche il tempo è creatura di Dio

 

Come la luce del sole non arriva ugualmente dappertutto alla stessa ora, che varia secondo i fusi orari, così anche per quanto riguarda la luce di Dio c'è chi la riceve subito e chi invece dopo. Nel tempo, però, la luce del sole si sa a che ora arrivi, perché è stabilito dal meccanismo degli orologi, che vengono regolati nelle varie ore dall'uomo, mentre il grande Artefice che regola l'universo, di cui anche l'essere umano fa parte, stabilisce secondo un progetto, che va oltre il nostro limite,chi la Sua luce riceva al primo albore e chi invece dopo. Ci sono quelli della prima ora e ci sono quelli dell'ultima ora e quelli delle varie, diverse ore.

Se vogliamo parlare di Maria e di Zaccaria, bisogna subito stabilire delle distanze: Maria è della primissima ora, anzi si potrebbe dire che è un raggio della stessa luce di Dio, Madre del Verbo incarnato. Zaccaria è l'uomo che ha avuto il privilegio, e non è poco, di essere il padre del Precursore del Salvatore.

Era un sacerdote, un uomo di Dio, ma con la debolezza di ogni discendente di Adamo che, gratificato da Dio della ragione umana ha però ereditato il difetto più comune alla maggior parte degli uomini, che è quello dell'incredulità. Non ne fu esente nemmeno San Tommaso.

L'uomo confida più nella sua ragione che nell'onnipotenza di Dio, crede a tutto quello che trova spiegazione nella ragione umana e mette in dubbio quello che invece può fare Dio, inspiegabilmente, con la sua Onnipotenza, ma alla fine deve ammettere che i disegni di Dio sono imperscrutabili.

 Per avere fede cieca in Dio ci vuole umiltà, cioè non avere la presunzione di sapere tutto, di spiegarsi tutto, bensì essere completamente liberi dell'amor proprio, che è il limite che segna distanza tra l'uomo e Dio: più l'uomo è pieno di amor proprio più è lontano dall'amore di Dio

La creatura umile per eccellenza è Maria, il suo amor proprio è stato completamente annientato dalla luce santificante dell'amore di Dio, al quale si era consacrata fin da bambina, facendoGli voto della sua verginità.

L'onnipotenza di Dio Onnisciente sa dove posare il Suo sguardo per realizzare i Suoi disegni, proprio perché gli uomini, chi più chi meno, sono vittime del peccato, di lontana e dolorosa esperienza, sempre attuale, che se non è proprio di orgoglio è almeno una sfaccettatura di esso e fa brillare agli occhi del male almeno la faccia più pallida che è quella dell'amor proprio. Per questo Dio, quando vuole compiere qualche prodigio, il più delle volte si serve o di persone predestinate da Lui, custodite da una grazia particolare, secondo i Suoi disegni per fini eccezionali, oppure elette fra le meno meritevoli o addirittura peccatrici. L'agiografia di questo ci offre molti esempi.

Non è questo un gusto capriccioso di Dio, è anche questa una espressione della Sua carità: Dio sceglie o gli uomini umili o gli immeritevoli, gli uni perché corazzati dalla loro stessa umiltà, gli altri perché non hanno di che vantarsi, e fa così proprio per evitare che essi si inorgogliscano e che si perdano le loro anime nel peccato. Così, invece di insuperbirsi per le loro opere, possono sempre e soltanto dire "Degno sei Tu, o Signore nostro Dio, di ricevere la gloria, l'onore e la potenza, perché Tu creasti tutte le cose" (Ap 4, 11).

Allora, dovendo scegliere la madre del precursore di Cristo sceglie una donna sterile e pure anziana. Di che si sarebbe potuta vantare?

Aveva solo da credere a un miracolo.

Ed Elisabetta, che doveva essere di una grandissima fede e di una umiltà non meno grande, credette.

Non altrettanto il marito.

Forse aveva sperato tutta la vita, aveva trascorso gli anni più belli nella vana attesa di un figlio, ora che nella vecchiaia s'era rassegnato alla sterilità della sua anziana donna, un angelo veniva ad annunziargli la cosa più impossibile di questo mondo.

La sua prima reazione fu quella di non credere. Era impossibile.

E diventò muto. "Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo"(LC 1,20).

Maria, la giovinetta pura, umile e innocente, che aveva consacrato a Dio la sua verginità, all'annuncio dell'angelo che Dio l'avrebbe prescelta a quell'onore cui molte giovani ambivano, di diventare la madre del Messia, non si lascia abbagliare dall'amor proprio, perché più forte è in lei l'amore di Dio: lei non verrà mai meno ad un voto fatto al suo Creatore e quando risponde all'angelo: "Com'è possibile? Io non conosco uomo", non vuol dire che non è possibile a Dio, ma a se stessa e l'unico motivo è che Lei non conosce uomo perché ha consacrato a Dio la sua verginità. Lei non dubita, ha solo timor di Dio, ha timore di offendere Dio venendo meno ad una promessa a Lui fatta. L'angelo comprende bene questo sacro timore e la rassicura: "Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell'Altissimo ti adombrerà". Maria rassicurata, non chiede di meglio che fare la volontà di Dio: servire Dio in ogni suo progetto. E rinfrancata risponde; " Ecco l'ancella del Signore: si faccia di me secondo la tua parola".(Lc 1, 27-38).

Maria, che aveva consacrato tutta se stessa, rassicurata sotto questo aspetto sapeva bene che il suo fiat non le avrebbe comportato rose e fiori, ma anche spine, tante spine, tanto dolore, a cominciare dalla lapidazione cui si esponeva da parte di chi non avesse creduto alla sua intatta verginità. Ma l'angelo annunziandole che la cugina Elisabetta era al sesto mese di gravidanza aveva detto che niente a Dio è impossibile (Lc 1, 37).Di questa affermazione farà esperienza anche Maria quando trovandosi al fianco il suo santo sposo ebbe da lui protezione, essendo stato anche Giuseppe eletto al compimento di questa prodigiosa missione(Mt 1, 19-21)

Maria ha fiducia nell'onnipotenza di Dio e confortata dalla sua fede e dalle parole dell'Angelo sa di poter rimanere fedele alla sua consacrazione, che non solo sarà confermata, ma rinsaldata nell'arco di tutta la sua vita, fino a quando si troverà vergine madre ai piedi di un Figlio crocifisso per pronunciare l'ultimo e supremo fiat.

Subito dopo l'annunciazione, spinta dalla carità, va a trovare l'anziana Elisabetta con la quale apre il cuore per esprimere tutta la sua gratitudine a Dio per averla scelta come sua serva, per averla degnata del suo sguardo, nonostante fosse un'umile creatura. L'Onnipotente ha fatto in Lei grandi cose e tutto questo santifica il nome di Dio e Gli dà lode. Maria continua a ricordare la grande misericordia di Dio dai tempi di Abramo fino alle future generazioni. (Lc 1, 46-56)

Nella sua incipiente maternità il suo cuore appartiene più che mai a Dio nella intatta verginità, nella consacrazione al suo Dio, per cui tutte le generazioni la chiameranno beata. Beata per la coerenza e la perseveranza nella sottomessa devozione a Dio e alla Sua volontà.

Maria conosceva la Scrittura e forse sentiva dentro di sé l'eco al fiat di recente pronunciato, non meno solenne di quello che pronuncerà sul Golgota quando diventerà madre del genere umano, riscattato dalla passione e dal sangue di quel figlio che Ella come umile serva del Signore aveva accolto e portava nel suo grembo perché si compisse la volontà redentiva di Dio.

La luce di Dio ha rischiarato la vita e l'anima di Maria, non un passo Ella mai fece che non fosse sulla scia di questa luce, che la vergine Madre ancora e sempre trasmetterà dal suo Cuore immacolato a tutta l'umanità.

A Zaccaria si sciolse la lingua quando arrivò il momento di dare il nome a suo figlio, quando, finalmente giunta anche a lui la luce dello Spirito Santo, dovette confessare l'onnipotenza di Dio.

Il Signore dell'universo, il grande Regista nello svolgersi degli eventi umani, per realizzare i suoi progetti, stabilisce i tempi della storia secondo un criterio divino che per noi esseri mortali è sempre imperscrutabile ed è un mistero da rispettare: Cristo si incarna "nella pienezza dei tempi" (Gal 4, 4) e, ancora, Cristo inizia la sua missione e a predicare il Vangelo dicendo "Il tempo è compiuto" (Mc 1, 15) e prima di compiere il primo miracolo a Cana dice: "L'ora mia non è ancora arrivata" (Gn 2, 4) anche se poi cede all'amore materno. E a Gerusalemme quando i suoi nemici "cercarono di arrestarlo nessuno riuscì a mettergli le mani addosso perché non era ancora giunta la sua ora" (Gv 7, 30). Così tutta la sua vita terrena è scandita secondo i tempi stabiliti dal Padre fino a quando nell'ultima preghiera prima della passione così si esprime: "Padre è giunta l'ora, glorifica il tuo figlio" (Gv 17, 1)

Anche Zaccaria riacquista la parola quando arriva l'ora di dare gloria a Dio, al quale indirizza la benedizione e il ringraziamento, inneggiando la sua misericordia

                                    

                                    "per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge"

                                                                                                       (Lc 1, 77)

 

Un sole che, nel tempo opportuno a ciascuno secondo la propria particolare missione, illuminerà della sua luce ogni anima fedele che Lo vuole servire per glorificarLo.

 

 

 

Dolore e Redenzione

 

Si suole dire che il dolore è mistero, ma forse il dolore è medicina, perché è amaro ma è la cura più indicata perché l'anima guarisca dal male che l'ha allontanata da Dio.

Prima del peccato originale il dolore non esisteva e se leggiamo con attenzione la Genesi notiamo come il dolore è evocato ad accompagnare Adamo ed Eva nella valle di lagrime.

Eva certamente con terrore si è sentita minacciare: "Con dolore partorirai i tuoi figlioli"(Gn 3,16).

Oggi potrebbe sembrare, a chi giudica con pregiudizio o superficialità, che ormai quella minaccia è sfatata, perché la scienza ha inventato il parto indolore. Ma partorire vuol dire dare alla luce ed è riduttivo intendere la parola di Dio limitata ad un solo fenomeno: mettere al mondo una creatura, nella valle di lagrime, per una madre comporta un continuo dolore, perché le sofferenze che si vivono in questa vita, sia di ordine materiale che psicologico, sono tante e una madre vive nel suo cuore ogni sofferenza della propria creatura, qualunque sia l'entità del dolore. Il dolore del parto non dura una frazione di tempo, ma è un dolore che continua nel tempo, da quando si dà alla luce una creatura dalle proprie viscere.

Altrettanto valida è la riflessione, relativamente alla taccia del pregiudizio e della superficialità, per tutto il resto della maledizione: "Sarai sotto la potestà del marito ed egli ti dominerà".Ormai questo è sorpassato, esiste la parità dei diritti e, se non bastasse, esiste il divorzio. Ma Dio non maledice i corpi, maledice la persona, che è costituita di corpo e anima. Siamo sicuri che alla separazione dei corpi corrisponda la separazione delle anime? Non si può continuare ad essere feriti nell'anima anche dopo una separazione legale? E l'illusione di sanare una ferita accogliendo nella propria vita un altro uomo è garanzia di vittoria? Spesso nella vita di una donna gli uomini si susseguono e questo è segno evidente di una maledizione che continua a colpire ogni volta.

Anche ad Adamo suonò certamente assai dura la maledizione: "Essa (la terra) ti produrrà triboli e spine…..col sudore della tua fronte mangerai il pane". (Gn 3, 17-19).

E' una maledizione che sintetizza la gravosa pena della sopravvivenza.

Non è il caso di prenderla alla lettera e in modo circoscritto. E' una maledizione che vale anche per chi si nutre di riso anziché di pane e vale anche per chi nel terzo millennio non lavora la terra, ma svolge altre attività per la sopravvivenza.

Sopravvivenza che fa sentire il peso dell'angoscia anche, e specialmente, a chi vive senza un lavoro e la maledizione se la porta addosso ugualmente, soprattutto nella mano protesa, che bussa o chiede, per ricevere solo "triboli e spine".

La parola di Dio è infallibile e non c'è scienza umana che la possa far tacere. Il problema della sopravvivenza in dimensioni elevate colpisce, ferisce e a volte avvilisce fino al suicidio anche i nababbi della terra, perché, in ultima analisi, è stato il proprio io la vera maledizione dell'uomo, che essendosi preposto a Dio, col suo egoismo si è automaledetto: non è mai pago di quello che ha, non è soddisfatto di se stesso, perché si porta dentro di sé la maledizione da quando fece il primo errore e voleva diventare come Dio.

L'uomo nella valle di lacrime, perduto Dio, perdette la felicità e conobbe il male di cui il dolore è la prima espressione.

All'uomo che conosceva il Bene sorrideva la felicità, all'uomo che conobbe il male sghignazza il dolore.

Ma il dolore è medicina.

Nel dolore l'uomo riconosce la sua debolezza, anzi è costretto a scendere dal falso piedistallo della sua superbia.

Chiede aiuto, quindi si umilia. Spesso non può mascherare la sua umiliazione nemmeno con la spavalderia del denaro per comprarsi la salute o la felicità, perché la scienza, dai superbi glorificata per annientare Dio, non fa miracoli.

E allora l'uomo, nel dolore e nel bisogno, cerca Dio.

Nel momento del dolore il cuore dell'uomo spesso si unisce al cuore di Dio, si eleva al di sopra e al di là delle cose del mondo e con speranza, con fiducia Lo invoca: solo in quel momento si rende conto che Dio con la sua onnipotenza sta al di sopra di tutto e per questo l'uomo invoca la sua misericordia.

Spesso quindi il dolore determina il momento in cui l'uomo scopre Dio, è il momento in cui ha la certezza che non può nulla senza Dio, perché tutto è nelle sue mani, Egli è il Creatore, principio e fine di tutto: la vita è nelle mani di Dio ed ecco che un peccatore ritrova Dio: spesso il dolore è quella medicina che salva le anime.

Il santo invece benedice il dolore, perché nel dolore si sente unito al Cristo crocifisso per continuare la redenzione nel Corpo Mistico.

Dio è Sommo Bene ed è Verità.  

A differenza di tutte le altre creature che amano per l'unico scopo di perpetuare la creazione, soggetta a leggi da Dio stesso stabilite, Dio ha dotato l'uomo di libertà affinché, con privilegio unico, soltanto egli nell'intero universo potesse amare liberamente lo stesso Dio.

Quando , abusando della libertà, volle conoscere il male, fu libero di decidere e farne esperienza.

La maledizione di Dio pertanto equivale a prendere atto di ciò che l'uomo voleva, in piena coscienza e libertà: l'uomo libero decise di fare esperienza del male e la fece.

Ma Dio collegò il male, operato da Satana e accettato dall'uomo, con un campanello d'allarme: il dolore. Perché con quello l'uomo si rivolgesse a Lui e si ricordasse di Lui e ritornasse a Lui.

In assenza del dolore, quando l'uomo si illude di essere padrone e signore assoluto di tutto, col presunto pieno diritto di interferire sulle leggi stesse della natura, da Dio stabilite, si ricorda forse di Dio? China forse il capo per onorare la maestà di Dio? O forse glorifica e ringrazia Dio al quale deve tutto?

Si ricorda di Dio nel dolore, quando non ha più appiglio umano né fiducia nell'uomo, neppure in se stesso.

Dio Verità e Sommo Bene, Dio dell'amore, alla maledizione fa echeggiare la promessa della redenzione e nella pienezza dei tempi il Verbo dagli spazi infiniti dell'eternità, rivestito di carne nel grembo di una Vergine, venne a portare la luce nel mondo delle tenebre, nella valle di lacrime. Dio nella persona umana di Gesù diventa Via, Verità e Vita per la redenzione dell'umanità.

Gesù porta la luce della Verità facendo conoscere agli uomini il Padre, insegna quale è la vita, la vera vita e il suo valore, che consiste non in ciò che è passeggero in questo esilio terreno, ma nella vita per la quale l'uomo era stato creato, la vita in unione con Dio nell'eternità in cui l'anima troverà la sospirata felicità mai trovata sulla terra, lontano da Dio.

Il Verbo venne per portare la luce del regno di Dio nelle tenebre del regno di Satana.

E le tenebre non lo compresero (Gv 1, 5) e fu crocifisso.

Fu l'ultimo trionfo apparente del male, della morte, di Satana che ancora si illudeva di essere più forte di Dio.

Ma la luce di Dio è eterna e con la Risurrezione torna a risplendere e la vita trionfa sulla morte e il Bene sul male.

Questa è la Redenzione: l'umanità peccatrice ritorna all'abbraccio del Padre, purificata e redenta dal sangue innocente del Salvatore.

Gesù, agnello immacolato, si è addossato tutti i peccati degli uomini e con l'olocausto di se stesso ha redento l'umanità peccatrice, con la sua morte muore il peccato, il suo sangue divino versato nel dolore disumano della sua amara passione, ne cancella ogni traccia.

Ma l'umanità redenta, pur tuttavia rimane libera, perché la libertà è la prerogativa che distingue l'essere umano da qualunque altro essere del creato e il marchio del peccato originale se lo porterà sempre come atavico retaggio. E la redenzione continua, perché gli esseri umani continuano a peccare. E' la debolezza della loro natura umana che, essendo corrotta dal peccato originale, li rende fragili e facilmente vulnerabili nelle tentazioni e Satana ne approfitta. Ma , grazie alla redenzione, ora gli esseri umani possono pentirsi e riabilitarsi, liberi di riscattarsi dalla schiavitù del peccato però, finchè l'umanità continuerà a peccare nonostante la redenzione, continuerà il dolore.

Il dolore non è quindi un mistero, bensì la conseguenza del peccato e diventa meritorio se la sofferenza è accettata con piena adesione alla Volontà di Dio e unita ai patimenti di Cristo.

Gesù nel Getsemani, nella piena coscienza di quanto dovrà patire, ha un momento di umana debolezza e prega il Padre affinché allontani da lui il calice amaro del dolore.

"Ma sia fatta la tua volontà non la mia".(Mt 26, 39 Mc 14, 36 Lc 22, 42)

E il calice lo bevve fino all'ultima goccia.

Altrimenti non ci sarebbe stata la redenzione: doveva morire per risorgere, affinché la vita e quindi il Bene trionfasse sulla morte e quindi sul male.

Cristo risorto è nella gloria della SS.Trinità, ma continua a soffrire nel suo Corpo Mistico, di cui noi, tutta la cristiana assemblea, facciamo parte: la nostra sofferenza, il nostro dolore costituiscono il tesoro che continuamente riscatta l'umanità peccatrice.

La sofferenza dei santi, degli innocenti è quella che più si identifica con la sofferenza di Cristo in croce, vittima santa e innocente e il dolore umano unito al dolore del Cristo, divino Redentore, acquista un valore infinito.

I Santi hanno accettato, cercato, benedetto e amato il dolore, poiché nel dolore fermamente credevano e si sentivano uniti a Cristo nella missione più sublime, la redenzione, che della creatura umana fa tutt'uno con Dio già da quando è ancora in questa terra.

I Santi che abbracciano la croce nella quale vedono il Cristo straziato e sanguinante attendono con la pace che dà solo la fede, che è Grazia, di risorgere con Lui e tornare alla felicità per la quale Dio ci ha creati.

 

 

 

Valore del dolore

Nell'Antico e nel Nuovo Testamento

 

"Uomo integro e retto, timorato di Dio e alieno dal male"(Gb 1)

Così è definito nel libro sapienziale, che porta il nome di Giobbe, colui che è rimasto nella tradizione il paziente per antonomasia.

Era un uomo retto, religioso e ricco. Era quello che nella Bibbia è presentato come un uomo esemplare: amava i suoi figli e, al di sopra di tutto, il Creatore. Quando in una disgrazia perde i figli e tutti i suoi beni, con devota e fedele ubbidienza alla volontà di Dio, dice: "Nudo sono uscito dal ventre di mia madre e nudo vi farò ritorno! Il Signore ha dato e il Signore ha tolto; sia benedetto il nome di Dio".(Gb 1, 21)

Ma ecco che lo colpisce anche la malattia e Giobbe con la sua pazienza, nonostante avesse già perduto i figli, i beni e anche la salute, rimane fedele a Dio: "Se abbiamo ricevuto dalla mano di Dio i beni, perché non accettarne anche i mali?"(Gb 2, 10) Così risponde alla moglie, che è la prima ad abbandonarlo nel momento in cui sarebbe stato opportuno il suo conforto, data la naturale, comprensibile depressione causata dalle circostanze particolari di una durissima prova.

Giobbe aveva già accettato sofferenze materiali e spirituali, che gli avevano fatto raggiungere il colmo della sua pazienza nelle disgrazie precedenti, ma quelle sofferenze erano nei disegni di Dio e i disegni di Dio sono imperscrutabili e incensurabili. In questo Giobbe aveva trovato la rassegnazione.

Quando, però, a farlo soffrire sono la moglie e poi anche gli amici, per di più insinuando con fare spregiudicato la calunnia, la sofferenza diventa molto più amara e Giobbe , fragile creatura umana, nel sentirsi dire che la giusta causa della sua malattia e di tutti i dolori precedenti è il meritato castigo dei suoi peccati, entra in crisi.

Qual è il peccato di cui Dio lo vuole punire?

Egli fruga nella sua coscienza, ma non trova alcunché che possa avere offeso Dio.

"La mia coscienza non mi rimprovera uno solo dei miei giorni. (27, 6) Ho forse negato ai poveri quanto desideravano? Ho lasciato languire gli occhi della vedova? Ho forse mangiato da solo il mio tozzo di pane, senza spartirlo con l'orfano?..........Se mai ho visto un misero privo di vesti e un indigente senza abito, non mi hanno forse benedetto i suoi fianchi e non si è riscaldato con la lana dei miei agnelli?.......Ho forse riposto la mia fiducia nell'oro, mi sono forse compiaciuto dell'abbondanza dei miei beni?.......Mi sono forse rallegrato della disgrazia del mio nemico e ho esultato perché lo colpì la sventura? Non ho permesso neppure alla mia bocca di peccare, augurandogli la sua morte con un'imprecazione!.........Il forestiero non passava la notte all'aperto, io aprivo le porte al pellegrino……"(31, 16-32)

Grandi e molti sono i meriti di Giobbe. Perché Dio lo sottopone a prove così dure da portarlo sull'orlo della sfiducia e della disperazione? Ma che senso ha allora la sua vita?

La disperazione viene da Satana, non è mandata da Dio, ma è Satana che fa di tutto per renderlo peccatore. Dio lascia fare. Perché ? Perché a Giobbe mancava ancora l'umiltà.

Egli accetta il male , ma solo se viene da Dio, di fronte al quale tutti siamo impotenti. Ma dagli amici no, si sente ferito nell'amor proprio, per non dire nell'orgoglio ed è vinto da un satanico senso di ribellione.

Pazienza significa patire ogni male, sia quello che viene da Dio che quello che viene dagli uomini, perché anche quello è permesso da Dio per i suoi misteriosi disegni. Ma Giobbe è nello smarrimento e Satana approfitta della sua debolezza per fargli perdere la fede. E' il primo passo. Ormai Giobbe è in pieno potere di Satana e Giobbe sfiduciato con la fede perde anche la pazienza, non accetta più la volontà di Dio: "Perisca il giorno in cui sono nato e la notte che ha detto "è stato concepito un uomo"(Gb 3, 3). Osa mettersi in discussione con Dio al quale chiede il perché del suo dolore: "Quante sono le mie colpe e i miei peccati? Fammi conoscere le mie trasgressioni e le mie mancanze! Perché nascondi il tuo volto e mi consideri come un tuo nemico?........"(Gb 13, 23-24).

Osa perfino giudicarLo ingiusto: "Egli se ne ride della disgrazia degli innocenti. Lascia la terra nel potere dei malvagi" (Gb 9, 23-24).

Solo chi si spoglia dell'amor proprio può amare Dio con tutta l'anima.

La ribellione di Giobbe nei confronti di Dio è causata dal giudizio degli amici, perché si può amare Dio, si può amare il prossimo, ma quando al di sopra di tutto si ama il proprio io, questo amore satanico eclissa l'amore del prossimo e perfino l'amore di Dio.

Il paziente Giobbe non aveva rinnegato se stesso, non aveva raggiunto quel grado di umiltà che rende l'uomo degno di Dio, perché lo eleva nella perfezione. E quel Dio "che atterra e suscita" come dice il Manzoni, permette che Giobbe sia tentato, perché diventi umile, di quella vera umiltà, che Dio ci ha insegnato. Egli, che è somma pazienza e fedele nell'amore, dopo avergli fatto toccare il fondo della sua miseria, sa come restituire il paziente Giobbe alla grazia di prima, purificato dal dolore.

Lo abbaglia con la luce della sua Onnipotenza, che splende in tutto il creato, gli fa prendere coscienza della sua presunzione nell'avere osato chiedergli ragione del suo operato: "Dov'eri quando io mettevo le basi della terra? Dillo se hai tanta sapienza! (Gb 38, 4)

Se perde la grazia, l'uomo è piccino anche di fronte a certe creature, non conta nemmeno al confronto con il leviathan: "Metti su di lui la mano, pensa alla lotta! Non ricomincerai, vedi come è fallita la tua speranza; al solo vederlo uno resta sgomento."(Gb 40, 32 ; 41, 1)

Il leviathan, cioè il coccodrillo, con la sua potenza rappresenta la forza di tutti gli animali in sommo grado; in lui i Padri vedevano raffigurato il demonio, di fronte al quale l'uomo è facile preda. E' meglio quindi che ne stia lontano. Ma se così terribile è una creatura che la prudenza consiglia di non affrontare, si tratti del male o dell'allegoria di esso, chi oserà combattere con Dio creatore?

E Giobbe diventa umile: "Riconosco che puoi tutto e nessun progetto ti è impossibile. Chi è colui che denigra la provvidenza senza nulla sapere? Ho detto cose troppo superiori a me, che io non comprendo."(Gb 42, 2-3)

Dio anche nell'Antico Testamento si manifesta buono e misericordioso. Ha permesso che Satana mettesse a dura prova Giobbe, perché questi attraverso la sofferenza diventasse umile. E' nel dolore che spesso l'uomo prende atto della sua impotenza e accetta la volontà di Dio. E Dio perdona il lamento del sofferente, quando non è ispirato dall'odio, e non violenta la sua libertà. Aveva chiesto infatti a Giobbe: "Colui che disputa con l'Onnipotente si ritira? Colui che critica Dio, voglia rispondere!"(Gb 40, 2)

"E Giobbe rispose al Signore così: Ecco sono ben piccino, che cosa posso replicare?"(40, 3-4)

Giobbe riconosce umilmente di avere parlato senza cognizione, presumendo di sé, e, avendo riconosciuto la sua immensa inferiorità dinanzi a Dio, chiede perdono di quanto imprudentemente

ha detto e promette di fare penitenza. "Perciò mi ricredo e mi pento sulla polvere e sulla cenere."(42, 6)

Ma quello che tocca il cuore di Dio è il perdono di Giobbe ai suoi nemici, che erano stati crudeli, spietati con Giobbe e ingiustamente lo avevano calunniato. Per questo "gli rese il doppio di tutto ciò che aveva posseduto" nonostante quelli avessero parlato in Sua difesa, ma non "con rettitudine".(Gb 42, epilogo)

Nell'Antico Testamento come Giobbe ci sono altri uomini che, nonostante le loro virtù, hanno offeso Dio, ma poi si sono pentiti e hanno riacquistato la sua grazia. Ne è conferma lo stesso Davide, per non citarli tutti.

Giobbe è l'esempio più rilevante perché con veemenza oltremodo ardita si mette in discussione con Dio, ma poi si umilia, si pente e diventa l'esempio più toccante della misericordia di Dio. Misericordia che si manifesta, per dovere di precisione, a cominciare da Adamo, al quale, nonostante il suo peccato, Dio contrappone un salvatore. 

E nel Nuovo Testamento l'uomo che rappresenta tutti gli uomini peccatori, assumendone i peccati su di sé per la loro salvezza, è Gesù.

Non è da poco la differenza tra Gesù e Giobbe, che anzi è incommensurabile, indefinibile ed è che Gesù è il Cristo, il figlio del Dio vivente, di sostanza divina nella persona umana. Ma come uomo anch'Egli è tentato da Satana, anch'Egli soffre fino a dire sulla croce "Dio mio, perché mi hai abbandonato?"(Mt 27, 46)

Anche Cristo come Giobbe soffre il dolore reso più amaro dalla calunnia e dall'abbandono:"Disprezzato, ripudiato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si copre la faccia, disprezzato, sì che non ne facemmo alcun caso. Eppure portò le nostre infermità e si addossò i nostri dolori. Noi lo ritenemmo un castigato, un percosso da Dio e umiliato. Ma Egli fu trafitto a causa dei nostri peccati, fu schiacciato a causa delle nostre colpe.(Is. 53)

Ma, a differenza di Giobbe, Cristo "come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aprì bocca".(Is 53)

Il dolore di Giobbe è il dolore naturale con cui si espia il peccato originale, che ha reso schiava la natura umana, soggetta a qualsiasi conseguenza della sua miseria e della sua fragilità.

Il dolore di Cristo è il dolore redentivo di questa miseria e fragilità umana. E' il dolore dell'uomo-Dio, cioè del Dio che si è fatto uomo per salvare l'umanità. E, da uomo, Cristo soffre come la natura umana può farlo soffrire. Ma da Dio la sua sofferenza santifica e sublima il dolore.

In Cristo siamo stati giustificati: "Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno".(Lc 23, 34) Il figlio di Dio non s'incarna per imparare ad essere umile, non soffre per diventare umile. Egli è l'umiltà, l'esempio dell'umiltà: "Imparate da me che sono umile".(Mt 11, 29) La sua divinità non gli fece disdegnare di assumere la natura umana: "Non stimò un bene irrinunciabile l'essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso prendendo natura di servo, diventando simile agli uomini; e apparso in forma umana si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce"(Fil. 2, 6-8). L'amore di Dio creatore e l'umiltà di Dio che si fa uomo hanno redento l'umanità dal peccato di superbia, causa del peccato originale.

Dio aveva perdonato anche prima che Cristo dalla croce invocasse il perdono del Padre sull'uomo peccatore. Aveva perdonato a Giobbe, a Davide e a tanti altri personaggi dell'Antico Testamento, come è stato già detto.

Dio aveva manifestato col perdono la sua misericordia durante la loro vita umana: "E il Signore benedisse la nuova condizione di Giobbe più della prima.(Gb epilogo, 12)

Ma è Cristo che ottiene col suo sangue innocente che la misericordia di Dio, al di là della vita umana, accolga l'uomo, oltre che nel perdono, nell'amicizia eterna col Padre, nella nuova ed eterna alleanza ( I Cor. 11, 25).

La misericordia di Dio nell'Antico Testamento è in vista della redenzione: "Tutto per mezzo di lui fu fatto e senza di Lui non fu fatto nulla di ciò che è stato fatto (Gv prologo).

Cristo soffre come Giobbe, perdona come Giobbe, ma a differenza di Giobbe, che soffre soltanto come uomo, Cristo soffre con la natura di uomo ma con l'amore infinito di Dio. Il perdono di Giobbe ai suoi ingiusti calunniatori attira la grazia di Dio su Giobbe stesso in questa vita temporale. Il perdono di Cristo è la redenzione dell'uomo: il trionfo sul peccato e sulla morte, la vittoria del Bene sul male, per la salvezza di tutti.

"Non crediate che io sia venuto ad abrogare la legge e i profeti; non sono venuto ad abrogare, ma a compiere"(Mt 5, 17).

E Isaia conclude quell'orrida visione di pene e di tormenti, di sofferenza e di dolore con una bella promessa di luce e di salvezza: "Perciò gli darò in eredità le moltitudini e distribuirà il bottino insieme ai potenti, perché ha offerto se stesso alla morte e fu computato fra i malfattori. Egli invece portò il peccato di molti e intercedette per i peccatori." (Is. 53)

Giobbe è l'uomo retto che ha molti meriti di fronte a Dio, ma deve soffrire per umiliare se stesso; le virtù di cui lo stesso Giobbe fa un lungo elenco nell'esame introspettivo della sua coscienza riportano la nostra mente alle beatitudini del discorso sulla montagna, o alle varie parabole sulle virtù che indicano all'uomo la via verso il Regno del Padre. Ma le virtù di Giobbe hanno valore sul piano personale, mentre le beatitudini, premio eterno dell'uomo redento, e tutte le virtù da Gesù predicate, se osservate in Suo nome, in piena libertà, acquistano un valore universale perché, vissute per Cristo, con Cristo e in Cristo, fanno dell'uomo una sola persona con il Salvatore e nel Suo Corpo Mistico continua la Redenzione in onore e a gloria di Dio.

Giobbe, vittima di un giudizio errato degli amici, che sbagliavano nel dire che le sventure sono sempre punizioni di colpe personali, contesta questa loro posizione perorando la causa del dolore innocente, ma difende una causa personale, adducendo a testimonianza di se stesso la propria coscienza.

Cristo è vittima innocente, immolata per la salvezza di tutti e "come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aprì bocca." Cristo non contesta. Si offre. Il dolore di Cristo ha un valore redentivo, universale.

Cristo ha portato il Regno di Dio sulla terra e la beatitudine dell'uomo redento comincia in questa vita temporale: "Tanto è grande il ben che aspetto che ogni pena m'è diletto." (S.Francesco d'Assisi)

Il dolore esiste perché purifica l'uomo: così è stato per l'uomo Giobbe nell/Antico Testamento, così è per l'uomo da Cristo redento.

Il Nuovo Testamento è la parola di Dio che da uomo ci insegna la Via e la Verità per arrivare con Lui alla Vita eterna, riscattati dal peccato originale, grazie ai suoi meriti. Così il maestro che aveva detto: "Non son venuto ad abrogare la legge e i profeti, ma a compiere" conclude la sua venuta a braccia aperte in croce e le sue ultime parole sono: "Tutto è compiuto." (Gv 19, 30)

La via della salvezza che ci ha insegnato è quella del dolore, da Lui stesso percorsa. Ma chi cammina in questo mondo con Cristo, con Cristo risorgerà perché il dolore vissuto alla luce del Vangelo con Gesù diventa un giogo soave, un peso leggero (Mt 11, 30)

Camminare con Cristo significa infatti camminare con lo Spirito Santo che è amore e fortezza, significa andare incontro alla perfezione di Dio, che è pace e felicità eterna: a quelli che in questo mondo scelgono il regno di Dio, Cristo dice: "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste"(Mt 5, 48). Egli fa piovere sui buoni e sui cattivi e la vera umiltà è quella vissuta in piena carità di Dio, amando in Dio i buoni e i cattivi.  

 

 

 

La vera felicità

 

Leggiamo nel libro della Genesi: "Finalmente Dio disse: Facciamo l'uomo secondo la nostra immagine."

Era la fase conclusiva della creazione, ma quella più cara al Creatore, che aveva voluto coronarla con la più nobile delle creature, quella che era rappresentata nella sua mente ancor prima della creazione stessa dal Verbo, che "era in principio presso Dio e tutto per mezzo di Lui fu fatto" (Gv 1,2-3)Dio creò l'uomo a sua immagine e volle che dominasse su tutto e che tutto gli appartenesse, perché fosse felice. Dall'essere umano voleva solo amore e quindi fedeltà e quindi ubbidienza.

Ma l'uomo invece di amare Dio, al di sopra di tutto amò se stesso; il suo egoismo lo indusse alla trasgressione e col peccato originale perdette quella felicità che Dio gli aveva elargito e che in Dio aveva già goduto. Conobbe il male, come aveva voluto. Perdette il bene e dall'Eden si ritrovò in una valle di lacrime.

Nel mondo delle tenebre, dove era precipitato da quello della luce, iniziò la ricerca tormentosa della felicità perduta nel miraggio delle cose terrene. Ma, proprio come un miraggio, la felicità gli sfuggiva sempre. Niente glie la poteva dare.

Allora, invidioso degli altri, pensando che gli altri fossero felici, cominciò a desiderare le cose altrui e, sempre convinto dal suo egoismo e quindi dall'invidia , usò quando lo riteneva opportuno la violenza per rubare ciò che aveva desiderato e che certamente, estorcendolo, avendolo posseduto lo avrebbe reso felice. Così, da una lotta all'altra, da una guerra all'altra, cercando la felicità, che intendeva rubare agli altri, invece di raggiungerla, la perdeva sempre più.                       

Il tempo passava, le generazioni si susseguivano e l'uomo, inseguendo un falso bene, si allontanava sempre più da quella felicità per la quale Dio lo aveva creato e che solo nella pace con Dio e in Dio poteva trovare.

Nella divina visione della futura redenzione, Dio richiamava il suo popolo e non smetteva di ammonirlo per mezzo dei Profeti, perché Dio è fedele e, nonostante tradito, non ha smesso mai di amare l'umanità, anche quando col peccato e con la morte era precipitata nel tempo.

E, misericordioso, Dio attendeva l'ora della riconciliazione, nella pienezza dei tempi.

Il momento più significativo di questo desiderio di salvare l'uomo è quello in cui sul monte Sinai Dio dà a Mosè il Decalogo.

Il decimo comandamento della legge di Mosè: "Non desiderare la roba altrui" è quello che Dio detta sul Sinai per ultimo, forse perché l'eco di questo comandamento potesse avere più piena e ampia risonanza, essendo quello che più degli altri voleva che restasse indelebile nelle coscienze umane: esso è un ammonimento contro il primo peccato dell'uomo, il più grave, quello originale. Infatti a che cosa è dovuto il peccato dei nostri progenitori se non all'invidia del bene altrui? E chi era "altrui" per Adamo ed Eva se non il Creatore, Dio stesso?L'unico Onnisciente? Perché anch'essi non avrebbero dovuto avere come Lui la conoscenza del bene e del male, per essere come Lui? Così aveva subdolamente insinuato e falsamente prospettato il serpente, per tentare le loro anime. Ed essi, volendo rubare a Dio tale privilegio, non esitarono a disubbidire, vinti dal proprio egoismo.

Da qui il peccato e quindi la perdizione.

"Nihil sub sole novi: non vi è nulla di nuovo sotto il sole."(Ec. 1,11)

Così dice il Cohelet. Ogni generazione infatti ripete quanto hanno fatto le generazioni precedenti. Le incongruenze e gli errori si ripetono e si ripeteranno, finchè l'umanità continuerà a correre dietro le vanità, continuando a cercare nel falso miraggio del successo, della ricchezza, del potere e di tanti altri idoli, che hanno preso il posto di Dio, quella felicità che, invece, solo in Dio può trovare.

Non è retorica: di tale triste realtà ci offre ampio repertorio nel nostro tempo la nostra società. E, come Adamo, anche l'uomo di oggi non riconosce i suoi errori ed è pronto ad incolpare gli altri, sui quali declina le proprie responsabilità.

C'è da dire che l'uomo redento è ben più colpevole di Adamo ed Eva, perché venne nel mondo la Luce. "Era la luce vera che illumina ogni uomo…..e il mondo non lo riconobbe…..e i suoi non lo accolsero."(Gv prologo)

E l'uomo, vinto dal suo egoismo nella natura corrotta, continua ad usare la sua libertà per offendere Dio col peccato.

Il peccato è un veleno che uccide l'anima e chi presume di saziare la sua sete di felicità lontano da Dio, nell'incessante desiderio di possedere il bene altrui, e, quando non può, cerca di illudersi con la droga o con l'alcol o con qualsiasi altro vizio, spesso arriva perfino al suicidio, vittima di una crisi esistenziale. E' quello che ci addolora ogni giorno.

L'antidoto contro il peccato di Adamo, che ha corrotto la natura umana, e contro il quale il celeste Padre nel decimo comandamento del Sinai ci lascia l'eco più viva, è venuto a portarlo Gesù, Via, Verità e Vita.

Siamo ormai nella pienezza dei tempi, e il Verbo incarnato non è venuto per abrogare la legge e i profeti, ma per compiere.(Mt 5, 17)

E da un altro monte, giustamente detto delle Beatitudini, completa la legge del Sinai, che, ammantata della misericordia cristiana, più che una legge imperativa come quella dei dieci comandamenti, diventa un invito alla vera felicità, la via da percorrere per tornare allo stato di beatitudine della primitiva genesi.

E' una via dolorosa, ma diventa luminosa, se si percorre in vista del traguardo, che è il Paradiso. "Tanto è grande il ben che aspetto che ogni pena m'è diletto", Così amava ripetere S. Francesco d'Assisi.

 Cristo su quella montagna detta la Magna Charta del Cristianesimo e col discorso della montagna rivoluziona i principi che l'umanità, sobillata da Satana e ottenebrata dal peccato aveva sostituito a quelli che Dio aveva alitato nella creazione, quando era ancora innocente.

E Cristo comincia da dove il Padre aveva finito: "Non desiderare la roba altrui".

Questo alla fin dei conti è il peccato che scatena tutti gli altri ed è strettamente connesso col settimo comandamento "non rubare" al quale non si può dare un significato strettamente limitato al furto di beni materiali. Abbiamo già visto come fin da principio Adamo ed Eva trasgredirono per rubare a Dio la conoscenza del bene e del male, si direbbe con linguaggio umano e più che mai attuale per rubargli il potere.

Questo peccato trae la sua scaturigine direttamente dall'egoismo ed è il primo anello di una catena di trasgressioni. Per rubare l'oggetto di un desiderio illecito, che è roba altrui, spesso si arriva all'omicidio e, senza aborrire il fratricidio, si arriva fino alle guerre catastrofiche dei nostri tempi. E addirittura ci sono figli che, per mettere le mani sul patrimonio ancor prima del tempo, mandano all'altro mondo i genitori o li scaricano in un ospizio dove li abbandonano, peccando contro il quarto comandamento. E che cos'è l'adulterio se non il possesso illecito dell'oggetto di un desiderio pervertito dall'egoismo, che non esita a spingere un essere umano fino alla falsa testimonianza, al di là di ogni norma e di ogni scrupolo? Ne abbiamo esempio nella stessa Bibbia, in cui solo grazie all'intrvento provvidenziale di Daniele Susanna scampa alla lapidazione.(Dn 13)

Non desiderare la roba altrui: la trasgressione di questo comandamento è il satanico veleno che manda in rovina l'umanità, è il desiderio che genera altri desideri illeciti e peccaminosi.

Ed è quello che Gesù prende di mira per primo. E contro questo veleno ecco l'antidoto: "Beati i poveri in spirito" cioè chi ha il cuore distaccato da ogni bene o ambizione o cupidigia terrena: di essi è il regno dei cieli (Mt 5, 3-4)

Egli, che è Via, ci insegna la via della salvezza: "La vita di un uomo non dipende dai suoi beni, anche se è molto ricco."(Lc 12, 33) E "Se un uomo riesce a guadagnare anche il mondo intero, ma perde la vita eterna, che vantaggio ne ricava?" (Mc 8, 36) ecc. ecc.

Egli è anche Verità e di quello che ci ha insegnato ci ha dato esempio in prima persona : nacque povero in una stalla, dove la sua culla fu una mangiatoia, visse i primi disagi nella fuga in Egitto e anche dopo, sempre, nella povertà: "Le volpi hanno una tana, gli uccelli hanno un nido, ma il figlio dell'uomo non ha  un posto dove poter riposare".(Lc 9, 58)

Come una sposa la povertà seguì fedelmente il Cristo durante tutta la sua vita e lo accompagnò anche sulla croce, privilegio questo che non fu concesso nemmeno alla Madre "Sì che (dice Dante nel Paradiso, canto XI ) dove Maria rimase giuso ella con Cristo pianse in su la croce."

Il messaggio del Verbo incarnato fu ben recepito da S. Francesco, il quale ben lungi dal desiderare la roba altrui, si spogliò di tutto e di se stesso, di qualsiasi attaccamento a qualsivoglia dei beni terreni, divenendo sposo fedele di madonna Povertà sulle orme di Cristo.

Egli alle vie del mondo che conducono a eterna perdizione, preferì portare la croce con Gesù lungo la via erta e stretta del Calvario, fino alla crocifissione finale, sulla nuda terra, dove come Cristo volle morire ignudo.

Il grande Santo ben sapeva che vivere come Cristo e morire con Cristo significa risorgere con Lui che è Vita, la vera vita, quella eterna per la quale il Padre aveva creato i progenitori del genere umano e nella quale si trova la felicità vera, quella che non delude perché non sfugge e non tramonta come falso miraggio.    

 

 

 

Una finestra nell'anima

 

Ogni essere umano è in cammino per raggiungere una meta.

Qualcuno ha ben chiara la meta da raggiungere, ma i più vanno frastornati, senza sapere dove.

E vanno con ansia, vanno in fretta e fanno continuamente i conti col tempo, che a volte sembra non passi mai, ma alla fine ci si accorge che passa veloce.

Spesso nel cammino si è disorientati da un senso di smarrimento, l'atmosfera non sempre è confortevole e le giornate affannosamente grigie.

E' grande il desiderio della luce per chi percorre le vie del mondo, ma la luce è lontana, perché è sempre difficile trovare subito la via giusta che porta alla luce vera.

Molto spesso si scambia la luce vera, quella che potrebbe illuminare l'anima e renderla gioiosa, con la luce di una vetrina e quando, dopo tanto affanno, si raggiunge quella luce, oh che amara delusione! E' una luce falsa, la luce di una vetrina dietro alla quale stanno tante cose inutili, che, una volta a portata di mano, ti dicono che non servono, sono vanità, non ti danno nemmeno un barlume di quella gioia che cercavi nella luce vera.

Beati quelli che trovano la via giusta, ancora più beati quelli che la trovano subito e vanno diritti alla meta.

La mia strada è stata affannosa, tortuosa e spesso spinosa, l'ho percorsa in un grigiore faticoso, perché vedevo la luce, ma era tanto lontana e mi sembrava irraggiungibile.

Come desideravo la luce e quanto mi faceva soffrire la sua lontananza!

Ma ad un tratto, come se mi fossi svegliata, ecco la luce!

Ora che la vedevo con chiarezza, anche se era ancora lontana, io non la sentivo più lontana, perché i miei occhi la vedevano ed era come se l'avessi raggiunta, perché il grigiore che mi circondava io non lo vedevo più, i miei occhi vedevano la luce, solo la luce e, quando si vede la vera luce, non esiste più la sua lontananza, perché, quando se ne riempiono gli occhi, essi non vedono altro, se non la luce.         

Ora la mia strada è un sentiero che mi sembra si snodi in mezzo a tanto verde e la cosa più confortevole è che da una finestra che mi si è aperta nell'anima vedo chiara la meta; e questo mi dà tanto coraggio, perché ho fede di raggiungerla.