Dal Mistero alla Misericordia

 

Meditazioni

 

 

Introduzione

 

 

Mistero solitamente si definisce qualcosa che non è intuibile, e tanto meno è possibile spiegare con

argomenti razionali, qualcosa di cui un velo impedisce una evidente conoscenza.

Un velo di candore, una luce divina avvolge Maria di Nazareth con una luminosità intensa tanto da occultare alla limitata capacità umana di vedere oltre l’orizzonte delle sue facoltà.

Uno di questi aspetti difficili da penetrare è l’Immacolata Concezione, un altro è la Verginità nel concepimento e nel parto e, ancora, l’Assunzione; per dire gli aspetti più grandiosi e per non osare esprimere alcun commento, non essendone all’altezza, sulla perseveranza nella virtù in ogni momento della sua vita, spesso in modo unico più che eroico, esempio di perfezione all’intera umanità.

Maria è il mistero più arcano di tutta la creazione, tanto che è l’unica creatura che ispira una devozione tanto rispettosa, profonda, avvincente e tanto sentita che con tutto il cuore l’accogliamo nell’anima come inscindibile da Dio, di cui è umile e glorioso riverbero nei cieli come sulla terra Gli fu umile ancella e Madre santa.

Nella santa cellula che è la Chiesa, Dio Verbo è il nucleo, Maria è la membrana che lo avvolge con lo splendore delle sue straordinarie virtù e, attraverso questa sacra luminosità, lo Spirito Santo, fonte dell’eterna Luce, ha ispirato la Chiesa, che, con i dogmi e la liturgia ci dà possibilità di conoscerLa, amarLa e venerarLa col cuore e con la mente come la degna Madre di Dio.

Meditare sugli aspetti misteriosi della vita di questa celestiale creatura, aspetti che rappresentano momenti di straordinaria e particolare importanza per tutta l’umanità, oltre che far meditazione vuol dire onorare Maria e glorificare Dio.

Pertanto io dedico a Lei questa modesta raccolta di meditazioni, invocando la sua benedizione, affinché con la luce del suo esempio ci illumini la mente e ci guidi nel quotidiano cammino verso Dio.

 

 

Meditazione sull’Immacolata Concezione di Maria

 

 

Una luce sarebbe venuta nel mondo a illuminare il cammino dell’umanità brancolante nelle tenebre dopo essere stata cacciata dal Paradiso a causa del peccato.

Eva era stata la debole creatura che non aveva saputo resistere alla tentazione ed era rimasta vittima dell’insidia che lo spirito del male le aveva teso.

Lo strumento di cui si era servito era il serpente “il più astuto di tutti gli animali della terra” (Gn 3,1) che indusse la donna al peccato di disubbidienza a Dio, allettandola non solo con la gola ma soprattutto con l’orgoglio di una falsa scienza ed il folle desiderio di eguagliarsi a Dio ed emanciparsi da Lui.

Al cospetto di Dio, chiamati a rispondere della loro colpa, Adamo incolpa Eva che lo aveva coinvolto, Eva accusa il serpente, ma nessuno ha l’umiltà di riconoscere la propria colpa. E Dio li cacciò entrambi in un mondo di sofferenza, maledicendo la terra del cui fango Adamo era stato creato e dove avrebbe espiato, con la sofferenza di ogni giorno, il peccato insieme con la sua donna e la sua discendenza, fino alla fine dei suoi giorni: “perché tu sei polvere e in polvere ritornerai”. (Gn 3, 19)

Questa fu la condanna di Dio.

Dio è amore e tutta la creazione è frutto dell’amore di Dio. Se si potesse misurare l’amore incommensurabile di un Dio infinito, si potrebbe dire che il culmine dell’amore di Dio nella creazione, il grado più alto è quello in cui crea l’essere umano, dal quale vuole essere amato al di sopra di tutto (Dt 10, 12).

Ma l’amore non può essere imposto, non è amore se non è libero, per questo l’uomo fu dotato di libertà e, per poterla usare con consapevolezza e con coscienza, fu dotato anche di intelligenza e di volontà, doni che lo rendono simile a Dio, che, nell’espressione massima del suo amore, gli aveva trasmesso col Suo stesso alito, il soffio della vita. (Gn 2, 7).

Questa umanità libera di amare, creata da Dio perché Lo potesse liberamente amare, era tanto amata dal suo Creatore che nel momento stesso del peccato Dio annuncia la Redenzione, perché in Dio eterno, onnisciente e onnipotente, tutto è eternamente presente.

E maledice il serpente, al quale “una donna schiaccerà il capo” (Gn 3, 15).

E’ questo il primo annuncio della redenzione. Il cosiddetto Protovangelo cioè Primo Vangelo.

Secondo i Padri la donna è quella splendida creatura che si chiama Maria.

Nell’Antico Testamento la figura di questa donna unica, eccezionale, che sta al di sopra di ogni altra creatura umana, compare in Isaia: “Dal ceppo di Iesse è pronta la Vergine resa madre dallo Spirito di Dio”. (Is II, I).

Maria è la madre del Verbo incarnato, è la madre di Dio. Gesù è generato per opera dello Spirito Santo della stessa sostanza del Padre, come ripete la Chiesa nella professione di fede durante la S. Messa, ma Gesù nel grembo di Maria prende un corpo che è formato della stessa carne e dello stesso sangue di Maria. E’ chiaro, come la luce, che il corpo e il sangue di Maria non potevano essere stati schiavi del peccato originale, perché il Figlio che Essa portò in grembo era discendente di Adamo, uomo in tutto fuorché nel peccato.E’ un’esigenza, dunque, della stessa logica che il sangue e il corpo di Maria fossero esenti dal peccato originale.

Creando Maria esente dal peccato originale, Dio non le concede un privilegio che la distingua dalle altre creature soggette al peccato, come potrebbe apparire erroneamente, togliendo a Maria ogni merito delle sue esemplari virtù. Da questo privilegio non era esente nemmeno Eva.

La differenza è nell’uso della libertà; libertà di cui entrambe le Madri del genere umano erano dotate.

Eva usò la libertà contro Dio, perché l’amore di sé, vinta dalla tentazione dell’orgoglio e illusa da satana di diventare come Dio, la fece cadere nel peccato della trasgressione.

Maria invece, più del proprio io, amava Dio.

Dall’amore di Dio nasce l’umiltà, perché nell’amore di Dio, Luce vera, si spegne ogni altra luce, falsa, di amor proprio, di orgoglio.

E Maria, lungi dal pensare di essere come Dio, si dichiara ancella di Dio, piena non di orgoglio ma di umiltà.

Maria è la più umile fra tutte le creature: l’umiltà molto spesso è condizionata da ciò che si possiede o meno, da ciò che si è o non si è; chi non possiede niente e non si può vantare di niente, necessariamente, per coscienza, se non è fuori di mente, dovrebbe essere umile.

Ma Maria era invitata da Dio a diventare la Madre del Messia, avrebbe avuto come figlio il Verbo di Dio, Colui che discendeva dalla stirpe di Davide e il cui regno, secondo le Scritture, non avrebbe avuto mai fine.

Avrebbe avuto di che vantarsi!

Invece la piena di amor di Dio, la piena di grazia, come meritatamente la saluta l’Arcangelo Gabriele, è pronta a diventare strumento di Dio, a partecipare, nell’attuare il piano di Dio, come serva.

Maria ha raggiunto il più alto grado di umiltà di tutti i secoli.

“Chi si umilia sarà esaltato” (Mt 23, 12)

Nessuno si è mai umiliato più di Maria, “umile e alta più che creatura” (D. Par. XXXIII v. 2) mai sfiorata dal peccato come il Suo divin Figlio, sangue del suo sangue, carne della sua carne.

Noi parliamo in questi termini a posteriori, meditando su questa eccelsa creatura che è l’umile Maria di Nazaret, degna Madre di Dio. Ma Dio tutto questo lo vedeva, nella sua divina onniscienza, nell’eterno presente e questa Delizia di Dio era vagheggiata nella mente divina, nella Sua purezza immacolata, prima che fosse concepita nel tempo.

Dio che ha creato il genere umano per amore e per essere amato e proprio per questo l’ha dotato di libertà e ha continuato ad amarlo anche dopo il fallimento umano e la debolezza dei nostri progenitori, tanto da incarnarsi per redimerlo, di fronte ad Eva, immacolata nell’istante della creazione, ma peccatrice dopo, vedeva Maria, immacolata nell’istante del concepimento, ma, anche dopo, tanto forte nell’amore di Dio da schiacciare il capo al serpente.

Era questa la donna che si offriva a Lui, per realizzare il desiderio del Suo amore: la redenzione dell’umanità nel rispetto della libertà.

Maria era la gioia di Dio.

La donna che schiaccia la testa al serpente è Maria. La Rivelazione è parola di Dio e poche parole (Gn 3, 15) bastano a decretare e sono sufficienti a sancire la dichiarazione di Dio stesso relativa all’Immacolata Concezione di Maria, l’unica donna che schiaccia il capo al serpente, in tutto simile a tutte le altre donne della progenie di Eva eccetto che nel peccato come il Figlio Suo Divino, in tutto simile agli altri uomini, anch’Egli fuorché nel peccato.

Sul Calvario negli spasimi della crocifissione il Figlio redime l’umanità, di cui diventa fratello, Maria nel dolore lancinante di una spada che le trafigge l’anima (Mt 2, 35) è corredentrice dell’umanità, di cui diventa la madre.(Gv 19, 26)

Madre e Figlio, due immolati, legati da un unico amore in un’unica missione per la gloria di Dio, Sommo Bene che trionfa sul male, e per la redenzione del genere umano.

L’Immacolate concezione di Maria è la più grande gloria di Dio, perché come il Figlio Redentore segna il trionfo del Bene sul male ed è unito al Padre in una stessa divinità così la Vergine Madre, concepita nella mente di Dio e partorita dal cuore di Dio insieme con la redenzione, ritorna in seno alla SS. Trinità con la stessa purezza del suo primo albore, dopo aver vissuto una vita di prove ardue, di dolore, sempre all’ombra di Dio, serva fedele del disegno del Padre, coerente col suo fiat fino all’ultimo istante della passione, nell’umiltà e nel più assoluto rinnegamento di se stessa; ella partecipa con Gesù alla glorificazione di Dio più di ogni altra creatura, nel trionfo del Bene sul male, pura e immacolata come Dio l’aveva vagheggiata.

L’Immacolata Concezione è il giglio purissimo sbocciato nella selva dell’umanità peccatrice, il giglio che preannuncia la salvezza del genere umano con la fragranza della virtù e della santità di Colei che come faro di luce splenderà sempre come esempio luminoso.

La redenzione inizia dall’immacolato concepimento della Madre di Dio.

Da quel momento è stata concepita, come annunciava il profeta Isaia, quella vergine che partorirà un figlio chiamato Emanuele, (Is 7, 14) il suo grembo umano sarà la degna culla, pura e immacolata, dell’agnello di Dio, immacolato e innocente.

L’Immacolata Concezione è un esempio assoluto di purezza, di perseverante virtù, di santità suprema.

Maria ama sentirsi chiamare Immacolata Concezione. “Io sono colei che chiamate Immacolata Concezione”. Così disse a Lourdes a S.Bernadetta. Perché questo titolo le fa sentire eternamente vivo il suo unico amore, quello di Dio e dell’umanità redenta; le fa benedire in eterno la nobile missione per la quale Dio la creò e, quindi, l’amore al Figlio suo e il comune Calvario, di Lui appeso alla croce e di Lei ai piedi della croce, uniti nella stessa atroce passione. La fa godere della gloria di Dio nel trionfo della risurrezione e della redenzione, supremo atto di amore divino del Verbo incarnato, fiore della Vergine, spuntato sul germoglio della radice di Iesse, come profetizza Isaia (II, I) e come canta il Poeta:

 

 

 

                                  “Nel ventre tuo si raccese l’amore

                                   per lo cui caldo nell’eterna pace

                                   così è germinato questo fiore.” 

 

                                                                (D. Par. XXXIII 7-9)

 

decantando la mistica rosa nella pace eterna dell’Empireo.

L’Immacolata concezione di Maria è la preparazione al meraviglioso evento della redenzione, che costò a Maria tante lacrime, tante sofferenze e tante prove di devozione, di perseveranza e di fede. Per questo l’Immacolata è un invito, una meta, un traguardo per l’umanità, un richiamo per chi è smarrito, è la luce che può salvare chi brancola nelle tenebre del peccato. Mai come oggi l’umanità dovrebbe meditare sull’immacolata concezione di Maria, che oggi, come sempre, è un faro da guardare per trovare la via di Dio.     

 

 

 

Sulla natività di Maria

 

 

La Chiesa festeggia come natale dei Santi non il giorno in cui nacquero a questa povera vita di esilio, ma il giorno in cui nacquero alla gloria, cioè il giorno in cui sorella morte aprì loro la porta del Paradiso; fa solo due eccezioni: per S. Giovanni Battista e per Maria.                                 

S.Giovanni è il precursore di Cristo, Maria è la madre del Messia. Queste due colonne segnano il passaggio della storia dell’umanità da un’era di perdizione a un’era di salvezza.

Per quanto riguarda la natività di Maria , la liturgia celebra l’avvento, che è particolarmente provvidenziale, e canta “La tua nascita, Vergine Madre di Dio, ha annunciato la gioia al mondo intero”,perché la speranza della salvezza annunciata dai profeti e attesa dall’umanità si profila di imminente attuazione con la nascita della Madre del Redentore.

Tutta la creazione è un mistero di Dio, ma il mistero più arcano della creazione è questa creatura che si chiama Maria, della quale ben poco, quasi niente, sappiamo se non che è stata creata per essere luce e culla di Dio stesso, del Verbo incarnato.

Già parecchi secoli prima Ezechiele (44) aveva profetizzato, parlando di una porta esteriore del santuario la quale guardava ad oriente ed era chiusa. “E il Signore mi disse “questa porta saà chiusa e non si aprirà e nessun uomo passerà per lei, perché il Signore Dio d’Israele è entrato per essa: sarà chiusa per il principe”.In questa porta chiusa i Padri vedono figurata la Vergine Madre di Dio.

Il centro dell’universo è Cristo “Tutte le cose sono state fatte per mezzo di Lui e senza di Lui nessuna delle cose create è stata fatta. In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”.La luce di Dio è eterna e i primi raggi di questa luce si proiettano nel mondo, ancor prima della redenzione, alla nascita di Maria, perché Maria è la porta d’oriente di cui parla Ezechiele, donde sorge il sole di giustizia nel mondo, è colei destinata a diventare la culla di Dio incarnato: è Maria che porterà il Creatore nel suo grembo, nella sua verginale maternità.

Bene a ragione il grande Poeta canta a gloria di Maria:

 

 

                                                                 “Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

                                                                    umile e alta più che creatura,

                                                                     termine fisso d’eterno consiglio” (D. Par. XXXIII)                                                    

           

Della natività di Maria nei Vangeli non si parla. In essi si legge soltanto quello che disse Gesù e quello che fece per la redenzione dell’umanità. Essi furono scritti alla luce della Verità, e firmati col sangue dei quattro Evangelisti che questa verità vista e toccata (Giov. 21, 24) confermarono col loro martirio. Quella dei Vangeli è verità nuda e cruda. Gli Evangelisti altro non fanno che testimoniare. Questo era il compito loro assegnato nel progetto di Dio, per questo erano stati eletti. Quindi non apportano nulla di personale, né commenti, né critiche, nessun giudizio di nessun genere.

La Chiesa, d’altra parte, guidata dallo Spirito Santo, che è verità assoluta, accoglie la parola e gli eventi di Colui che disse “Io sono la Verità” e sulla base di questa Verità costruisce tutto l’edificio della Redenzione e l’esegesi approfondisce, studia, cerca di scoprire quanto il Cristo volle insegnare con i suoi detti e le parabole, per la salvezza dell’umanità.

Ci sono poi i vangeli apocrifi cioè quelli non riconosciuti, però nemmeno condannati dalla Chiesa.

La differenza fra i quattro vangeli e questi apocrifi è che quelli costituiscono i quattro pilastri su cui poggia tutto l’edificio ecclesiastico.

I pilastri devono essere costituiti di materiale autentico, genuino, integro, non contaminato assolutamente, altrimenti non reggono l’edificio, che potrebbe cedere.

Il “materiale”, per così dire, che costituisce i quattro pilastri, cioè i quattro Vangeli, è la Verità pura.

I vangeli apocrifi hanno un nucleo centrale ed essenziale di verità, ma sono arricchiti dalla fantasia e sono fondati più sulla tradizione che sull’autenticità.

E’ per questo che la Chiesa non li riconosce.

Il corpo mistico di Cristo è fondato sulla Verità assoluta, quella rivelata dalla parola e dai fatti del Cristo, Verbo divino, e alcuni particolari, diciamo pure anagrafici, della vita di Maria, relativi alla nascita, alla fanciullezza e all’adolescenza. Ma è ovvio che non ci sia testimonianza degli Apostoli nei Vangeli, poiché il compito degli Evangelisti, come già detto, era quello di essere testimoni di Cristo..

I fatti relativi alla Vergine Santissima, anteriori all’incarnazione di Cristo, non rientrano nella missione degli Apostoli.

Di Maria essi parlano quando la beata Vergine ha un compito da svolgere in collaborazione col Figlio divino.

Se ne parla a cominciare dall’Annunciazione, perché quello è il primo istante che la unisce indissolubilmente a Gesù. Poi la incontriamo, madre amorosa, in varie circostanze, sempre al servizio del Figlio divino, dalla sua nascita nella capanna di Betlemme fino ai piedi della croce sul Golgota.

Maria che, ai piedi della croce, diventerà la madre dei viventi redenti da Cristo, sarà la nuova Eva e prenderà il posto di quella Eva che, ai piedi di un albero, fu madre dell’umanità peccatrice. Il Cristo che muore in croce è l’ultimo Adamo, come lo definisce S. Paolo (I Cor.15, 45 ).Con Lui inizia una nuova creazione, una nuova umanità redenta e quindi rigenerata, rinnovata.

Questa salvezza dell’umanità è venuta dal grembo di Maria, quindi Maria è nata per tutta l’umanità, per ciascuno di noi e giustamente la si invoca come Madre di Dio e Madre nostra.

Maria segna quindi una linea di demarcazione tra il Vecchio e il Nuovo Testamento.

Tutta la creazione gioisce per la nascita della beata Vergine e la Chiesa per celebrare questo lieto evento canta: “Con gioia celebriamo la tua nascita, o Maria”.

La vita gloriosa di Maria, la quale è un raggio della gloria di Dio, illumina la Chiesa ancor prima che Ella diventi la madre di Dio, perché prima di essere la madre di Dio è venuta sulla terra come messaggio di Dio.

Infatti questa creatura immacolata, pura, degna della perfezione di Dio illumina l’umanità con la luce della sua santità.

Dio, per Sua grazia, l’ha preservata dal peccato originale. E’ questa una grande grazia, un grande privilegio di cui è stata dotata, a differenza di ogni altra umana creatura. Ma anche Eva era stata creata esente dal peccato originale, anzi, prima di Eva il peccato originale non esisteva affatto. Il grande merito di Maria è che, mentre Eva cede alla tentazione e disubbidisce al Creatore, Maria ama Dio, ama la volontà di Dio, accetta tutto da Dio perché Dio è tutto per Lei: tutto è Dio Padre, di cui accetta in pieno e senza remora il divino progetto, tutto è lo Spirito Santo di cui si confessa umile ancella, tutto è il Cristo di cui condivide la passione, che è la prova culminante della devota ubbidienza di Maria alla SS. Trinità. E in questo giorno beato della natività di Maria la Chiesa giustamente canta: “Nasce Maria e la sua vita gloriosa illumina la Chiesa”.

Maria, quindi, è un messaggio di Dio per l’umanità perché, prima che Maria diventi la madre dell’umanità, Dio dà per mezzo di Lei un esempio all’umanità stessa affinché impari come una creatura umana possa ubbidire al suo Creatore e possa schiacciare la tentazione: con l’umiltà e l’ubbidienza a Dio.

Ella è la più santa fra tutte le creature, si presenta fin dalla nascita come modello di perfezione a coloro che vogliono procedere sulla via di Dio.

Dio nella Sua onniscienza e nella Sua eternità ebbe tutto questo presente sin dal primo istante della creazione dell’umanità nel tempo. Maria è perciò glorificata da Dio quando è ancora nella mente di Dio

Di questa creatura noi sappiamo dai vangeli apocrifi che vide la luce a Nazaret l’8 settembre, sappiamo che il padre si chiamava Gioacchino ed era di Nazaret, la madre Anna ed era di Betlemme.

L’ebbero in età avanzata, grazie alle loro preghiere, miracolosamente, e per questo fu dedicata al Signore. Dai genitori stessi fu portata nel tempio di Gerusalemme all’età di tre anni e ivi trascorse la fanciullezza e l’adolescenza.

I vangeli apocrifi che ci danno queste notizie sono specialmente “Il libro della natività di Maria” “Il vangelo dell’infanzia armeno” e “Il protovangelo di Giovanni”.

Ma quello che soprattutto interessa a noi della natività di Maria è sapere che senza questa creatura il genere umano non avrebbe meritato la redenzione.

Maria è la protezione del genere umano come Gesù ne è la salvezza: Gesù ci salva dall’eterna perdizione col sacrificio cruento della Sua vita umana, Maria ci ripara dal castigo di Dio offrendo se stessa dalla verginità del corpo alla celestiale purezza dell’anima, dal fiat al momento dell’annunciazione al fiat al momento in cui una spada la trafigge nello spirito ai piedi della croce.

Tutti i titoli con cui la invoca e la glorifica la Chiesa non saranno mai sufficienti a decantarne la santità e la misericordia. Nella notte dei tempi, ancor prima che Maria sorgesse come l’aurora (Ct 6, 10), già il profeta Isaia annunciava; “Un germoglio spunterà dalla radice di Iesse” (Is II, I ). Il germoglio della radice di Iesse è, secondo i Padri, la Vergine Santissima, spuntata quando la stirpe di David poteva paragonarsi a un albero abbattuto che gettava dei polloni dal ceppo. E nella festa della natività della beata vergine Maria nella prima antifona delle lodi mattutine la Chiesa glorifica il lieto evento con le parole: “E’ nata la gloriosa Vergine Maria discendente da Abramo, della tribù di Giuda, della stirpe regale di Davide”. Quest’anima splendida, unica nel suo splendore, piena di grazia, l’unica regalità di cui si fregia è quella che le conferisce la Chiesa che, meritatamente, la proclama Regina degli Angeli e dei Santi, ma Lei personalmente si definisce umile serva del Signore.

La sua umiltà è la virtù che la esalta al di sopra di tutto e di tutti, la virtù con la quale si fa amare da Dio stesso al di sopra di ogni creatura. Ella è la prediletta di Dio.

Noi dinanzi a questa piccola creatura che contempliamo affascinati ed estasiati nella culla il giorno della sua natività, dobbiamo meditare sulla piccolezza nello spirito, piccolezza che non perderà negli anni successivi durante tutta la sua vita.

Sulla sua piccolezza è fondata la grandezza morale e spirituale che di Lei ne fa un grandioso esempio da imitare per chiunque voglia piacere a Dio.

Per piacere a Dio bisogna farsi piccoli come i bambini e l’unica creatura che si è fatta piccola veramente, e sempre, è questa di cui si festeggia la natività e che come aurora annuncia l’avvento del Sole di giustizia.

 

                                                                      

Sull’Annunciazione

 

“Il popolo che camminava nelle tenebre vide una gran luce, sopra coloro che abitavano nell’oscura regione di morte la luce è spuntata”. Così il profeta Isaia (9, 2) annunciava la nascita e il regno di Cristo.

L’umanità, figlia della trasgressione, lontana da Dio aveva perso quella felicità alla quale Dio           l’aveva destinata. Ne sentiva tuttavia il bisogno, la cercava, ma lontano da Dio, brancolando nell’errore, aveva perso la via giusta e andava incontro al male, alle guerre, alla perdizione …..e si allontanava sempre più da quel Bene per il quale era stata creata.

Era questa la condanna e il tormento dell’uomo. Era il castigo. Cercava Dio e non Lo trovava, Lo cercava nel modo e nel luogo sbagliato, guidato dai sensi che lo indirizzavano al male e quindi allo sconforto, al dolore, alla delusione, all’amarezza della vita che non era più quella dell’Eden, ma quella della valle di lacrime.

In una casetta di Nazaret viveva una vergine, pura e immacolata come era stata Eva prima del peccato.

A differenza della Progenitrice la vergine, che si chiamava Maria, era umile e sottomessa a Dio Creatore, al quale si era consacrata. A quella Vergine fu annunciato l’avvento del Messia, già profetizzato parecchi secoli prima: ”La vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emanuele (Isaia 7, 14).

Oltre al profeta Isaia, altri avevano annunciato l’avvento del Messia, del Salvatore, che quindi era atteso con ansia e con viva speranza.

Ma una falsa concezione messianica presentava il Messia nella veste del trionfatore e il popolo eletto, trattandosi di un popolo oppresso da sempre, si aspettava un liberatore che portasse la vittoria nella potenza e nel trionfo.

Vero è che alcuni profeti avevano considerato e annunciato il lato doloroso di questo avvento, ma si è portati a preferire ciò che fa piacere e a rimuovere ciò che non aggrada. Così il Messia che si aspettava corrispondeva tanto alla profezia di Daniele: “Ecco sulle nubi del cielo veniva uno simile ad un figlio d’uomo….A lui fu concesso potere, forza e dominio e tutti i popoli, le nazioni e le lingue lo serviranno” (Dn 7, 13-14). Gesù, senza contraddire alcun profeta, si presenta effettivamente come “il figlio dell’uomo”.

Ma il riferimento del profeta al suo aspetto umano è stato compreso semplicemente come natura umana intesa fisicamente nelle prerogative dell’uomo forte e vittorioso, che sarebbe stato l’eroe liberatore d’Israele in senso politico.

Invece la profezia voleva significare soprattutto lo scopo principale della venuta di Gesù, che era quello di santificare la natura umana. Il figlio di Dio era diventato il figlio dell’uomo solo per redimere l’umanità dal peccato, non esaltato da mire trionfalistiche, ma umiliando se stesso con quell’amore infinito che gli fa amare l’umanità, concepita nella mente di Dio dal desiderio di un amore incomprensibile all’uomo: amore divino.

Ed ecco che arriva il Messia: è un bimbo, è povero, è perseguitato.

Il Messia ama tutta l’umanità , ma quella che predilige è l’umanità sofferente, è proprio l’umanità che espia nel modo più tangibile il peccato di Adamo, è l’umanità che non si lascia stordire da false droghe e più di tutti attende il Salvatore. E’ anche l’umanità dei semplici, degli umili, di quelli che credono perché nel cuore sono rimasti puri, non sono stati frastornati dai piaceri del benessere o da falsi idoli. E questo piccolo Messia nasce in una stalla, gli unici ad accoglierlo al primo vagito sono i pastori, che, commossi, lo hanno subito amato, perché quei vagiti ricordano, rassomigliano o richiamano al pensiero gli innocenti belati degli agnelli.

Ed era un “agnello” infatti. E sarebbe stato immolato. 

 In quella mangiatoia, al freddo, nel disagio, nella povertà incomincia la missione del Messia, che è sì , una conquista, sarà un trionfo, ma passerà attraverso una passione dolorosa, amara, straziante.

Sarà il trionfo del Bene sul male: sarà la Redenzione.

La Vergine Maria in questa missione svolge una parte essenziale.

Fin dal primo istante dell’Annunciazione era ben consapevole che non si trattava di un sogno di gloria, o, meglio, di vanagloria, ma del sacrificio di tutta la sua vita, nel rinnegamento di sé, nella rinunzia di grette gratificazioni umane, cui aspiravano da tempo altre fanciulle, sperando, ciascuna in cuor suo, di diventare la madre dell’atteso Messia per condividerne la vittoria e la gloria; si trattava bensì di un servizio a Dio e all’umanità intera, il che avrebbe comportato un susseguirsi di prove ardue e penose, che solo la grazia di Dio le avrebbe consentito di superare.

Da quell’istante la vediamo subito e sempre pronta nell’esercizio di tutte le sue virtù, a cominciare    dalla fede, fede profonda, incrollabile, senza cedimenti, in un continuo abbandono alla volontà del Padre, che scaturiva dall’amore, che la corroborava nell’umiltà.

Maria era discendente di Davide, di cui le profezie avevano annunciato la grandezza: “Tutte le nazioni sono davanti a lui come un niente, come un vano niente devono reputarsi davanti a lui (Is. 40, 17). A differenza delle ragazze che per secoli avevano vagheggiato di diventare madre del Messia solo per questo, Maria vuole essere la serva del Signore. Ella, già consacrata a Dio, con il suo fiat si dà, umile strumento, nelle mani del Creatore, che disponga di lei per realizzare il Suo progetto di redenzione.

Maria conosceva la Scrittura e Isaia aveva anche detto: “Disprezzato, l’ultimo degli uomini, l’uomo dei dolori, assuefatto al patire, teneva nascosto il volto, era vilipeso e noi non ne facemmo alcun conto” (Is. 53, 3). A Maria, senza dubbio tutto questo le lampeggiò nella mente quando pronunciò il suo FIAT.

Aver fede vuol dire accettare la volontà di Dio. E questo Maria fece sempre: silenziosa e ubbidiente china il capo quando il profeta Simeone le annuncia che una spada le trafiggerà l’anima.

Il suo comportamento amorosamente sottomesso lo ammiriamo, stupefatti dinanzi a tanta virtù, dalle giornate difficili di Betlemme nel disagio di dare al mondo un figlio in una stalla in mezzo alle bestie, alla fuga in Egitto, alla ricerca angosciata del divin Figlio, che finalmente ritrova nel tempio fra i dottori.

Lei , umile e sottomessa, accetta tutto e china sempre il capo, ubbidiente alla volontà del Padre, fino al terribile, doloroso epilogo del Golgota.

Maria è esempio di virtù non solo nel suo rapporto con Dio e col Figlio di Dio, ma anche nel rapporto con il prossimo. Subito dopo l’annunciazione, avendo appreso dall’Angelo che la cugina Elisabetta aspetta un figlio, pur essendo in età avanzata, spinta dalla carità, per portarle sollievo, corre con generosità su per la montagna per aiutarla e vi rimane per tre mesi, cioè fino al parto, alla nascita di Giovanni Battista.

La vediamo a Cana, quando, durante un banchetto di nozze, agli sposi viene a mancare il vino. Sarebbe stato un fatto molto spiacevole per gli sposi e di disagio per gli invitati.

E’ lei che si rende conto del problema e con prontezza si dà da fare per risolverlo prima che venga offuscata la gioia degli altri.

Maria è una creatura unica. E’ Madre. Madre di tutti. E’ madre di Cristo ed è Madre della Chiesa. Ai piedi della croce accetta di diventare Madre dell’umanità: “Donna, ecco tuo figlio”.

Il Verbo crocifisso la chiama “donna” perché da questo momento Maria è la donna - madre della nuova umanità redenta, in contrapposizione ad Eva, la donna - madre dell’umanità peccatrice.

Il figlio che Gesù le affida è il discepolo da Lui più amato e rappresenta l’umanità che Egli ha amato tanto, quanto di più è impossibile, perché “Nessuno ama più di colui che dà la propria vita”.

E Maria da quel momento, come il Figlio dalla croce, allarga le braccia all’Umanità.

“Madre degli afflitti, rifugio dei peccatori, prega per noi”.

Così La implora la Chiesa.

La missione di Maria, iniziata nella stanzetta di Nazaret, al momento del generoso fiat, sulla terra si conclude nel cenacolo, quando con la discesa dello Spirito Santo la Chiesa è consacrata e il Corpo Mistico del Salvatore crocifisso continuerà la missione iniziata nel grembo di Maria Vergine.

Ma la missione di Madre, Maria la continua, perché in seno alla SS. Trinità continuerà a far luce sulla Chiesa, che continuerà ad invocarLa: “Stella del mattino, prega per noi”

 

 

 

Sull’Assunzione della Beata Vergine Maria

 

“Bella e tutta gloriosa, la Vergine Maria passa da questo mondo a Cristo, splende tra i Santi come il sole tra gli astri”.

Così canta la liturgia per celebrare l’Assunzione di Maria in anima e corpo nella beatitudine eterna, per festeggiare la regina degli Angeli e dei Santi.

Per celebrare la santità di Maria è, però, difficile trovare parole adeguate. Parole che si   usano per   

comuni creature, sia pure per glorificarle, non sono sufficienti per la Madre di Dio.

Venne al mondo con una missione particolare, anzi unica: fu creata perché il suo grembo fosse la culla, l’unica culla degna, del Verbo incarnato.

“In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”.Così S. Giovanni inizia il suo Vangelo e noi possiamo aggiungere che, poiché il Verbo è Gesù e Gesù è figlio di Maria, fin dal principio, essendo la creatura eletta ad essere la Madre del Verbo incarnato Maria, per questo privilegio è Immacolata, cioè pura di qualsiasi peccato, ancor prima del suo concepimento, fin dall.eternità, da quando era nella mente di Dio., a differenza di tutte le altre creature umane.

Solo Eva come Maria fu creata pura, esente dal peccato originale, ma Eva cedette alla tentazione e il suo orgoglio di essere come Dio le fece perdere questo privilegio, perdette la sua purezza, la sua innocenza, anzi, la sua natura corrotta dal peccato trasmise la debolezza e tutta la miseria della natura umana di generazione in generazione, fino ai nostri giorni, fino alla fine dei tempi.

Dopo la redenzione, all’Umanità riscattata dal sangue di Cristo si riaprirono le porte del paradiso, ma la tentazione e il peccato continuano a mietere vittime fra coloro che, sebbene redenti dal sangue di Gesù, nella loro libertà si lasciano tuttavia vincere dalla tentazione e, solo se veramente pentiti possono ottenere la Grazia per i meriti del Salvatore

Maria, venuta pura e immacolata al mondo non fu mai schiava del proprio io, amava Dio sopra ogni cosa e l’amore di Dio la rendeva refrattaria a qualsiasi tentazione che il demonio le potesse fare, stuzzicandola nell’orgoglio, che è amore di se stessi..

Per questo l’Arcangelo Gabriele, quando le annuncia il divino messaggio, La saluta: “Ave, piena di grazia” e Maria, da quella umile creatura che era risponde con le sublimi parole ”Ecco la serva del Signore, mi sia fatto secondo la tua parola”.

La parola ovvero la volontà di Dio riferita dall’Angelo era per Maria sacra e al di sopra di tutto, così, sempre, ogni giorno della sua vita, Ella vive nell’umiltà, nel silenzio e nell’ubbidienza alla volontà di Dio.

Eppure la sua vita non fu facile. Condivise fin dal primo istante, dalla notte di Betlemme, i disagi,            le sofferenze, le persecuzioni del Figlio diletto, fino alla crocifissione.

Con la stessa umile accettazione della profezia del vecchio Simeone nel tempio, quando le dice che una spada le trafiggerà l’anima, la vediamo sollecita e sottomessa alla volontà di Dio nella fuga in Egitto col piccolo divino Figlio, minacciato di morte da Erode.

E poi spesso la incontriamo appresso al Figlio, Madre amorosa e serva silenziosa allo stesso tempo, che mai si ribella, rispettosa della volontà del Figlio, che compie la volontà del Padre, da quando appena dodicenne scompare e solo dopo tanta angoscia Lo ritrova nel tempio, a quando, più tardi, durante le predicazioni assisteva alle insidie ostili che Gli tendevano i Farisei, i Sadducei e tutti i vari nemici in agguato al servizio di satana.

Fino al giorno del Calvario, dove la santità di Maria tocca il vertice: il Figlio muore in croce e Lei, che con umiltà e devozione aveva dato il suo sangue e aveva generato dal suo corpo il corpo di quel Crocifisso, sangue del suo sangue, corpo del suo corpo, sente la punta di quella spada, di cui le aveva parlato il vecchio Simeone, trafiggerle l’anima.

E’ quello il dolore lancinante di Maria nel partorire l’Umanità: Gesù l’ha redenta, Maria ne è divenuta la Madre. Gesù ha ubbidito al Padre, Lei al Figlio.

Ma il Padre e il Figlio sono lo stesso Dio, uniti nell’amore dello Spirito Santo.E Maria, che aveva concepito per opera dello Spirito Santo, nello Spirito Santo è ancora unita al Padre e al Figlio ai piedi della croce, umile serva come nella cameretta di Nazaret il giorno dell’Annunciazione.

Gesù risorto ascende al cielo, la sua umanità risorta e trasfigurata, come sul Tabor, ritorna nella divinità.

Dopo l’Ascensione Maria rimane a continuare la sua missione nel cenacolo insieme con gli Apostoli dando loro conforto e sostegno di Madre fino a quando ricevono lo Spirito Santo, come Gesù aveva promesso. Ormai la Chiesa di Cristo è un fatto compiuto e Maria l’assiste durante la sua vita terrena, come ancora oggi e sempre.

Come in questo mondo fu unita al Figlio di Dio, che Ella accolse nel suo grembo umano, così alla fine della sua vita terrena è giusto che la Vergine Madre sia ancora unita al Figlio nel grembo della divinità col suo corpo concepito senza peccato originale, vissuto nella purezza e nella più straordinaria santità, consacrato per la nobile, unica e divina missione alla quale Dio lo aveva destinato.

Non poteva quel corpo andare a finire nella polvere come è per tutti i discendenti di Adamo, che nella natura umana tarata dal peccato originale si tramandano la debolezza dei progenitori sino alla fine della vita terrena: “…..nella polvere ritornerai”.(Gn 3, 19).

Quel corpo era immacolato e benedetto per essere stato il primo, l’unico degno tabernacolo vivente di Dio.

E con la liturgia la Chiesa canta, per celebrare l’Assunzione di Maria:

 

                                                     “Dio ti ha scelta e prediletta,

                                                      nella sua tenda ti ha fatto abitare”

 

Gesù è l’anello di congiunzione tra Dio e l’Umanità. Ma l’oro prezioso che dà corpo a questo   anello è Maria e come l’oro si prova nel fuoco così Maria fu provata nel fuoco dell’amore dallo

Spirito Santo, amore che essa manifestò nell’ubbidienza umile e devota, incondizionata, alla

Volontà e al disegno di Dio, per cui giustamente la Chiesa canta:

 

                                                          “Festa per gli angeli in cielo:

                                                           Maria è assunta nella gloria,

                                                           lode e onore al nostro Dio”.

 

 

 

Sul mistero di Dio

 

 

Si legge nel Genesi: “Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, che domini i pesci del mare, i volatili del cielo, le bestie e tutta la terra, e tutti i rettili che strisciano sopra la terra”.(Gn I, 26)

Purtroppo Adamo e la sua compagna Eva diventano schiavi di una bestia sulla quale avrebbero potuto dominare, chè con questa prerogativa Dio li aveva creati, dotandoli di intelligenza e di libertà.

Ma il serpente li aveva tentati inducendoli a mangiare il frutto proibito lusingandoli nell’amor proprio: “si apriranno i vostri occhi e sarete come Dei, avendo la conoscenza del bene e del male” (Gn 3, 5)

Ed essi vollero penetrare nel mistero di Dio, ad ogni costo, anche a costo della disubbidienza alla volontà del Creatore.

Il peccato di Adamo ed Eva è stato un peccato di disubbidienza, ma anche di presunzione.

La presunzione è difetto che si contrappone alla virtù dell’umiltà: l’umiltà si appaga della sua piccolezza, perché chi è umile è distaccato da sé, vive proiettato in Dio e si bea della Sua divina grandezza.

L’umiltà non vuole saperne di più, sa che Dio è tutto.

S. Francesco diceva “mio Dio e mio tutto”.

Questa era la sua preghiera più sentita e non cercava di saperne di più. L’albero della conoscenza del bene e del male, fosse stato per S. Francesco, non sarebbe stato mai toccato. A lui bastava conoscere il bene e il Sommo Bene è Dio.

Adamo ed Eva trasgrediscono perché vogliono indagare nel mistero di Dio, avere la stessa conoscenza di Dio

E, invece, di Dio si può sapere solo quello che Egli ci rivela.

“Veramente tu sei un Dio misterioso” (Is 45, 15)

Egli è l’Onnipotente. Ed è l’Infinito.

Noi siamo limitati e tuttavia il nostro orgoglio ci porta a condannare Dio proprio perché non conosciamo il Suo pensiero; allora invece di riconoscere il nostro limite osiamo giudicarLo, invece di inchinarci di fronte al mistero di Dio, condanniamo Dio: esiste il male, Dio non lo impedisce, vuol dire che Dio non esiste.

Alla conoscenza del bene e del male sarebbe stato da preferire solo la conoscenza del Bene.

Questo Dio voleva.

Ma Dio creò l’uomo a Sua immagine, libero, con una propria volontà.

La causa del peccato originale fu proprio questa dissonanza della volontà di Adamo e della sua donna dalla volontà del Creatore, disubbidienza che scaturisce dalla presunzione. E la presunzione di essere come Dio, assoluta perfezione, li induce alla disubbidienza che diventa causa della loro assoluta imperfezione.

In un circolo vizioso di causa e di effetto la loro massima aspirazione diventa la loro massima rovina: hanno voltato le spalle alla luce con la trasgressione e sono precipitati nelle tenebre del peccato, che ha ottenebrato le loro menti e corrotto la loro natura.

Con la disubbidienza l’uomo si è ribellato a Dio e con la presunzione ha creduto di mettersi al suo posto .L’uomo, però, che si è ribellato al suo Creatore, non ha sconfitto Dio, ha dato origine alla propria autodistruzione.

Questo lo vediamo, limitandoci solo ad alcuni, dal problema ecologico a quello etico, con tutte le varie metastasi nei vari campi: vero cancro che tormenta l’umanità, in modo a volte subdolo a volte palese.

Esempio eclatante ne è la fame nel mondo, che da una parte ci mostra scheletri ambulanti, vittime dell’egoismo umano, e, dall’altra parte, come rovescio della medaglia, l’obesità dilagante con relative conseguenze di carattere medico ed estetico, a loro volta causa di danno sociale per le turbe psichiche e patologiche in generale che ne derivano con conseguente danno economico che incide sulle società del benessere. E così l’egoismo umano si autopunisce.

Con tutta la nostra intelligenza noi siamo creature limitate, create per amare Dio non per giudicarLo.

E amarlo significa riconoscere la nostra nullità di fronte a Lui, anzi spogliarci completamente di noi stessi per essere rivestiti della Sua grazia.

Il vero uomo immagine fedele di Dio è Cristo, vero Dio e vero uomo.

Egli ci dà l’immagine perfetta di Dio e ci insegna come diventare anche noi perfetti esortandoci: “Siate, dunque, anche voi perfetti come il Padre vostro celeste..”(Mt 5, 48)

Dio ha creato per amore e tutto è soggetto alla legge dell’amore, che però in tutto il creato è una legge prevalentemente meccanica.

Solo l’uomo è stato creato per amare in modo unico cioè non perché costretto da una legge naturale, ma perché nell’essere umano Dio ha infuso il Suo spirito (Gn 2, 7), gli ha dato un’anima immortale, “l’uomo divenne persona”.Pertanto dalla creatura umana il Creatore gradisce essere preferito a tutto in piena libertà, essere amato dal profondo dell’anima, al di sopra degli altri esseri umani e di qualsiasi valore materiale, al di sopra dello stesso io: “Chi mi vuol seguire rinneghi se stesso.” (Mt 16, 24)

Piuttosto che indagare sul mistero di Dio e, sconfitti, precipitare nell’abisso tetro dell’ateismo, feriti nel vano sforzo dell’orgoglio e della superbia, quanto sarebbe gradito al Signore se impiegassimo il nostro tempo come Egli stesso in mezzo agli uomini lo impiegò: pregando, facendo del bene, accettando la volontà del Padre.

In Gesù non c’è, come invece in Adamo, dissonanza alcuna dalla volontà del Padre. Per la redenzione dal peccato originale Egli assume la natura umana e come uomo soffre tutte le miserie degli uomini, dalle tentazioni di satana al dolore, ma supera tutto con umile ubbidienza al Padre.

Alla fine, sulla croce, il mistero della sofferenza suprema che patisce da uomo, gli fa porre una domanda:”Perché mi hai abbandonato?” Ma non si ribella, pretendendo una risposta al mistero.Vero uomo, abbandona tutto se stesso al progetto di Dio: “E’ compiuto. E, chinato il capo, rese lo spirito.” Spirò in questo abbandono alla volontà di Dio. E in questo abbandono ritrova il Padre. Ed ecco avvenuta la Redenzione.

Il dolore accettato, che diventa abbandono alla volontà di Dio, riscatta, nella persona del Cristo, l’umanità dalla disubbidienza dei progenitori.

E con esempio supremo di umiltà nel patire supremo, ci insegna la via del ritorno al Padre: accettare la Sua divina volontà.

“Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai grandi della terra e le hai rivelate ai piccoli”. (Mt 11, 25)

Essere piccoli vuol dire essere umili e ubbidienti alla volontà di Dio, che si manifesta nelle piccole cose di ogni giorno e tutta la nostra vita è fatta delle piccole cose quotidiane.

I misteri ci sono e bisogna rispettarli, perché Dio stesso è un mistero. Il mistero di Dio è l’amore, l’amore divino, che l’uomo limitato nel tempo e nello spazio, nella miseria della sua umanità, mai potrà comprendere. L’uomo più santo capace di amare fino a dare la sua vita non potrà capire l’Amore divino, eterno e incommensurabile, perché quando avrà raggiunto l’apice della capacità di amare umanamente, sarà lontano dalla concezione dell’amore divino quanto lo zenit dal nadir,E il termine di paragone è tuttavia nell’ambito del finito: è impossibile il confronto tra l’umano e il divino.

La nostra intelligenza è umanamente limitata e quello che è oltre il limite delle umane capacità dobbiamo accettarlo anche senza capirlo.

La Madonna stessa tante volte non capiva, ma quello che non capiva lo custodiva nel suo cuore. Non si ribellava.

A differenza di Adamo ed Eva, in Gesù e nella Madonna non c’è ribellione, l’unica parola all’indirizzo del Padre è FIAT.

Il fiat supremo è quello della crocifissione, dove all’albero del bene e del male, della trasgressione e del peccato si sostituisce l’albero della croce e della redenzione, l’albero della vita.

Il mistero supremo del dolore ci insegna che nel progetto di Dio, amore perfetto, tutto è positivo: sul mistero del dolore, nella crocifissione, fa luce, con la gloria della risurrezione, la riconciliazione tra l’umano e il divino..

Fu la prima luce di cui furono testimoni gli Apostoli e poi Paolo e un’infinità di martiri, fino ai nostri giorni.

Sul sangue di questi martiri galleggia e mai affonderà la Chiesa di Cristo, la barca di Pietro, che naviga dal tempo all’eternità, guidata dal soffio divino dello Spirito Santo.

Nell’Antico Testamento un esempio di ubbidienza e sottomissione alla volontà di Dio l’abbiamo in Tobia, che dopo la prova viene ripagato da Dio e con il fiele del pesce riacquista la vista. (Tobia II, 13-16) Nel pesce (dalle lettere di questa parola, come è tradotta in lingua greca, che significano le iniziali di – Gesù Cristo di Dio figlio salvatore - ) è raffigurato il Cristo, nel fiele, che poi Cristo bevve, il dolore della sua passione amara.

Quel fiele, che ridarà la vista a Tobia, indica l’azione miracolosa che ridà la vista a coloro che sono ciechi nello spirito cioè dà la luce di Dio a quelli che da miscredenti si convertono alla Verità.

Ma perché avvenga tutto questo è necessario essere umili e giusti come Tobia, accettare con rassegnazione alla volontà di Dio la sofferenza della vita terrena.

All’uomo mite e a Lui riverente, Dio manderà sempre un angelo a soccorrerlo come a Tobia, ad illuminarlo, a liberarlo dalla cecità.

E la vera cecità è quella del peccato perché ci priva della luce di Dio.

A chi è umile e pio come Tobia e non sfida Dio, chiedendogli ragione del Suo operato, sfidando il mistero di Dio, arriverà il momento in cui Dio si manifesterà nella luce della Sua verità e allora come Tobia canterà illuminato e devoto:

 

                                            “Or dunque convertitevi o peccatori

                                             fate ciò che è giusto dinanzi a Dio

                                             sicuri che vi userà misericordia.

                                             ……………………………………..

                                             Benedite il Signore, voi tutti, o suoi eletti

                                             celebrate giorni di letizia e dategli lode”.

 

                                                                                    (Cantico di Tobia 13, 8;   13, 10)

 

 

Nessuno osi imprecare contro Dio, vinto dalla superbia, o rinnegarlo perchè non può conoscere il mistero di Dio.

Quello che di Dio si può conoscere in questa vita è l’ombra di Dio.

La luce di Dio in tutto il suo splendore la conosceremo nell’altra, dove non ci sarà l’albero della conoscenza del bene e del male, come nell’Eden, ma ci sarà l’albero della vita, come nella stupenda visione dell’Apocalisse, il trono di Dio e dell’Agnello.

E il Signore Iddio illuminerà.

E allora sarà svelato il mistero di Dio.

 

 

 

Sul mistero dell’uomo

 

 

Quattro secoli prima di Cristo Diogene cercava l’uomo. Uomini ne vedeva tanti, ma l’uomo che cercava Diogene non era fra quelli che egli vedeva; cercava l’uomo che non aveva perso l’autarchia, cioè il dominio di sé, che non avesse ceduto alle passioni, il saggio, l’uomo libero, l’uomo come era stato creato. Ma la libertà esaltata da Diogene se da una parte eleva l’uomo con un estremo rigorismo etico della condotta, dall’altra col ritorno allo stato di natura lo avvilisce ad un livello bestiale. Non per niente fu il personaggio più rappresentativo della scuola dei cinici che, indipendenti da ogni forma istituzionale, si vantavano di vivere come cani, in greco “chiunes”, donde il nome di cinici. Insomma la libertà esaltata da Diogene era una libertà non illuminata dalla virtù, come si intende in senso cristiano, ma adombrata dall’istinto.

La saggezza consisteva nel trovare la felicità al di là di ogni convenzione sociale. Questo era un modo di concepire la saggezza non tale da innalzare la dignità dell’uomo, ma piuttosto da degradarla.

La vera libertà, quella che celebra la superiorità dell’uomo è la libertà dal peccato, la libertà intesa come la vela che fa navigare l’uomo verso il Sommo Bene, quella che venne a predicare Gesù di Nazaret, il Verbo incarnato : l a libertà che rende l’uomo simile a Dio.

Nel libro della Genesi si legge “Dio creò l’uomo a sua immagine, lo creò a immagine di Dio” (I, 27) “gli ispirò in faccia il soffio della vita “ (2, 7) cioè lo spirito di Dio che si trasmette e diventa la vita dell’uomo.

Purtroppo non ci si pensa, ma l’uomo come è uscito dalle mani di Dio è quanto di più nobile e di più sublime ci sia nella creazione.

Questa creatura meravigliosa era stata creata dall’Amore di Dio al di sopra di tutto. Era la gioia di tutta la creazione sulla quale avrebbe dominato se fosse rimasto fedele al suo Creatore.

Ma il peccato lo irretì e perdette la libertà assoluta, perché divenne schiavo del peccato.

Il peccato gli offuscò la coscienza e cercò il bene e la felicità non più in Dio, ma dove più facile gli sembrava trovarla: i sensi lo guidarono per vie sbagliate, vie che non portano a Dio, ma alla parte opposta.

La felicità per la quale Dio lo aveva creato divenne irraggiungibile, perché la cercò nel peccato.La cercò nella ricchezza, nel potere, nel successo, in mille altre chimere, ma tutto era un illusorio miraggio, perché ogni volta che l’aveva raggiunta svaniva nella delusione, nell’amarezza oppure, atroce ironia, si rivelava causa di infelicità. Arrivò a compromessi mettendo in gioco la propria coscienza, arrivò pure al delitto, dando poi a Dio la colpa dei suoi mali.

Questo è il dramma più doloroso dell’uomo che ha perduto la luce di Dio: è colpevole, causa volontaria della sua infelicità e si sente vittima, vittima di un Dio ingiusto che crea l’uomo e lo abbandona alla sofferenza. Peggio: non è possibile che esista Dio, non permetterebbe tanto male…..

L’uomo ha perso la luce. Non vede dove sta il male. Cerca il suo bene, ma lo cerca nel male.

E cerca la causa del suo male. E chissà dove la vorrebbe trovare.

E’ il mistero tragico dell’uomo.

Il mistero del buio che lo circonda e gli incute paura. Non vede la Verità, non vede la Giustizia, non vede l’Amore. E’ il mistero dell’uomo che ha perso la saggezza.

L’uomo è tornato a un cinismo peggiore di quello di Diogene. Non vuole regole da rispettare.

Da Plauto, a Bacone, a Hobbes, fino ai nostri giorni, non solo alla portata dei filosofi, ma alla portata di tutti, è evidente che l’uomo, accecato dalle passioni, ha perso la luce di Dio, vede solo il suo egoismo, pertanto “Homo homini lupus”. L’uomo è in guerra continua, non solo fra i popoli, ma guerra in seno alla famiglia, famiglia che non è più oasi di pace e di amore, ma campo di battaglia, soprattutto e tristemente fra coniugi. L’uomo è in guerra con se stesso: non sa quello che vuole, non è soddisfatto di quello che ha, non trova modo di darsi pace.

E’ un triste mistero che minaccia l’uomo nel silenzio della propria coscienza.

Dio non parla più alla coscienza dell’uomo,o, per meglio dire, l’uomo non ascolta più la voce di Dio, quando invece la divina voce, accolta, potrebbe aprirgli l’animo alla speranza. Ma l’uomo non vuole ascoltarla. Dov’è Dio? Tutte storie.

E allora ecco che nel profondo della coscienza sente un tormento che non sa definire. Il laicismo moderno con termine “scientifico” a volte lo definisce stress, a volte depressione, ma in sostanza l’uomo è mistero a se stesso e il mistero dell’uomo, in verità, è che, specialmente l’uomo moderno è privo del sostegno di Dio, di quella forza che, a chi non è privo della Grazia, conferisce uno stato di beatitudine tale da portare la croce con Cristo cantando, lodando e benedicendo il Creatore.

L’uomo creato dall’amore di Dio, Sommo Bene, per amare Dio, Luce e Somma Felicità, brancola nei meandri delle tenebre e si affanna cercando quello che mai potrà trovare senza la luce di Dio.

Se vogliamo essere più precisi riflettendo più intensamente, il vero mistero dell’uomo è quello di non aver capito che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, sì, ma tutto gli è stato dato per grazia.

L’uomo non ha capito che senza Dio è una nullità e pertanto deve essere umile e riconoscere e accettare la sua piccolezza di fronte al Creatore che lo ha dotato di libertà, di volontà, di intelligenza con tanto amore perch’egli Lo possa amare con altrettanto amore.

Invece la rovina dell’umanità comincia proprio con un peccato di orgoglio: i nostri progenitori usano questi divini doni contro Dio, al quale disubbidiscono per diventare come Dio.

E’ una tentazione di satana, ma Dio permette perché l’uomo possa imparare che pur essendo a immagine di Dio, si differisce da Dio per la sua debolezza, mentre Dio è Onnipotente.

L’uomo che si ribella alla Maestà di Dio, non può distruggere Dio, sperimenta la sua debolezza e distrugge se stesso.

Il peccato lo precipita nell’abisso della perdizione..

Ma nell’uomo è innato il richiamo di Dio: è la voce dell’anima, dello Spirito di Dio, il richiamo al Bene eterno da cui l’anima è nata. Quel richiamo lo odono le anime elette, cioè scelte da Dio per una particolare missione, fin dai tempi del Vecchio Testamento.

La ode il salmista quando così prega:

 

                                           “Le tue mani m’han fatto e m’han formato

                                 Dammi intelligenza per imparare i tuoi comandamenti”

                                                                                               (sal. 118, 73)

 

 

Molti, i più, odono quel richiamo confuso dal frastuono dei sensi, da quella parte di sé che rende l’uomo simile alla bestia e cinicamente si comporta come una creatura bestiale, in cerca di piaceri e di gratificazioni nel pantano di un mondo dove è affogata la sua parte più nobile: lo spirito di cui Dio l’aveva alitato e che lo rendeva simile a Lui.

Solo un uomo è rimaso incorruttibile e perfetto ed è l’Uomo-Dio, il Verbo, il Salvatore, che è venuto per riportare l’uomo allo stato di grazia. “In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini.E la luce splende fra le tenebre, ma le tenebre non la compresero” 9Gv. 1, 4-5)

Egli venne per insegnare agli uomini che possiamo essere degni di Dio se ci facciamo piccoli, se facciamo la sua volontà , se combattiamo contro il male per fare trionfare il bene nel rapporto con Dio e col prossimo.

Ed allargò le sue braccia sulla croce per abbracciare l’umanità redenta dal suo sangue e presentarla al Padre purificata.

Dall’alto della croce l’Uomo-Dio, il Redentore, rimane un richiamo perenne per l’umanità: seguire Cristo nella Sua Via, non perderci nei meandri dell’errore e del peccato, ma seguirLo per quella via della salvezza che si chiama Calvario, ogni giorno alla luce della verità-evangelica.

L’uomo portando la sua croce per quella via, ogni giorno con Gesù, ritroverà la vita, quella vita per la quale Dio lo aveva creato: la vita della salvezza e della felicità in Dio. Ma se l’uomo non guarda il Crocifisso e non impara da Lui, continua a cercare invano per vie sbagliate la felicità in questo mondo e continuerà a domandarsi: “Perché tanto male? Ma Dio esiste veramente? Perché permette questo? “ Vuole sapere da Dio ciò che dovrebbe domandare a se stesso e trovare in sé, e solo in sé, la causa del male di cui è vittima.

E’ nella trasgressione dei comandamenti di Dio la causa del male. E’ nella ribellione alla volontà di Dio.

Finchè l’uomo non avrà capito questo,resterà un mistero a sé stesso.

Anche Giobbe si domanda:

                                              “Le tue mani mi han fatto e plasmato

                                tutto quanto, e così all’impensata mi distruggi? (10, 8 )

 

Ma quando Giobbe si pente e si umilia e confessa a Dio:

 

                                        “Sì,ho parlato da stolto,

              e di cose che oltremodo passano la mia intelligenza” (42, 3) 

             

                           ……………………………………………

 

                                 “per questo mi ritratto

                   e fo penitenza in polvere e cenere” (42, 6)    

il Signore lo benedice e la nuova condizione di Giobbe è più felice della precedente.

Per concludere, il mistero dell’uomo è nel suo modo di configurarsi nel rapporto con Dio.

Infatti esiste anche una misteriosa felicità dei giusti, di cui si parla nel libro della Sapienza

                                  “Le anime dei giusti sono in mano di Dio”(3, 1)

                                     

                                       “Il Signore regnerà in essi eternamente.

                       Quelli che confidano nel Signore comprenderanno la verità,                                      

                                        i fedeli vivranno uniti a Lui nell’amore,

                          perché grazia e pace è riserbata agli eletti di Dio (3, 8-11)

 

Il mistero di un Dio geloso

Sia nell’Esodo (20, 5) che nel Deuteronomio (4, 24) si legge un categorico avvertimento di Dio all’uomo perché non si prostri dinanzi agli idoli: “Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso,che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione”.

Nella Bibbia, parlando di idoli, si tratta di immagini o statue adorate da uomini di un’epoca molto lontana e diversi da noi sia relativamente ai tempi che alla cultura. Ma gli idoli che rendono schiavi di un ingannevole e deleterio culto, esistono anche oggi: non sono immagini, statue o comunque oggetti, bensì droga, pornografia, denaro, gioco, sesso sfrenato, al di là di ogni limite della morale, e così via; tutti vizi che ben possiamo chiamare idoli, perché a Dio si contrappongono e occupano il posto di Dio nell’anima di chi ne è divenuto schiavo.

Sia nell’Esodo che nel Deuteronomio, ma anche in altri libri di profeti, che hanno toccato questo argomento, leggiamo che Dio è contrario al culto degli idoli, perché è un Dio geloso. Questa affermazione, di primo acchito, ci lascia alquanto perplessi e scettici: non è la gelosia un difetto? O per lo meno una debolezza umana? Quando non è addirittura uno stato patologico, che spesso si estrinseca in atti criminali, che talvolta ci inducono a sospettare che siano suggeriti dal demonio? E’ la Chiesa stessa che condanna la gelosia. Come può dunque essere geloso Dio? L’Essere perfettissimo? Sembra un controsenso e la nostra ragione scivola nel dubbio. Però bisogna tenere presente che noi siamo esseri limitati e, come tali, anche della gelosia abbiamo una concezione umana e limitata alla nostra debolezza umana. Il nostro limite, che ci separa da Dio quanto il finito dall’infinito, ricordiamoci che è segnato dal peccato originale. Non bisogna quindi confondere la nebbia con il fumo, perché dietro la nebbia c’è il sole che vivifica, dietro il fumo c’è il fuoco che distrugge e incenerisce. Così non bisogna confondere la gelosia di Dio con quella degli esseri umani.

L’uomo è per la sua umana natura, corrotta dal peccato, egoista. Quindi se è geloso di qualche cosa o di qualcuno lo è esclusivamente nel suo personale interesse, per attaccamento a ciò che non intende condividere con altri. Ciò che è suo è esclusivamente suo. E l’egoismo umano arriva al punto di suggerire all’uomo, nell’inconscio, che Dio è simile a lui. E’ il colmo della presunzione: è Dio che crea l’uomo a sua immagine e somiglianza ed essendo un Dio Sommo Bene, traboccante di amore per l’essere umano, che Egli ha creato, gli dà quanto di più nobile ed alto gli possa dare un Dio che è Perfezione: l’intelligenza, la libertà e la volontà. L’uomo osa capovolgere, invertire quella che è prerogativa di Dio a sua ardita prerogativa. Così, essendo egli una creatura che, dopo il peccato originale, di suo ha solo la debolezza umana, la tendenza al male, l’egoismo……attribuisce a Dio quello che ha di proprio e cioè quello che è la negazione di Dio e, invertendo le parti, come se fosse una creatura umana Dio dovrebbe pensare come lui, giudicare come lui, comportarsi così come egli si comporta. Sicchè, quando legge nei testi sacri che Dio è geloso degli idoli, pensa che Dio sia geloso come se temesse di essere messo in condizione di inferiorità rispetto agli idoli e, continuando a giudicare Dio col metro della sua miseria umana, intende la minaccia di Dio come una vendetta, che addirittura si trasmette fino alle generazioni future, quasi per la debolezza di un puntiglio. Ma non è così.

Dio sa bene di non aver da temere nessuna concorrenza da parte di niente e di nessuno, tanto meno dagli idoli. Dio ama l’uomo e,proprio perché ne conosce la debolezza, lo vuole preservare dagli errori, in altri termini dal peccato, che è sempre causa di male, male dal quale scaturisce inevitabilmente altro male, di cui le vittime più dirette e immediate sono i figli, ma spesso, per la precarietà della natura umana, il male si trasmette nel volger degli anni indirettamente, come triste retaggio, fino ai futuri eredi. Nel Deuteronomio si parla di un Dio geloso e Giosuè, esortando Israele all’osservanza della legge, per metterlo in guardia, dice: “I vostri occhi hanno veduto quanto il Signore ha fatto contro Belfagor e come ha distrutto di mezzo a voi tutti gli adoratori di esso”. Chi era Belfagor?

Era una oscena divinità moabita, il cui culto comportava pratiche licenziose accennate nel libro dei numeri ( 25 ) col verbo fornicare, vi si legge: “Or mentre Israele si trovava in Setim, il popolo fornicò colle figlie di Moab, che lo invitarono ai loro sacrifici”. In altri termini le figlie di Moab invitarono gli Israeliti a compiere insieme con loro pratiche oscene secondo il culto in onore di Belfagor. Noi sappiamo quante malattie da queste pratiche si contraggono e si contagiano; l’esempio più recente, dei nostri tempi, l’abbiamo nell’Aids. Malattie di questo tipo spesso si trasmettono anche ai figli. Ecco perché Dio è geloso del suo popolo e non è Dio che punisce fino alla terza o alla quarta generazione, bensì il peccato, dal quale Dio vorrebbe preservare il suo popolo. Ma l’uomo è libero. E allora Dio, come apprendiamo dalle Sacre Scritture, giustamente punisce. Ma, alla fin dei conti, è l’uomo che si autopunisce ed è la solita storia che si ripete: il male viene dal male, non da Dio; e causa del male non è Dio, ma la trasgressione della sua divina volontà. Dio vuole solo avvertire l’uomo, mettendo in guardia, sia pure con la minaccia o il castigo. Nel Deuteronomio ( 4, 4) Giosuè ricorda il castigo di Dio con le divine testuali parole: “per coloro che mi odiano” e continua citando ancora le parole del Signore: “mentre voi che siete stati fedeli al Signore Dio vostro, oggi siete tutti vivi”.Il castigo di Dio è stato un deterrente ed è servito a salvarne molti. Senza questo intervento divino il male avrebbe avuto il sopravvento, sicuramente, e ne sarebbero morti più di quanti ne morirono per il castigo.

Fra gli idoli però non c’è solo Belfagor, che potrebbe identificarsi con il sesso, per le pratiche oscene che comportava il suo culto, c’è per esempio quello che gli antichi Greci chiamavano Bacco, il dio del vino. E’ questa un’altra piaga sociale, anch’essa dei nostri tempi, nociva alla persona che ne diventa schiava e ai figli, che nascono tarati.

E che dire del vizio del gioco? Che manda in rovina insieme con la persona che si macchia di questo peccato, gli eredi, che si riducono sul lastrico? L’idolo di questo vizio è infatti il dio denaro, che fa passare anche sul cadavere del proprio fratello. E coloro che fanno un idolo della droga? Che promette paradisi artificiali? Sappiamo tutti di che paradisi si tratti: l’uomo ha sete di paradisi artificiali, perché ha sete di Dio e non se ne rende conto e non sa dove cercarLo e, schiavo com’è dei sensi, Lo cerca nelle cose del mondo: s’illude di trovare godimento in ciò che è il miraggio terreno della vera felicità. S’illude di dissetare la sua anima, che ha sete di Dio, ingannandola mentre inganna i suoi sensi davanti alla televisione con l’oscenità delle esibizioni, della moda, degli spettacoli, spesso con l’inganno delle letture oscene o, più spesso, delle conversazioni oscene……E così non si rende conto che continua a tributare culto osceno a Belfagor, il dio dei Moabiti, l’idolo condannato dal Dio d’Israele, dal nostro Dio, dall’unico, giusto e santo Dio. E, purtroppo, da un idolo all’altro non si finirebbe mai. E l’uno è peggiore dell’altro.                        Ma l’idolo peggiore di tutti è quello che ci portiamo nel fango di cui siamo impastati, quello che ci portiamo con noi e prevale su di noi quando ignoriamo, o vogliamo ignorare, che la nostra dignità dipende dalla parte spirituale del nostro essere, quella che ci ha trasmesso l’alito di Dio, quando ci ha resi persone a Sua immagine e somiglianza, differenziandoci dagli animali.                                              Per l’uomo ateo e materialista, secondo il quale tutto ha principio e fine in questo mondo, altro dio non esiste che il proprio io e fa di se stesso un idolo. E quando si è vittima dell’autolatria cioè dell’adorazione di se stesso, e si fa un idolo del proprio io, a cominciare dalla vanagloria per finire alla sete di potere, si raggiunge il massimo dell’idolatria e l’uomo si identifica con lo stesso Lucifero, che voleva anteporre se stesso al Creatore. Questa fu l’origine del male, questo è il più diabolico dei mali. Tutti dobbiamo guardarcene, perché da Adamo ed Eva, chi più chi meno, unica eccezione la Vergine Immacolata, lo abbiamo ereditato tutti. E’ il primo male e la causa primaria di ogni altro male o idolatria che dir si voglia. Il peccato che commette oggi l’uomo ateo, che si crede egli stesso un dio, accecato com’è dall’orgoglio di aver raggiunto con la sua intelligenza traguardi nel campo della scienza veramente sorprendenti, è un peccato che forse è peggiore di quello di Lucifero, che si è ribellato a Dio perché voleva essere come Dio. L’uomo che pecca di autolatria va pure oltre, in quanto nega l’esistenza stessa di Dio e non solo si ribella a Dio, ma Lo distrugge. E’ il peccato di Pilato, che con atroce scherno distrugge sulla croce “Gesù Nazareno Re dei Giudei”. Ma Pilato era un pagano che non conosceva la Verità e non sapeva che il sangue di quel crocifisso flagellato e incoronato di spine era la Verità, l’unica Verità che può condurre l’umanità redenta da quel sangue alla vera felicità. Con grande vantaggio su Pilato l’uomo di oggi, con più di venti secoli di cultura ed esperienza cristiana alle spalle, potrebbe constatare e sapere che la felicità non viene dagli idoli. Ma è accecato dall’orgoglio, che dirotta alla perdizione l’esecrabile io, all’insegna dell’egoismo.

Dio, se è geloso dell’uomo che ama gli idoli, non lo è per egoismo, alla maniera umana, ma esattamente al contrario e cioè per il bene dell’uomo, perché Dio ci ama e vuole essere amato con tutta la mente, con tutto il cuore e con tutta l’anima. Ma noi che viviamo nel mondo come possiamo amare Dio con tutta la mente? Non dobbiamo pensare a risolvere i nostri problemi quotidiani? E’ ovvio che l’uomo ha una mente per pensare anche alle cose del mondo in cui vive, ma quando le cose di questo mondo sono in contrasto con la legge di Dio, l’uomo deve scacciare dalla sua mente i cattivi pensieri. Non ama Dio -con tutta la sua mente- chi per opportunismo pensa di fare del male, piccolo o grande che sia, ad un suo fratello, anche se fosse suo nemico. Se lo facesse amerebbe con la sua mente il demonio, non Dio. E come può amare Dio con tutto il suo cuore una persona che nutre sentimenti che offendono la legge di Dio? La legge di Dio dice di non desiderare la donna o l’uomo altrui, di non desiderare la roba degli altri e così via. Chi trasgredisce e si lascia vincere dall’invidia o dall’odio o dalla libidine o da sentimenti comunque perversi, non ama Dio -con tutto il cuore-, ma ama il demonio. Amare Dio -con tutta l’anima- vuol dire preferire sempre, dovunque, e in ogni circostanza Dio a tutto ciò che è contro di lui. Amare Dio con tutta l’anima significa abbandonarsi alla volontà di Dio, ben sapendo che è Padre e Benefattore, e usare la libertà e l’intelligenza, di cui ci ha fatto dono, con la fiducia di figli devoti e ubbidienti. Chi ubbidisce alla volontà di Dio e quindi osserva il primo comandamento, che ci ha dato questo nostro “Dio geloso”, è un uomo in grazia di Dio, non è un uomo egoista, è un uomo che vive tutti i giorni camminando nella via di Dio, che a Dio conduce, è un uomo che non offende, ma anzi rispetta ed ama il suo prossimo, è un uomo che osserva, quindi, anche il secondo comandamento, che Gesù disse è simile al primo, perché scaturisce dal primo, come l’acqua dalla sorgente. E con sapienza divina asserisce che da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i   profeti.(Mt 22, 40)

Leggiamo nel salmo 23 “Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo.Egli otterrà la benedizione del Signore”. Ed è bene meditare sulle parole del profeta Isaia (45): “Non sono forse io il Signore? Fuori di me non c’è altro Dio; fuori di me non c’è Dio giusto e salvatore. Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra perché io sono Dio; non ce n’è un altro”. Questo Dio geloso è un Dio che vuole salvarci, che si è incarnato ed è morto in croce per noi e si salva solo chi Lo ama al di sopra di tutto e osserva quindi i suoi comandamenti. Chi invece di cercare la felicità in quest’unico Dio la cerca negli idoli, non solo non trova la felicità, ma decreta la propria autocondanna alla rovina in questo mondo e alla perdizione eterna nell’altro. Ai tempi di Mosè il popolo eletto, in cammino verso la terra promessa, provoca Dio a gelosia sacrificando “ai demoni, che non sono Dio”, come leggiamo nel Cantico di Mosè. Così fa anche oggi l’umanità in cammino verso la Gerusalemme celeste, e Dio può ben dire ancora: “Mi hanno reso geloso con ciò che non è Dio, mi hanno rattristato con le loro vanità”. Allora Dio punì Israele abbandonandolo al nemico e disse: “Nasconderò loro la mia faccia”. Ma custodiva come gemma preziosa il popolo eletto in attesa di far giustizia allorquando fosse rinsavito dopo dolorosa esperienza. Infatti nella parte finale e conclusiva del Cantico si legge: “Ma il Signore fa giustizia al suo popolo, ha pietà dei suoi servi quando vede mancare ogni forza, venir meno lo schiavo e il libero”.Iddio geloso è quindi, anche, un Dio misericordioso, che con toni profondamente accorati si rivolge al popolo che Egli ama:

“Ascolta popolo mio, ti voglio ammonire;

Israele, se tu mi ascoltassi!

…………………………………………….

Se il mio popolo mi ascoltasse

Se Israele camminasse per le mie vie!

Subito piegherei i suoi nemici

E contro i suoi avversari porterei la mia mano”,

Così Dio misericordioso parla a Israele nel salmo 80. Oggi le stesse parole valgono per noi. I nostri avversari sono quelli che ci attaccano dall’altra faccia della scienza e del progresso, quella che trasgredisce e sfida la morale cattolica, quella che costituisce gli idoli dei nostri tempi, gli idoli del terzo millennio. Passano i tempi, si susseguono i secoli e i millenni, cambiano gli uomini, i loro costumi, la loro cultura, ma Dio non passa e l’amore di Dio non cambia. Dio ancora oggi è geloso dell’umanità che si perde dietro agli idoli: Dio per amore ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza, ma l’uomo ha ripudiato quest’immagine di Dio, che è virtù, e ad essa ha preferito gli idoli del vizio. L’uomo iniquo non   è a somiglianza di Dio, ha rinnegato Dio, ha ferito il cuore di Dio con l’arma della libertà, arma da lui affilata con l’intelligenza pervertita dal peccato, che l’ha resa diabolica. L’uomo del Duemila quanto è cambiato dall’uomo che Dio ha creato a Sua immagine e somiglianza con amore di Padre! E pensare che lo ha creato per essere da lui amato con tutta la mente, tutto il cuore e tutta l’anima. L’uomo di oggi preferisce al Sommo Bene, il male, che egli adora nei vari idoli della civiltà moderna. Ma:

“Tu non sei un Dio che si compiace del male:

presso di Te il malvagio non trova dimora

………………………………………………….

Signore, Tu benedici il giusto:

come scudo lo copre la tua benevolenza”

                                                                    (salmo 5)

     

  

Su un altro mistero: perché Dio mi ha creata?

 

 

Il tempo è creatura di Dio. Dio è eternità. Nella mente di Dio, dove non c’è passato, presente e futuro, ma l’eterno presente, tutto ciò che è nel tempo lo è da sempre: il progetto di Dio è eterno. Dalla mente di Dio scaturisce il creato nel tempo e nello spazio per effusione di amore, infatti la legge del creato è la legge dell’amore.

Come un buon padre ama vedere la sua immagine in una sua creatura, così Dio dopo aver creato tutto, dall’universo all’atomo, si compiacque di creare l’uomo a sua immagine e somiglianza.

Noi nella nostra espressione usiamo dire prima e dopo, perché siamo abituati a scandire così il tempo in cui viviamo, ma nella mente di Dio c’è l’Uomo-Dio dall’eternità e “Tutto per mezzo di lui fu fatto….in lui era la vita”. Come leggiamo nell’Antico Testamento (Dt 6, 5), Dio dall’essere umano vuole essere amato e l’essere umano che, nella sua perfezione divina, seppe amare veramente Dio è Gesù. Il comandamento dell’amore è però rivolto a tutti gli uomini.

Allora perché Dio mi ha creata?

Da qualsiasi uomo si formuli questa domanda la risposta di Dio è la medesima: “Perché voglio essere amato”.

E’ inutile quindi chiedere al Signore: “Che cosa vuoi da me?”,sapendo che Dio vuole essere amato, piuttosto sarebbe il caso di domandarci come Dio vuole essere amato.

Già nell’Antico Testamento, come già detto, oltre che nel Deuteronomio troviamo anche nel Genesi, nell’Esodo, in Giosuè, nel Siracide, che Dio vuole essere amato con tutta la nostra forza, con tutta l’anima, non esiste altro Dio, non tollera idoli ed Egli per primo ha dato agli uomini la prova del suo amore: anzitutto avendoli dotati di intelligenza e libertà e soprattutto perché dopo averli creati per la felicità eterna li ha anche salvati dalla perdizione eterna in cui erano caduti.

Ma amore con amor si paga. Questo è un detto valido non soltanto nei rapporti umani, perché quando si parla di amore si parla soprattutto di Dio e Dio che ama le sue creature, le ha create per essere amato. Anche Dio ci chiede la prova del nostro amore: “Non chi dice Signore, Signore…”

Dio vuole essere amato in modo concreto, perché Dio è Verità, e vuole essere amato nella Verità.

Così vediamo già nell’Antico Testamento tanti esempi di fedeltà e di amore di personaggi biblici, ma quello che si può definire eccellente è quello del padre Abramo, il quale ama Dio al di sopra di tutto, al di sopra dello stesso Isacco, suo figlio, che egli è pronto a sacrificare non perché non ami abbastanza la sua creatura, ma perché amare Dio con tutta la mente e con tutto il cuore significa anche e soprattutto credere in Dio, avere fede in Dio, avere certezza che Dio vuole solo ciò che è buono. Quando il figlio che dovrà essere immolato chiede “Padre, dov’è la vittima?”,questo abbandono fiducioso suggerisce al padre Abramo la risposta: “In summo monte Deus providebit”.

E sulla sommità del monte Dio provvide e un ariete fu immolato al posto di Isacco.

Dio non resta mai in debito.

Egli è la sorgente dell’Amore e se noi lo amiamo coi fatti, con la verità, con la fede, con dedizione completa, Egli ci inonda, ci sommerge nell’oceano infinito del suo amore.

Ed è già un prezzo altissimo quello col quale ci ripaga mentre siamo ancora   in questa   vita: con la pace dell’anima.

L’anima che è in pace con Dio è in pace con se stessa e la pace è il dono più grande che Dio ci possa fare: Gesù salutava “la pace sia con voi”.

Tante cose Gesù ci ha insegnato. Non ha detto solo: “Siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli” lasciando a noi il problema da svolgere. Ha detto anche “Io sono la via, la verità, la vita”.E chi segue gli insegnamenti di Gesù impara quale è la via per arrivare al cuore del Padre, all’amore di Dio. Egli è una via infallibile, perché è verità, vero uomo e vero Dio. Ed è vita, perché col suo insegnamento e con la sua vita ci ha ridato la vita eterna. Vita per Vita.:La sua vita vissuta in mezzo agli uomini, sacrificata sulla croce per dare a noi la vita della beatitudine eterna, che avevamo perduto a causa del peccato originale.

“Nessuno ama più di chi dà la propria vita”.

Ci ha insegnato come amare Dio al di sopra di tutto, consegnando la sua vita alla volontà del Padre.

A sua volta la Chiesa, che continua il suo magistero, ci insegna che l’uomo è stato creato per amare e servire Dio in questa vita, onde goderlo poi nell’altra.

Come servire Dio? Dio ha forse bisogno di essere servito da noi? Dio è padrone di tutto. Il nulla diventa tutto per la sua onnipotenza.

Quale è allora il servizio che ci chiede?

Una sola cosa è gradita a Dio: essere amato.

Non solo vuole essere amato da ciascuno di noi, ma da tutti. Dobbiamo quindi amarlo e farlo amare.

Ecco come lo dobbiamo servire: facendolo conoscere ed amare anche dagli altri. Questo è il servizio cui furono chiamati gli Apostoli: fare conoscere Dio e farlo amare da tutti. Non si può essere cristiani senza essere apostoli.

L’amore di Dio non può essere egoistico, dobbiamo comunicarlo agli altri, a tutti e condividerlo con tutti. Perché tutti siamo figli dello stesso Padre, tutti siamo fratelli. Il Padre ci ama tutti e da tutti vuole essere amato.

L’amore crea, l’amore redime, l’amore accomuna l’intera famiglia umana in un unico amore per il Creatore, che per amore ci ha creati e per amore ci ha redenti.

E come farlo amare?

Gesù ce lo ha insegnato in tanti modi, ma con la parabola dei talenti ce lo ha spiegato nel modo più semplice e più chiaro.

I Santi sono quelli che hanno amato Dio al di sopra di tutto in questo mondo e Lo hanno servito nel modo più degno. Alcuni col sacrificio della loro stessa vita, altri compiendo opere di straordinaria carità , altri edificando il prossimo con l’esercizio eroico delle virtù, altri al servizio dei poveri o di altri fratelli infelici e altri ancora spendendo tutta la vita nell’educare i giovani o gli sbandati per ricondurli sulla via di Dio.

Ma poi vediamo essere proclamato santo, anzi santi, una moltitudine di umili fraticelli questuanti, i quali non hanno compiuto nulla di eclatante.

Così sembra. Ma mettiamoci nei panni di uno di questi, che va su e giù, sotto il sole nel pesante saio, con la pesante bisaccia sulle spalle in una giornata afosa ovvero sulla neve a piedi nudi nel cuore di un gelido inverno e cerchiamo di immedesimarci. Oppure pensiamo a un’umile suora che, a detta del beato papa Giovanni XXIII, si è santificata stando in mezzo alle pentole e alle padelle. Che cosa ha fatto? Niente. Ma immaginiamo le condizioni di questa santa donna, in piedi davanti ai

fornelli, forse coi piedi dolenti, nel caldo dell’estate, nel caldo della cucina, nel caldo dell’abito religioso o d’inverno coi freddi piedi torturati dall’artrosi intenta a preparare il cibo non per persone care e riconoscenti, ma estranee, sia pure consorelle, spesso esigenti e incontentabili. Quanta pazienza, quanto patire del corpo e dello spirito.

Ma sembra niente, cosa da niente.

Per anime che amano Dio al di sopra di tutto, e di se stesse soprattutto, sono cose da niente perché al confronto di Gesù crocifisso qualunque sofferenza è niente. Per chi lo ama veramente il grande anestesista di ogni sofferenza è Gesù crocifisso. Ecco come si può amare con tutta l’anima Dio e servirlo: ciascuno col suo talento, nel posto dove Dio lo ha chiamato a svolgere la missione che gli ha assegnato.

Quale è la mia missione? Come posso servire Dio? Per rispondere a questo quesito bisogna prima interrogare se stessi con un sincero esame di coscienza.

Quale è il mio talento?

Ciascuno ha il suo e non è detto che sia frutto di intelligenza o di una particolare dote o di un particolare carisma, o che sia qualcosa di ammirevole o di “invidiabile”.

Potrebbe essere una grave malattia, potrebbe essere una spaventosa sventura o una calunnia, una croce qualsiasi.

Quella croce può essere il talento nel progetto di Dio. La cecità, per esempio, la paralisi o, peggio, la sventura che tormenta una persona cara e ci dà pene atroci nell’anima.

E se non ho nulla nemmeno di tutto questo, nulla di mio con cui rendermi utile al prossimo per condurlo all’amore di Dio, come servirLo?

“Glorificate il Signore con la vostra vita” Sono belle parole con le quali alcuni sacerdoti concludono la S. Messa. Hanno una risonanza nell’anima. Sono una parola d’ordine per chi desidera o sente di essere soldato di Cristo.

Se non ho nulla con cui rendermi utile al prossimo con l’edificazione, con l’esempio della mia stessa vita, posso sempre insegnare al prossimo come amare Dio, con un sorriso, con una parola di conforto o di pace o di perdono, con una lacrima, con una preghiera……

Posso sempre offrire me stessa con un atto di umiltà, di fraternità verso “gli ultimi” appresso a Cristo offrendomi come olocausto sull’altare della vita, ogni giorno, perché in cambio ne venga pazienza e fede a chi soffre.

E aspettare nella disponibilità ogni occasione, ogni attimo…..

Sempre nella volontà di Dio……

Sempre nella fiducia in Dio……

Sempre per la gloria di Dio……

Per questo Dio mi ha creata.                                                            

   

 

 

Sugli sbandamenti

 

 

Noi siamo abituati a considerare sempre negative le cadute, le manchevolezze, gli sbandameni di un’anima e ci dimentichiamo che tutto avviene sotto lo sguardo vigile di Colui che scrive dritto pure sulle righe storte.

Dio, che fa piovere sui buoni e sui cattivi, non ha figli abbandonati.

La sua divina Provvidenza è tanto misteriosa, al di là di ogni umana capacità comprensiva, che si può dire ci riesce sempre difficile capirla.

L’occhio vigile del Creatore non si distacca mai dalla sua creatura. La segue anche quando sembra che non la guardi o, Dio mi perdoni, che non se ne curi.

Questo non è proprio da pensare, ben sapendo che ogni anima costa al Signore sangue, crocifissione, patire.

Perché allora permette che un’anima si allontani da Lui?

O amore infinito di Dio, come ci dimentichiamo che le vie del Signore sono infinite e che infinita è la sua misericordia!

Spesso le anime, apparentemente, abbandonate da Dio sono le sue predilette.

La varietà è la caratteristica più bella del creato e a questa non si sottrae nemmeno l’anima: non esiste un’anima uguale ad un’altra.

Come i fiori ogni anima ha una bellezza diversa, almeno fino a quando non la deturpa il peccato.

E come i fiori ognuna, come una pianticella, abbisogna di cure e attenzioni diverse. Ma come tutte le piante, indistintamente, hanno bisogno di humus così le anime, come pianticelle create per inebriare il Creatore col profumo della virtù, hanno bisogno di quella che costituisce il sostrato di tutte le virtù: l’umiltà.

E Dio si prende cura di queste sue pianticelle umane e le fertilizza con la prova del dolore, che è un fertilizzante dal sapore amaro, spesso l’amaro di una vera passione, ma che amareggia a fin di bene.

Del dolore fanno parte intrinseca e determinante gli sbandamenti, l’allontanamento da Dio, perché l’anima che si è smarrita e ha perso Dio è l’anima che più soffre. All’insegna del proprio io corre dietro la nera ombra di un falso bene e cerca, nel modo e nel luogo e nel momento sbagliato, ciò che è la causa e lo scopo del suo stesso essere e che cerca altrove invano, senza mai trovare, con indicibile tormento.

Non bastano i regni di questo mondo a compensare la perdita di Dio. “Venga il tuo regno” Così ci ha insegnato Gesù, perché i regni della terra, il più falso miraggio di una ancora più falsa felicità, sono retti e governati dall’ingiustizia e spesso lo scettro dei re, simbolo di un caduco potere umano, gronda di sangue e di lacrime. Il regno dei cieli è invece al di sopra di ogni miseria umana ed è governato dalla eterna giustizia divina.

Ma non è per quelli che dicono -Signore, Signore - E’ per quelli che fanno la volontà di Dio.

Chi fa la volontà di Dio è in pace con Dio e Dio lo trova nel cielo della propria anima. Non lassù, lontano, ma dentro di sé e Dio lo segue da vicino e conta i suoi capelli, e dirige i suoi passi, e lo rende beato, perché trova serenità pur nella umana sofferenza.

Infelice l’anima che ha perso Dio, quanto soffre senza trovare pace!

Finchè, toccata dalla grazia di Dio, si illumina di Verità e allora si rende conto che nulla serve se manca Dio e soprattutto che di nulla è capace se perde il sostegno di Dio.

Riconosce di essere limitata, impotente, inutile. E diventa umile. E solo nell’umiltà si volge a Dio e s’inchina alla sua divina Maestà.

E la grazia divina allora la irrora della sua benedizione.

Un’anima superba, orgogliosa, piena di sé, perdendosi dietro falsi idoli, non cercherà mai Dio e non troverà mai il vero Bene. Ma Dio non abbandona le anime, lascia che, secondo la propria tendenza, percorrano la via scelta a gradimento,ciascuna la propria, quella via che, dopo l’esperienza del male, riconduce l’anima, pilotata dalla libertà, sulla via maestra.

Dio non ha perso mai di vista un’anima e sulla via maestra l’aspetta ed è sempre pronto ad accoglierla come il padre del figliuol prodigo.

E tutti, chi più chi meno, siamo “figliuol prodigo”.

Signore sia fatta sempre la Tua volontà.

Sia benedetto sempre il Tuo nome.

Grazie anche per gli sbandamenti, che annullando il mio io, nell’umiltà mi hanno ricondotta a Te, Padre di misericordia! 

Ma….sento una voce…..(forse reminiscenze classiche?......Spero!!!)

Quousque tandem abutere,…….., patientia nostra?

 

 

 

 

Sull’umiltà e la mitezza di Gesù

 

 

“Versata dell’acqua in un catino cominciò a lavare i piedi ai discepoli…..Vi ho dato l’esempio affinché come ho fatto io facciate anche voi. In verità vi dico: non c’è servo maggiore del suo padrone, né apostolo da più di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose sarete beati se le metterete in pratica.”(Gv. 13, 5-17)

Così Gesù si spoglia completamente della sua divinità, riepiloga tutti i suoi insegnamenti e li compendia in questa lezione di umiltà, cioè di quella virtù che è essenziale e fondamentale per tutte le altre. E questo poco prima di abbracciare la croce, per insegnare che senza umilà non si accetta la croce, nessuna croce.E senza la croce non c’è salvezza: è questo l’albero, l’albero della croce, sul quale si guadagna ciò che Adamo ed Eva perdettero presso un altro albero, quello della superbia. Con questa lezione pratica di umiltà Gesù offre se stesso come esempio da imitare, non certamente per protagonismo ma, come tutto quello che fece, per purissimo amore, per insegnare agli uomini come meritare di essere degni figli di Dio.

Secondo una tradizionale concezione biblica il Messia sarebbe stato il salvatore, ne avevano fatto testimonianza con la loro ispirazione i profeti. Ma la profezia del Messia salvatore era stata in un certo senso travisata proprio dal popolo ebreo che del Salvatore voleva farne a tutti i costi un personaggio politico, che avrebbe salvato la sua nazione dalla oppressione di altre popolazioni. E invece, proprio per evitare di alimentare errate e infondate attese messianiche, vediamo che Gesù, quando opera i miracoli non vuole che si sappia e preferisce il silenzio. Quando guarisce due ciechi li ammonisce dicendo “guardate che nessuno lo sappia” (Mt. 9, 30).

Altrettanto quando guarisce il lebbroso “guardati dal dirlo a qualcuno”(Mc. 7, 36). Quando risuscita la figlia di Giairo comanda severamente di non farlo sapere.Tutti sapevano che era morta, ma, per celare anche il sospetto del miracolo, prima di farla alzare dal letto dice: “La fanciulla non è morta, dorme (Mt. 9, 18-23).

Di questi fatti e di questi atteggiamenti di Gesù se ne apprendono tanti dai Vangeli. Potrebbe sembrare un comportamento strano, ma il motivo principale è che Gesù non ha bisogno di essere glorificato dall’uomo “Io non accetto gloria dagli uomini” (Gv. 5, 41). Non è venuto per questo: Egli è il Dio della gloria, che si è umiliato nella natura umana per redimerci e innalzarci alla dignità di figli di Dio. I miracoli li fa sempre o per premiare la fede di qualcuno, come riferisce l’evangelista Matteo (9, 22) nella parabola dell’emorroissa, la quale “Pensava: se riuscirò magari solo a toccare il suo mantello, sarò guarita”. E Gesù, voltatosi, la vide e disse: “Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita”.O come quando guarisce la figlia della Cananea “Donna, davvero grande è la tua fede. Ti sia fatto come desideri (Mt. 15, 22-28). Oppure li faceva perché spinto dalla compassione, come riferisce Luca nella parabola della vedova di Naim (7, 11-15) “Il Signore appena la vide ne ebbe compassione e le disse “Non piangere”! E’ questa una delle tante note della misericordia di un Dio di incomparabile bontà, che si è fatto uomo, piccolo, peccatore a causa dei peccati degli altri, per salvare l’umanità col sacrificio di se stesso, umiliando la sua stessa divinità, toccando il fondo più profondo dell’umiltà.

Beati gli umili, perché solo gli umili possono essere degni di Gesù! Egli, che è la Verità, apertamente e categoricamente lo afferma: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore Mt

11, 29) e lo dice proprio quando vuole insegnare ai discepoli la via per seguirlo, che è quella del Calvario e cioè quella della croce, che solo nell’umiltà si può abbracciare con amore, amore che rende leggero il suo peso. In quell’occasione Gesù fa la sintesi perfetta e la offre come guida a chi lo vuol seguire nella redenzione e nella salvezza: portare la croce con Lui. E offre se stesso come esempio a sostegno e a conforto di quanto chiede per la più nobile e la più sublime delle missioni. “Prendete su di voi il mio giogo, e imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore e troverete riposo alle anime vostre; perché il mio giogo è soave e leggero il mio carico” (Mt 11, 29)

Mitezza e umiltà furono da Lui praticate in ogni momento della vita terrena e durante la passione, fino alla morte in croce.

Gesù che non fosse venuto a cercare gloria umana lo disse anche a Pilato: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv. 18, 360

E’ sceso dalla gloria dei cieli alla miseria della terra per servire l’uomo con straordinaria umiltà e il servizio più grande che vuole offrirgli è quello di aiutarlo ad uscire dal suo egoismo degradante per elevarlo a sentimenti nobili di carità ed essere riconciliato col Padre.

L’uomo per liberarsi dal suo egoismo deve imparare a rinnegare se stesso e far tacere il proprio io che è la causa di ogni male, deve diventare umile e Gesù non perde occasione per sensibilizzare la sorda natura umana a sentimenti di carità con parabole che vorrebbero purificarla e perfezionarla, che insegnano a non giudicare il prossimo e a non sentirsi migliori di nessuno (Lc 18, 9-14), a non ambire ai primi posti(Lc,14,7-11) il che vuol dire distogliere l’amor proprio, quando sconfina nell’egocentrismo e indirizzarlo verso l’unica gloria vera che è la gloria di Dio.

Fu la superbia del proprio io che indusse Adamo ed Eva a peccare, quando furono tentati a mettersi alla pari con Dio.

Questo egoismo manifestatosi per la prima volta nei confronti di Colui a cui i nostri progenitori dovevano la propria esistenza, abusando della libertà di cui Dio li aveva dotati perché fossero a sua immagine e somiglianza, fu trasmesso al figlio Caino e poi a tutto il genere umano, che continuerà ad essere vittima di questa dolorosa eredità. Ci saranno anche i discendenti di Abele che, nonostante eredi di Adamo, e quindi eredi di una natura che porta di generazone in generazione il marchio indelebile della colpa, saranno le vittime innocenti in questa che doveva essere la valle felice dell’Eden e che è diventata valle di lacrime.

In questa valle di lacrime venne Gesù per essere, novello Abele, la vittima innocente che, grazie alla sua natura divina, avrebbe redento l’uomo dal peccato originale.

La sua missione sulla terra fu mirata a svelare agli uomini che c’è un regno di Dio che è regno di amore e di pace, dove gli uomini potranno ritrovare il vero Bene perduto.

Per entrare nel regno dell’amore e della pace bisogna però essere capaci di amare e di amare soprattutto la pace, quindi essere miti. Di tale natura Dio li aveva creati, quando nella creazione col suo alito aveva trasmesso loro l’anima. Erano come angeli creati per la gioia della creazione e la delizia di Dio. Avrebbero amato Dio al di sopra di tutto.

Dio, creatore e padrone di tutto e di tutti, amava essere amato da queste creature, che con tutto il suo amore aveva creato.

Ma l’amore non può essere imposto. Dio aveva imposto la legge dell’amore materiale a tutte le creature dell’universo, leggi necessarie alla riproduzione, invece l’amore umano, che doveva amare Dio, l’amore che avrebbe indissolubilmente unito l’anima della creatura all’anima del Creatore,era un amore libero che liberamente avrebbe potuto amare il Creatore.

Purtroppo questa libertà fu la trappola di cui si servì satana che, diabolicamente profilò a quelle creature felici la possibilità di diventare come Dio e indusse Eva ed Adamo in tentazione ed essi abusarono della libertà per trasgredire, tradire la fiducia e quindi perdere la grazia di Dio.

E venne Gesù.

Già a dodici anni rinnega se stesso, contrariamente ad Adamo, e annuncia nel tempio: “Sono venuto per fare la volontà del Padre mio”. (Lc 2, 49).

Adamo invece aveva disobbedito alla volontà di Dio. (Gn 3, 6)

Dopo una vita esemplare di figlio ubbidiente, di lavoratore onesto, di uomo docile, ammirabile nel comportamento, per la sua mitezza e la sua umiltà, Gesù inizia la sua missione.

Gli insegnamenti di Gesù tramandatici dai Vangeli, sono tanti, Egli insiste soprattutto sull’amore del prossimo.

L’uomo è stato creato per amare Dio.

“Ma se non amate il prossimo che vedete, come potete amare Dio che non vedete?” dice S. Giovanni nella prima lettera. (4, 20)

L’amore del prossimo è la palestra in cui l’uomo si deve allenare per purificarsi del suo egoismo, causa prima del peccato originale e di tutti i peccati di cui quotidianamente l’umanità continua a macchiarsi.

Gesù su questo insiste molto: nella parabola del buon Samaritano, nella parabola del ricco epulone, nella parabola del servo ingrato, nei vari precetti citati da Matteo “A chi ti chiede la tunica dagli pure il mantello”(5, 40). Fare il bene a chi non ci ha fatto del male è una cosa buona che certamente piace a Dio, ma non basta per essere degni figli di Dio, perché Dio fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugl’ingiusti (Mt 5, 43 – 47), e allora il bene bisogna farlo anche a chi ci ha fatto del male. E a chi ti dà uno schiaffo porgi l’altra guancia (Mt 5, 39), e se vogliamo essere perdonati da Dio, dobbiamo anche noi perdonare a chi ci ha fatto del male.

Così insegna nella preghiera al Padre Nostro.

Gesù non è venuto a cambiare la legge, ma a completarla, a perfezionarla e pertanto non si limita ad insegnare che si deve perdonare, ma che si deve addirittura amare chi ci fa del male.

Perché l’uomo arrivi a un tale grado di virtù, bisogna che innanzitutto si spogli del suo egoismo, il cui primo frutto è l’orgoglio.

L’orgoglio è l’io che non vuole cedere di fronte a niente e a nessuno. Essere orgoglioso significa essere pieno di sé. Chi è orgoglioso non tollera le offese, chi è orgoglioso non cede nemmeno di fronte alla persona più cara.

Ed ecco che Gesù ci insegna col suo esempio come bisogna rinnegare se stessi, proprio Lui, Verbo incarnato, Dio fattosi uomo, che non fu geloso della sua natura divina e si umiliò con somma bontà per la nostra salvezza: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29).

Il primo incontro con un Dio infinito, diventato piccolo bimbo in una stalla, in mezzo agli animali, circondato da pastori è già una patente di umiltà, unica e impensabile, con cui si presenta il Creatore dell’Universo.

Il profeta Isaia aveva detto, prevedendo molti secoli prima, che l’opera di Cristo non sarebbe stata di violenza, ma di dolcezza e di amore; con delicatezza avrebbe cercato di rendere buoni i cattivi e con questo metodo di amore avrebbe stabilito la sua legge su tutta la terra: “Ecco il mio servo col quale io starò, il mio eletto nel quale si compiace l’anima mia.

In lui ho affidato il mio spirito. Egli porterà la giustizia tra le nazioni. Egli non griderà, non sarà accattator di persone, non farà sentire la sua voce nelle piazze, non spezzerà la canna fessa, non smorzerà il lucignolo fumigante, farà giustizia secondo la verità. Senza essere né triste né turbolento giungerà a stabilire sulla terra la giustizia, e le isole aspetteranno la sua legge”(Is 42, 1-4)

Da questa sua umiltà, dal sentirsi servo: “il Figlio dell’uomo non è venuto ad essere servito, ma a servire” (Gv 20, 21) nasce la sua mitezza. E’ mite perché ha la pace nel cuore, la pace del giusto, la pace di chi non invidia e non ha ambizione, la pace di chi ama.

Anche gli uomini avrebbero dovuto amarlo. Tutti. Nessuno mai aveva parlato come Lui, nessuno mai aveva beneficato come Lui.

E invece Lo misero in croce.

Anche sulla croce Gesù è mite ed umile di cuore: a chi lo insultava non rispondeva e a chi Lo aveva flagellato, sputato, schernito e crocifisso concedeva il suo perdono, “mansueto come agnello muto dinanzi a chi lo tosa, egli non aprirà bocca” (Is 53, 7).

La sua mitezza e la sua umiltà operano il miracolo della Redenzione. Il segreto della salvezza dell’uomo è infatti in questo binomio: mitezza e umiltà. L’uomo mite è quello che ha la carità nel cuore, e la mitezza è la prima espressione, la più soave, della carità. L’umiltà innalza l’uomo dalla schiavitù del peccato alla grazia di Dio perché “Chi si umilia sarà esaltato” (Mt 13, 12)

Gesù mite ed umile di cuore rendi il mio cuore simile al tuo.

 

 

Sulla preghiera

 

 

“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo agli uomini”.

Questo avvento era stato annunciato dai Profeti: il Messia sarebbe venuto sulla terra per salvare l’umanità. Vero uomo e vero Dio, anello di congiunzione fra la creatura e il Creatore.

Perfettissimo, Sapienza divina, conosceva la debolezza e la miseria dell’umanità e col suo sangue l’umanità Egli lavò dal peccato e volle pure insegnarle come percorrere il cammino della salvezza dopo la Redenzione.

Infatti l’uomo creato col dono della libertà sarebbe rimasto libero anche dopo questo grandioso evento; quindi la debolezza ereditata dai primogeniti, l’avrebbe ancora esposto alla tentazione e al peccato. L’uomo redento da Cristo, tornava nella condizione medesima in cui si trovava all’inizio della creazione, con l’unica differenza, rilevante, che può sempre pentirsi, chiedere perdono e invocare la misericordia, che l’Uomo-Dio gli ha procurato dalla croce al prezzo del suo sangue, versato per tutti gli uomini di tutti i tempi, di valore infinito.

Come può l’uomo pentirsi, chiedere perdono ed invocare la misericordia?

Con la preghiera.

Come Dio gratuitamente lo redense, così con la grazia, che significa “gratis data “ lo può risollevare dal peccato, sempre che l’uomo lo voglia. E la grazia che bisogna chiedere a Dio con la preghiera, innanzitutto, è proprio questa: ci liberi dal peccato. Gesù, Via, Verità, Vita, ci insegna come rinascere dalla morte del peccato alla vita della Grazia di Dio.

Quando i discepoli Gli chiesero: “Maestro, insegnaci a pregare” (Lc. II, I) Gesù insegnò loro il Padre Nostro.

Secondo un’espressione della patristica la preghiera viene definita: “elevazione della mente a Dio”.Quando si dice mente, significa la parte spirituale,l’anima.. Ciò esige il silenzio assoluto dei sensi e l’astrazione dal mondo materiale che ci circonda, per sentire solo la presenza di Dio e vivere solo con Dio, rivolgerci solo a Lui, come se tutto il resto non esistesse.

Rivolgersi solo a Lui,come se tutto il resto non esistesse, vuol dire rivolgersi a Dio, ringraziarlo,lodarlo, glorificarlo, amarlo, cercando, con la forza che Lui ci può dare, di non pensare nemmeno ai nostri problemi quotidiani, di qualunque entità essi siano: pace assoluta dell’anima in    Dio.

Per questo Gesù quando pregava si appartava in luoghi solitari: o sul monte o nell’orto, in prossimità di un fiume o di un lago, nel silenzio della notte, e consigliava ai discepoli di pregare nel silenzio e nella solitudine della propria camera.

Gesù disappropriava i farisei, che pregavano negli angoli delle strade per meschina ostentazione di fronte ad altri uomini, li chiamava ”sepolcri imbiancati”. Essi non pregavano per parlare con Dio.

La preghiera di Gesù invece era un dialogo col Padre, il cuore di Cristo che vibrava all’unisono col cuore di Dio, lo stesso cuore, la stessa sorgente d’amore, quello del Creatore e quello del Redentore, due persone ed uno stesso Dio, che attingevano lo stesso amore generoso dello Spirito Santo, la terza persona che li univa.

E noi come possiamo unirci a Dio nella preghiera, come possiamo parlare con Dio?

Quanto più si è lontani da Dio tanto più sembra difficile.

Invece è tanto facile, è la cosa più facile di questo mondo, è più facile che parlare con altre persone umane, perché le persone, fosse la propria madre o il proprio figlio, cioè le persone con cui si è più strettamente legati da vincoli di carne e di sangue, non sempre le troviamo disponibili. Dio, invece, è sempre disponibile, perché sempre siamo l’uno alla presenza dell’altro.

Dio, che conta i capelli del nostro capo e conosce i pensieri della nostra mente, ci vede, ci segue, ci conosce nell’intimo della coscienza, ci giudica.

Io sono per Dio come per nove mesi il figlio nel grembo della madre: il figlio non sa di essere intimamente unito e tanto amato da chi gli dà la vita, ma la madre lo ama, lo sente, conta i palpiti del suo cuoricino, lo segue attimo dopo attimo, finchè un giorno lo accoglierà tra le sue braccia.

Noi non vediamo Dio, molti ignorano la sua esistenza, ma noi siamo sempre con Dio e Dio sempre ci ama e ci ascolta quando ci rivolgiamo a Lui, quando preghiamo.

Oh, quanto desidera accoglierci fra le braccia! Quelle braccia che per nostro amore allargò sulla croce, per accoglierci tutti in un abbraccio universale, specialmente le pecorelle smarrite.

Ma ciascuno di noi, chi più chi meno, è un figlio prodigo, vittima dell’egoismo. Il nostro egoismo ci perseguita pure nella preghiera: ci rivolgiamo a Dio sempre e solo quando ne abbiamo bisogno, per chiedere, mai per glorificarLo, mai per benedirLo, mai per dire a Lui che Lo amiamo e che Lo amiamo tanto e con tanta fiducia, da accettare da Lui tutto, anche quello che non comprendiamo.

Sua Madre Lo amava. La Vergine sì.

E quello che non capiva lo accettava ugualmente e lo “custodiva nel suo cuore”.(Lc 2, 51).

Si custodisce ciò che si ama ed Ella del Figlio divino amava tutto, Il suo vivere era un santificare continuo il Santo Nome, il suo esistere un continuo accettare la volontà di Dio.

Gesù stesso ci insegna quanto ciò sia importante. E’ la prima cosa che insegna agli uomini, quando, appena dodicenne, dichiara nel tempio quale missione sia venuto a compiere: “Sono venuto per fare la volontà del Padre mio”. (Lc 2, 49).

Gesù nel “Padre Nostro” ha sintetizzato nelle parole della preghiera, che ha insegnato ai discepoli, come ci dobbiamo comportare nel rapporto col Padre, E con la sua stessa vita ce ne offre un esempio fino al Getsemani:”Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà”(Mt 26, 42) e sul Golgota, come riferisce l’evangelista Giovanni, “Tutto è compiuto!” Sono le ultime parole dopo che alla sua sete, che poi è sete di anime, si risponde con l’amarezza beffarda dell’aceto.

E’l’amarezza che affligge Gesù ancora oggi, quando le anime smarrite Lo amareggiano e ne continuano la passione nel suo Corpo Mistico.

Ma tutto rientra nella sua missione e Giovanni stesso afferma “disse per adempiere la Scrittura” (19, 28-30). La Scrittura è sacra, la Scrittura è rivelazione, è volontà di Dio.

Nel “Padre Nostro” Gesù, affinché venga il regno di Dio, esplicitamente ci insegna a dire: “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”.

Bello il regno di Dio!

E’ il regno dove esiste solo il BENE, perché vi si fa solo la volontà di Dio e, tutti i Santi e Beati con la SS. Vergine e gli Angeli, vogliono solo il Bene, ciò che vuole Dio, SOMMO BENE.

E’ un regno da dove è esclusa ogni ingiustizia ed ogni cattiveria, è un regno che sta al di là e al di sopra del male che regna sulla terra, dove lo scettro dei regnanti, simbolo del potere, gronda di lacrime e di sangue, come si legge nel carme “I sepolcri” di Ugo Foscolo, che, con espressione lapidaria ed al tempo stesso viva e vera lo ha immortalato.

Dio è luce e dove c’è la luce del Bene c’è Dio.

La terra è un astro, fa parte del sistema solare, anche la terra è un punto del firmamento, sta nel cielo anch’essa, anche noi e in “quest’atomo opaco del male!” (Pascoli, X agosto)se ci lasciamo irradiare dalla luce di Dio e ci spogliamo di tutto ciò che è materiale, che si frappone tra noi e Dio stesso, il Padre Nostro che è nei cieli lo possiamo sentire nell’aria che respiriamo, dappertutto, dentro di noi, nel cielo della nostra anima.

Il pane quotidiano, che dobbiamo chiedere al Padre Nostro, è soprattutto la grazia di aiutarci sempre a fare e ad accettare la sua volontà affinché venga il suo regno di pace e trionfi sui regni terreni del male.

Tutta la nostra vita deve essere una preghiera, cioè unione con Dio.Perchè a tal fine Dio ci ha creati: per amarLo e servirlo in questa vita, onde goderLo nell’altra, ma non si può vivere con Dio, che perdona, se noi non facciamo altrettanto: fare in altro modo vuol dire vivere contro Dio.

Gesù aveva insegnato: “A chi ti dà uno schiaffo porgi l’altra guancia” (Mt 5, 39) Nel “ Padre Nostro” ripete: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e sulla croce con le parole: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34) ci dà in prima persona l’esempio di quanto aveva insegnato agli altri.

Ecco quindi che il “Padre Nostro” non è una formula da ripetere a parole, ma una norma di vita , cui fa eco l’esortazione del Sacerdote alla fine della S. Messa: “Glorificate il Signore con la vostra vita”.Pregare quindi non soltanto con le parole, ma pregare con la vita e non solo seguendo e mettendo in pratica tutto quello che Gesù ci ha insegnato ed abbiamo appreso dal Vangelo, ma vivendo ogni attimo della vita alla presenza di Dio e con viva fede che, se parliamo con Lui, ci ascolta.

Quando Gli chiediamo grazie spirituali, certamente ce le concede.

Ma se qualche volta ci sembra che da una dura prova non ci voglia liberare o, più spesso, quando non ci concede una grazia materiale, bisogna sempre rimetterci alla sua volontà. Dio infatti è onnisciente e sa quello che è giusto concederci per il nostro bene che, al giudizio di Dio, non è limitato, come i nostri interessi terreni, ma va oltre, fino al vero bene, che è quello che può dare profitto eterno e giovamento all’anima.

E se il demonio si frappone e ci fa sembrare difficile mettere in pratica quello che il Verbo divino ha insegnato, allora bisogna ancora implorare:”Non ci indurre in tentazione” il che, parlando a tu per tu col Signore, vuol dire.”Signore, Tu lo sai che io non ti voglio offendere, Tu sai che la miseria umana che c’è in me è più forte della mia capacità di non offenderti, nonostante il mio desiderio. Aiutami Tu! Tu hai detto: “Chiedete e vi sarà concesso”(Mt 7, 7). Confidando nella tua promessa e nell’efficacia della preghiera, questo io Ti chiedo: aiutami a non agire contro la tua volontà!

Una meditazione su Gesù nel Getsemani, che suda sangue, su Gesù che sale il Calvario tra atroci tormenti, su Gesù che con strazio indicibile è inchiodato alla croce perché mi ha amato, non mi darà la forza di compiere per amor suo un sacrificio, che Egli mi chiede, e con tanto amore, spargendo tanto sangue tra inimmaginabili tormenti? Anche se fosse un sacrificio grande quello che mi chiede, in confronto al suo, il mio sacrificio sarebbe sempre minimo.

La nostra vita dovrebbe essere una preghiera continua, in unione con Dio. Per questo Dio ci ha creati:per amarlo! E non una volta ogni tanto, quando ci ricordiamo o quando ne abbiamo bisogno, ma per amarlo sempre.

Beato chi riesce a trovare Dio nella solitudine del suo cuore, nell’intimo della sua anima, sia pure in mezzo ad una folla anonima, che sparisce quando l’anima si unisce a Dio!

Ma l’anima si può unire a Dio solo nell’umiltà: il Verbo si è fatto uomo nell’umiltà.

Il Verbo ci dà lezione di umiltà ancora prima di parlare: quel piccino nato in una stalla è, nientemeno, il Re dell’universo!

La prima preghiera a Gesù è preghiera di adorazione: umili pastori adorano un piccolo Dio, che si è fatto piccolo per immensa, infinita potenza del Suo amore e dall’amore nasce l’umiltà di Dio. Tutto quello che fa Dio nasce dall’amore e l’umiltà unisce la creatura al Creatore: umiltà degli uomini e umiltà di Dio, uniti nel bacio della pace, che gli Angeli annunciano nella notte in cui il Verbo si fa carne, notte divina che precede il giorno della salvezza eterna.

Ma non c’è salvezza senza la grazia, che è la nostra forza: “Senza di me non potete fare niente”(Gv 15, 5). E la grazia arriva con la preghiera.

L’amore di Dio, implorato con umiltà nella preghiera, ci salva e chi è unito a Dio nell’amore ama che Dio sia amato da tutti perché l’amore di Dio è universale e dall’amore di Dio nasce il desiderio di apostolato. Unita nella preghiera l’umanità è in cammino verso Dio e la forza motrice che spinge l’umanità in cammino, cioè la Chiesa militante, è la preghiera.

Con la preghiera bisogna chiedere la via giusta da percorrere in questo cammino terreno, per arrivare alla eternità di Dio, nella gloria della Chiesa trionfante. Oh, quante sono le insidie e le difficoltà di questo cammino! La preghiera è indispensabile per chiedere sostegno al Signore, affinché ci salvi dalle cadute, dagli sbandamenti, dai pericoli dell’eterna dannazione.

Il nostro cammino, quindi tutto il nostro agire, deve essere illuminato da quella luce che viene da Dio e che si chiede e si ottiene con la preghiera, perché la preghiera è invocazione dello Spirito Santo, che è lo Spirito di Dio e a Dio ci unisce e ci fa sentire la dolcezza di questo celestiale rapporto, sollevandoci dalla miseria umana al cuore di Dio: ci fa pregustare il Paradiso in questa vita di dolori, nell’unione del nostro cuore a quello di Dio, che è il cuore stesso dell’universo ed è infinito.

Tutti quelli che lo vogliono vi possono trovare un posto, perché Dio ci ama.

Sia, pertanto, la preghiera un ringraziamento, una benedizione ed un inno di lode, come ilSalmista ci invita da secoli:

“O genti tutte, lodate il Signore

dategli gloria, voi popoli tutti,

grande e fedele è il suo amore per noi,

la sua amicizia permane in eterno.

   

                                                  (salmo 116)

 

 

Sulla trasfigurazione ovvero Dal Tabor al Golgota

 

 

“Signore è bello per noi restare qui” con queste parole Pietro esprime il gaudio della sua anima alla vista di Gesù trasfigurato. Lo splendore di Cristo rapisce le anime elette.Quali meriti particolari aveva Pietro per essere un’anima eletta? Nessuno.E debolezze? Tante

Era un uomo semplice, schietto, autentico, a volte rude o istintivo. Niente a che vedere con i “sepolcri imbiancati” come Gesù definiva i Farisei, che detestava per la loro ipocrisia e presunzione. Le anime prescelte da Gesù sono le anime di coloro che senza ambizioni, senza falsità gli si affidano per essere da Lui plasmate. E’ lui il demiurgo che dalla miseria della materia inutile riesce poi a farne dei capolavori di santità.

Pietro, uomo di mare, abituato alla lotta contro le avversità naturali, dal primo momento della chiamata lascia tutto con generosità per seguire quest’Uomo al quale poi un giorno dirà; “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 69).

Da quel momento non lotterà più contro il mare e le sue tempeste, ma dovrà affrontare lotte molto più impegnative, non ultima quella contro se stesso, che, in termini più esatti si potrebbe definire contro il maligno tentatore.

Gesù è un Dio onnisciente e prima che abbia inizio la sua passione redentrice, dopo avere istruito i suoi discepoli con parabole e miracoli, li vuole quasi corroborare per essere pronti poi ad affrontare prove assai difficili.

Quello fra i discepoli che più di tutti ne ha bisogno è il pescatore di Galilea che dovrà diventare pescatore di anime e continuare, da vicario, la Sua missione terrena.

Ed ecco che Gesù in comunione col Padre abbaglia Pietro di una luce che ha il potere di fargli dimenticare qualsiasi altra cosa della terra per restare sempre col Cristo: “Se vuoi ci facciamo tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elia” (Mt 17, 1) per restare insieme.Sempre.

Sul Monte Tabor dove avviene questo, che fra tutti è il prodigio più straordinario al cui confronto regge solo quello della Resurrezione, insieme con Pietro sono anche Giacomo e Giovanni e, quasi a far compagnia a Gesù, sono Mosè ed Elia.

Da una parte la Chiesa trionfante, dall’altra la Chiesa nascente. Al di sopra il Padre di tutti che sancisce l’unione delle due parti nella persona del figlio prediletto: “Ascoltatelo” perché la persona del figlio è il Verbo che si accinge ormai a concludere la sua missione terrena.

E’ vicino il momento supremo di tale missione e certamente Gesù lo vuole ricordare a questi apostoli quando scendendo dal monte dice loro: “Non parlate di questa visione ad alcuno finchè il figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti” (Mt 17, 9).

La trasfigurazione è come un ricostituente preventivo per quelle anime semplici, ingenue, fragili ed è un antidoto per prevenire i veleni di satana.

La lotta del principe delle tenebre contro i fautori del bene si perde nella notte dei tempi: Mosè ed Elia sono due figure dell’Antico Testamento che di questa lotta hanno vissuto il tormento di una vita.

Elia, contro il politeismo del re d’Israele Arab, è strenuo difensore del monoteismo, come dice il suo stesso nome ( Elia vuol dire:il mio Dio è Jahvè) e dal re suo avversario accanito è perseguitato.

Mosè scampa alle mire spietate e diaboliche di un faraone, così come Gesù, nuovo Mosè, da quelle

Di Erode, perché la Provvidenza aveva un piano ed è intervenuta contro la malvagità. Ma tutta la vita di Mosè è una lotta contro il male che con il veleno della disubbidienza e della ribellione, distoglie il popolo, da lui guidato, e rende a Mosè difficile la missione che Dio gli ha affidato. Mosè con sacrificio, dolori e abnegazione la porta a termine e conduce il popolo di Israele fino alla vista della Terra promessa. Poi muore. E’ una figura di grande rilievo nell’Antico Testamento: a lui Dio dettò i dieci comandamenti. Egli sul Tabor rappresenta la legge divina, mentre Elia rappresenta i Profeti che precedettero Gesù. Il Monte Tabor sembra per un momento diventare un nuovo Sinai e Dio parla ancora attraverso una nube.

Ma ecco che gli altri due personaggi scompaiono: ormai resta solo Gesù, che è venuto a completare la legge e i profeti.

Ma perché il Verbo dalla gloria della sua eternità è venuto a patire sulla terra?

Per salvare l’umanitàà peccatrice, insegnarle la via per tornare, purificata, dal mondo del peccato alla beatitudine del Paradiso.

A chi gli domanda che cosa di buono si debba fare oltre all’osservanza dei comandamenti per ottenere la vita eterna, gli dice di spogliarsi di tutto e di seguirlo, se vuole essere perfetto (Mt 19, 16-21).Ma seguire Gesù significa percorrere una via tutt’altro che agevole, è una via dolorosa che esige la mortificazione del proprio io nella rinuncia della propria volontà e nell’accettazione incondizionata della volontà di Dio.

Non è facile perché comporta il sacrificio di ogni desiderio, che non sia quello di piacere a Dio, e una lotta continua contro i propri vizi o difetti.

Vuol dire sanguinare nello spirito, percorrendo con Gesù la via crucis, Le cadute sono frequenti. Ma questo non è importante: Gesù su quella via cadde tre volte e le sue cadute riparano le nostre.

Quello che è importante è non tornare indietro perché: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio (Lc 9, 62)

E’ importante riprendere ogni volta il cammino con una sola meta da raggiungere: la vetta.

Sulla vetta del Tabor Pietro, che, sia nei momenti belli che in quelli brutti, consegue il primato, è pronto a lasciare tutto per rimanere con Gesù per sempre, ma poi non lo vediamo sulla vetta del Golgota, ne sta bene alla larga. Gesù, che scruta nell’anima, sa che sotto la guida dello Spirito Santo sarà capace di grandi cose, infatti non lo vediamo sul Golgota ma lo vedremo più tardi a Roma crocifisso e col capo in giù.

Sul Tabor è anche Giovanni, il quale invece è il discepolo puro, che ama in silenzio, con costanza e fedeltà. E nello stesso atteggiamento lo vediamo anche sul Golgota ai piedi della croce.

Giacomo non c’è sul Golgota: è un personaggio che non si fa notare per atteggiamenti o virtù eclatanti, ma rappresenta quelli come lui, e sono tanti, che all’occorrenza sanno affrontare il martirio.

Ciascuno di questi apostoli sembra essere stato scelto da Gesù a rappresentare categorie diverse dei suoi futuri seguaci.

Ma noi che apparteniamo alla massa di una moltitudine anonima dove ci saremmo trovati più volentieri sul Tabor o sul Golgota?

Per rispondere a questa domanda bisogna che ciascuno interroghi prima se stesso e senza leggerezza o superficialità.

Perché la risposta potrebbe rappresentare l’indice del nostro amore e segnare, come l’ago della bilancia, se propende per Dio o per il nostro io.

La trasfigurazione di Gesù avviene sul Tabor, ma avviene anche sul Golgota.

Sul Tabor è trasfigurato nella luce della sua gloria divina e vederlo è beatificante.

Sul Golgota è trasfigurato in un verme. “Ma io sono verme e non un uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo,” (salmo 21) o in un lebbroso, come ebbe a dire il profeta Isaia (53, 1-12) che lo vedeva ridotto tutto una piaga, martoriato dai flagelli, dai chiodi, dal dolore di tutte le sue membra che colavano sangue.

Vederlo trasfigurato in quel modo è straziante.

Per seguire Gesù nel cammino che conduce a quella vetta, bisogna amarlo come Giovanni.

Ma nessuno abbia la presunzione di confidare nelle proprie forze. E’ un cammino che si può percorrere sostenuti dalla grazia, spinti dal soffio dello Spirito Santo, che è Spirito di fortezza.

Quando la vetta sarà raggiunta, bisogna ancora accettare l’ultimo sacrificio cioè quello di essere crocifissi con Cristo, ciascuno secondo il progetto di Dio, per risorgere con Cristo alla vita eterna.

Al di là della vetta, il Golgota si congiunge al Tabor e le due vette si identificano nell’unica eterna vetta della SS.Trinità che è un solo Dio.

 

 

 

Sulla passione di Cristo

 

 

La passione di Cristo è strettamente legata al problema del male: a causa del male ha origine e col trionfo sul male si conclude.

Al trionfo sul male era finalizzata la missione del Verbo incarnato, che ad essa dedicò tutta la sua vita terrena. La missione del Messia fu il compimento delle profezie, dalle quali l’umanità fin dai secoli passati era stata indotta a sperare in tale trionfo e che costarono persecuzione, martirio e morte a quasi tutti i profeti’ Per questo l ’insegnamento di Gesù è spesso di incoraggiamento :   “Non temete coloro che possono farvi male nel corpo, ma non possono uccidere l’anima” (Mt 10, 28),e ce lo insegna di fatto con la sua morte in croce, che sembra il fallimento della sua missione e segna, invece, proprio il trionfo sul male, trionfo sancito dalla resurrezione.

Il Vecchio Testamento raccoglie varie testimonianze di anime elette da Dio per preparare l’umanità al grandioso evento. L’ultimo è Giovanni Battista, cugino di Gesù, suo coetaneo, precursore e primo martire del Nuovo Testamento. Infatti Giovanni Battista è l’anello di congiunzione fra il Vecchio e il Nuovo Testamento, come Cristo è l’anello di congiunzione fra Dio offeso dal peccato e l’umanità redenta

Il martirio di Giovanni Battista è quello dell’ultimo profeta.

Egli nel deserto non era una canna agitata dal vento, ma una voce che annunciava e preparava la venuta del Messia. Gesù in persona ne tesse l’elogio (Mt 11,7-11)

Ma il principe di questo mondo continua la sua aberrata lotta contro il Bene, iniziata nella luce celeste e mai cessata nelle tenebre del peccato.

Cristo dalla luce del Regno Celeste s’incarna nelle tenebre del mondo terreno. “La luce splende fra le tenebre, ma le tenebre non la compresero”(Gv 1, 5) E quella Luce che venne fra gli uomini non solo non fu accolta ma gli uomini credettero di averla spenta, proprio sul Golgota, dove l’uomo che vediamo sulla croce è Dio: Dio che si è spogliato della sua divinità per identificarsi con l’uomo.

Sulla croce l’Onnipotenza diventa debolezza, la vita diventa morte, la perfezione diventa peccato. E tutto questo è la Redenzione. Perché l’uomo redento, risorto con Cristo alla grazia, possa diventare perfetto e rientrare nel cuore di Dio, nella luce di Dio. Quella luce che venne fra gli uomini, ma non fu accolta, anzi gli uomini credettero di averla spenta Ma la luce di Dio non si spegne perché è eterna.

Come uomo il Dio incarnato soffre da uomo, perché divenne simile all’uomo in tutto, fuorché nel peccato: sulla croce si addossa i peccati degli altri, dell’umanità intera e di tutti i tempi, per espiarli. Le tenebre del peccato umano sulla croce sono annullate dalla luce della perfezione divina. E rinasce la purezza di prima. La vittoria eterna del Bene eterno. Il trionfo di Dio.

La redenzione non va disgiunta dalla croce, perché la radice di questo binomio, redenzione – croce, è unica: è l’Amore di Dio, che si fa uomo perché ama l’umanità e la vuole salvare dall’eterna perdizione.

L’umanità continuerà a portare in sé, nella sua natura, come atavico retaggio, il male e il dolore, un altro binomio di cui altrettanto unica è la radice: la deviazione dall’amore di Dio e quindi continuerà a patire per purificarsi della sua miseria umana, fino al giorno in cui con l’avvento assoluto e definitivo del Regno di Dio, purificata dall’esperienza del dolore e dal pentimento

refrattaria ad ogni tentazione, sarà libera di preferire il Bene al male e finalmente vedrà “un nuovo cielo e una nuova terra” (Ap 21,1). Ma finchè questa umanità sofferente sarà dolorosamente in cammino per le vie del mondo, nel tempo, verso l’eternità, avrà bisogno di un conforto, di una speranza. E questo conforto e questa speranza l’Uomo-Dio lascia all’umanità dall’alto della croce che non è più un patibolo di morte, ma un trono immortale di resurrezione e di gloria eterna.

Sulla croce l’Uomo ha patito, ma dalla croce Dio ha trionfato. E Gesù crocifisso oltre che il redentore è il consolatore dell’uomo sofferente. Dalla croce “l’uomo dei dolori”, come lo definì Isaia(Is 53, 3), dice “Guardate se c’è dolore simile al mio” e dà la speranza della risurrezione, della fine di ogni dolore, della gloria e della pace eterna.

Capita spesso di sentir dire o di pensare: Dio Padre Onnipotente non avrebbe potuto redimere l’umanità pur risparmiando una passione tanto atroce al proprio figlio?

Ma il Figlio è una persona distinta dal Padre nella sua natura umana ed è ovvio che come uomo soffre da uomo una passione atroce, ma nella sua essenza lo stesso Gesù afferma “Io e il padre siamo la stessa cosa , chi vede me vede il Padre .”(Gv.10,30 / 14,9)   Dio è Uno ed è Amore: Dio Padre per amore ha creato, Dio Figlio(Verbo incarnato)per Amore ha redento, Dio Spirito Santo ha operato con la forza divina dell’Amore. E’ un Unico Dio l’Amore che crea, redime e santifica. In tre persone è sempre lo stesso Dio, la stessa volontà. E quando Gesù dice al Padre: “ma sia fatta la tua volontà non la mia” parla da uomo che nel Getsemani ha voluto soffrire da uomo la passione anche nello stato d’animo. Ma l’ha fatto liberamente. Niente e nessuno costringe Dio, perché niente e nessuno vince Dio. Solo l’Amore vince Dio. Ma Dio è Amore. E’ come dire che Dio vince se stesso. “Per questo mi ama il Padre, perché io sacrifico la mia vita…..e nessuno me la può togliere; ed ho il potere di darla, e il potere di prenderla di nuovo” (Gv 10, 17-18)  

La redenzione, e quindi la passione di Cristo è il più grande atto di amore divino come quello della creazione. E non sono due momenti separati perché nell’eternità di Dio non c’è un prima e un poi, c’è l’amore eterno e infinito che noi esseri umani mortali e limitati non possiamo capire e spiegarci fino in fondo. Per questo Dio è un mistero per noi. E anche se dotati di libertà, intelligenza e volontà, siamo limitati nel tempo e nello spazio e non possiamo spiegarci razionalmente un Dio eterno e infinito. L’unica cosa che possiamo capire è che è Amore. Ci ama e vuole essere amato.

Purtroppo l’umanità redenta, nell’anelito di Dio spesso si lascia ingannare dai sensi e credendo di trovare più facilmente la felicità nelle cose del mondo, mentre l’esperienza stessa ci insegna che essa si identifica con Dio e quindi solo in Dio si può trovare, perde la via giusta e continuerà a soffrire a causa del peccato .

Questa umanità in cammino verso la perfezione sul Calvario quotidiano dell’esistenza terrena fino a raggiungere, purificata, quella porta che si era chiusa alle spalle di Adamo, ma che il Cristo ha riaperto con la sua passione, nelle sue frequenti cadute, nei suoi frequenti dolori, misteriosa e misericordiosa ironia, trova proprio in quel crocifisso il coraggio, il conforto e la speranza di continuare il cammino lungo la via tracciata e percorsa dal Nazareno, che come Dio si è incarnato per amore e come Redentore dalla croce continua ad amare l’umanità, vittima ancora del peccato e del dolore. E da quella croce manda una luce di salvezza a ciascun uomo che gli rivolge lo sguardo. Il Verbo incarnato muore con le braccia aperte in un abbraccio universale, perché tutti gli uomini trovino in Lui il perdono, la protezione, il conforto e la speranza.

La croce non è più un patibolo di morte, diventa la cattedra più nobile dalla quale Gesù insegna quale è la via giusta, la vera. quella che porta alla vita: il perdono dei nemici e l’ubbidienza alla volontà di Dio. Agnello di Dio, vittima innocente, lo insegna con l’esempio, col sacrificio supremo di se stesso. Tutt’altro che patibolo di morte,la croce diventa con Cristo un trono immortale di risurrezione e di gloria. La croce è una risposta di conforto e di speranza a chi in questa valle di lacrime vede in essa attraverso la purificazione del Calvario il trionfo della vita sulla morte.

Dio eterno, trascendente, l’uomo non Lo può capire, ma può capire il Crocifisso nella sua sofferenza e nel suo esempio: parla di amore, ci insegna che cos’è l’amore. Aveva già detto “Nessuno ama più di chi dà la propria vita” (Gv 15, 13) e, dopo averlo insegnato con le parole, dalla croce ci dà l’esempio dell’amore. Ci chiede amore. Chi ama l’amore ama Dio, perché Dio è amore, amore che redime, amore che conforta, amore che ci invita: “Chi mi vuol seguire prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24). E l’invito è rivolto a chiunque, purchè abbia rinnegato se stesso e cioè il proprio egoismo, l’egoismo che fa l’uomo schiavo del male e rende l’uomo cattivo col suo prossimo, l’egoismo che incatena l’uomo libero al proprio io e gli impedisce di seguire Colui che è la via, la verità, la vita e cioè la salvezza, la felicità, la perfezione.

Gesù è gloriosamente risorto, ma quel Cristo in croce sono io, sei tu, è ciascuno di noi, è l’umanità sofferente che in quel Cristo trova conforto alla sua sofferenza, in quel Cristo che parla di dolore ma anche di amore, di morte ma anche di resurrezione. Un Cristo che dà conforto e speranza.

La croce non rappresenta solo la passione, ma anche e soprattutto l’Amore di Dio che ha scelto di patire non solo per salvare l’umanità dalla perdizione, e già questo è un atto di amore sovrumano, divino, ma anche per confortare l’umanità sofferente che continua e continuerà a patire la tara del peccato originale finchè, alla fine dei tempi, non si sarà purificata e ognuno sarà perfetto come il Padre che è nei cieli.“Siate dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste”( Mt 5, 48)

 

 

 

Sullo Spirito Santo

 

Nella SS. Trinità, unico Dio, il Padre è la Mente, il Figlio è il Verbo, lo Spirito Santo è il Cuore, cioè lo Spirito Santo è l’Amore che traduce in atto tutto quello che è nel progetto di Dio.

Nell’eternità, dove non esiste la dimensione del tempo e dello spazio che sono categorie puramente umane che segnano il limite della nostra comprensione dell’al di là, Dio concepisce il mondo visibile e invisibile, il cui centro è Cristo, l’anello di congiunzione tra l’umano e il divino.

Dio, Padre Onnipotente, crea per amore, il Figlio si incarna e redime l’umanità per amore e lo Spirito Santo, con la forza dell’amore, è il motore che vivifica lo scibile infinito in cui siamo misteriosamente immersi: noi, invisibili atomi, in questa velata immensità che ci circonda.

Eppure soltanto questo atomo, invisibile nell’incommensurabile che lo circonda, è a immagine di Dio.

Tutto il Creato, provvidenzialmente è governato da leggi fisiche alle quali tutte le creature, anzi tutto l’universo ubbidisce.

Anche l’essere umano è soggetto alle leggi fisiche, ma poiché l’uomo è dotato di intelligenza, di libertà e di volontà, si distingue da tutto il resto del creato e infatti, oltre alle leggi fisiche, per lui c’è una legge morale sintetizzata in un comandamento, specifico dell’essere umano e a lui solo diretto, che in sé comprende la causa e il fine del suo stesso essere: “Amerai il Signore Dio tuo al di sopra di tutto”.

L’essere umano quindi è stato creato per amare Dio che gli ha dato un’anima immortale perché Lo possa amare nel tempo e nell’eternità.

Se l’essere umano ama Dio con tutta l’anima diventa tutt’uno con Dio, come un pezzo di ferro buttato nella fiamma diventa incandescente e tutt’uno con la fiamma stessa.

Diventare tutt’uno con Dio vuol dire essere in sintonia con la Sua Volontà.

In principio questo progetto fu sconvolto perché l’essere umano non fu fedele al suo Creatore e disubbidì; ma Dio è sempre fedele e non smette di amare la sua creatura prediletta.

Poiché lo Spirito Santo è l’Amore che traduce in atto tutto quello che è nel progetto di Dio, ecco che, dopo la Creazione, l’evento più importante è la Redenzione. E come l’opera dello Spirito Santo è stata determinante nella Creazione, così anche nella Redenzione, avvenimento scaturito dal cuore di Dio.

Lo Spirito Santo l’aveva annunziata ispirando i Profeti ed era stata predetta già molti secoli prima che avvenisse, come se lo Spirito Santo volesse preparare l’umanità a questo grandioso evento.

Dio, che aveva creato l’uomo per amore, bramava la salvezza di questa amata creatura che, purtroppo, non aveva usato bene della libertà di cui il Creatore l’aveva privilegiata.

Più di quanto l’uomo fosse desideroso della propria salvezza, Dio era desideroso di salvarlo al prezzo di se stesso: “Nessuno ama più di colui che dà la propria vita”(Gv 15,13).

Questo continuo parlare da parte di Dio all’umanità per mezzo dei Profeti dimostra come lo Spirito Santo abbia seguito e amato l’umanità anche quando questa si era allontanata da Dio con il peccato.

Ecco che nella pienezza dei tempo un Angelo annunzia a Maria che questo tempo atteso e sospirato della redenzione è arrivato.

Lo Spirito Santo provvederà a che Dio, Trino e Uno, riabbracci dalla croce, nella Persona del Verbo Incarnato, l’Umanità, per ricondurla redenta al Padre.

Il Cristo risorto, prima di ritornare al Padre, promette la venuta dello Spirito Santo.

E’ un mistero per noi impossibile da capire che un Dio si sia fatto come noi per nostro amore e, come dice l’evangelista Giovanni, “avendoli amati, li amò sino alla fine”. Ed ecco che, per restare fisicamente con noi,”sapendo che era giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre”, si fa pane cioè addirittura una cosa e poi scende ancora dal Cielo in mezzo a noi, con lo Spirito Santo, per diventare il respiro stesso della nostra anima….

Finchè saremo su questa terra, non lo potremo capire appieno, perché siamo creature limitate nel tempo e nello spazio, incapaci di capire l’amore infinito di un Dio infinito.

Sappiamo però che senza la forza dello Spirito Santo non saremmo nemmeno capaci di cogliere i frutti della Redenzione, tanto meno di compiere gli eroismi di cui ci parla la storia dei Santi. 

A cominciare dagli Apostoli che, avendo seguito il maestro, lo avevano riconosciuto come Figlio di Dio per le prove inequivocabili che ne avevano avuto: durante il Battesimo di Gesù “Questi è il mio figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto”(Mt 3,17-Mc 1,11); nella trasfigurazione sul Monte Tabor “Questi è il figlio mio prediletto, ascoltatelo”(Mc 9,6); nei miracoli portentosi che aveva compiuto, come la moltiplicazione dei pani, le varie guarigioni, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana, la resurrezione di Lazzaro, ecc.ecc……;nonostante tutto questo, nella notte della tragedia, lo avevano abbandonato e qualcuno perfino rinnegato, per paura.

Quando tutto era finito e ormai era calato il sipario, quando il capitolo era concluso e ormai, finalmente, l’avevano scampata, essi trovano il coraggio di riaprire un libro chiuso, di ricominciare un nuovo atto e diventare essi stessi protagonisti e martiri, ripetere l’esperienza della crocifissione e per giunta a testa in giù proprio da parte di colui che, per paura, aveva rinnegato il Maestro.

Con quale forza? Con quale coraggio, se non con la fortezza dello Spirito Santo che li aveva rinnovati, che, da pavidi che erano, ne aveva fatto degli eroi?

“Senza di me non potete fare nulla” aveva detto il Dio Incarnato e lo ha confermato Iddio Spirito Santo.

Ancora oggi, anche per ciascuno di noi è lo Spirito Santo che ci dà il coraggio, la forza, la perseveranza, la santità; sempre che lo vogliamo, perché, come i nostri progenitori, siamo liberi di corrispondere o no.

Dio manda a tutti la sua luce, sta a noi non chiudere gli occhi.

La creatura più piena di Spirito Santo è la Vergine Maria. Ella non chiuse mai gli occhi; con una fede unica li tenne aperti, rivolti al Suo Dio, anche ai piedi della croce.

Saulo alla luce di Dio diventa cieco, i suoi occhi non vedono più le cose del mondo; quando li riapre vede il Vangelo e non li chiude più. Lo Spirito Santo ha parlato ancora a lui per bocca del Verbo:”Perché mi perseguiti?”

E Saulo diventa un altro, diventa Paolo: ancora non sa che sarebbe diventato S.Paolo, sa soltanto che diventare cristiano significa affrontare il martirio.

Questo lo sapeva bene: egli stesso stava andando proprio ad arrestare i cristiani per consegnarli ai carnefici. Nessuno quindi sapeva meglio di lui: ma lo Spirito Santo è Dio e niente è più forte di Dio, l’uomo che accetta di vivere in unione con Dio riceve la forza di Dio.

Quando il servo di Dio, il Santo Padre Giovanni Paolo II , dice”Non abbiate paura” è questo che ci vuole dire, è questo che ci insegna la Chiesa con l’esempio dei martiri. E’ questa unione con Dio che fa accettare agli eletti qualunque sofferenza, perché essa unisce a Cristo Redentore e chi muore con Cristo risorgerà nella beatitudine eterna.

Tutto questo avviene per opera dello Spirito Santo.

Ce ne dà un incomparabile esempio San Francesco; “Tanto è il Bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto”.

Noi forse invochiamo poco lo Spirito Santo, per questo siamo poveri di Fede, poveri di Carità, poveri di Speranza. “Senza di me non potete fare nulla”(Gv 15,5)

Perché , anziché sperare nelle gioie del Paradiso, ci affanniamo e ci amareggiamo per le pene di questa vita; perché, anziché confidare nella Provvidenza di Dio con la fede che hanno avuto i santi, confidiamo solo in noi stessi oppure in altri esseri umani, perché, anziché allargare il cuore nella Carità di Dio, lo chiudiamo nel nostro squallido egoismo.

Beati noi se, al di là di ogni limite di tempo e di spazio, riuscissimo a vivere protesi e proiettati in Dio, in sintonia con la Sua Volontà, affidando alla Sua potenza la nostra debolezza; alla Sua fortezza la nostra fragilità, alla Luce della Sua Sapienza la nostra piccina, gretta eppure tanto presuntuosa velleità di gestire la nostra vita, spesso mettendo a tacere la voce della coscienza e il senso del dovere.

Vivendo invece secondo il Vangelo, abbandonandoci fiduciosi nell’ubbidienza alla Divina Parola, saremmo quei tralci che non distaccati dalla vite, potrebbero dare buoni frutti per noi stessi e per la Chiesa di cui siamo membra, in particolare noi Francescani Secolari.

La Redenzione ci ha aperto le porte del Cielo insieme con le braccia di Dio, ma la nostra natura umana porta in sé come triste retaggio le conseguenze del peccato originale: solo con la forza dello Spirito Santo possiamo vincere la nostra debolezza.

Quindi invochiamo il Signore che non resterà sordo alla nostra preghiera, poiché da tempi lontani, già per bocca del profeta Ezechiele (36, 27) aveva promesso:

“Porrò il mio Spirito dentro di voi, vi farò vivere secondo i miei precetti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi”.

 

 

 

Sulla misericordia di Dio

 

 

La misericordia di Dio è infinita come Dio. Ma Dio è anche giustizia, pertanto non esiste misericordia disgiunta dalla giustizia: tutti possiamo fruire della misericordia di Dio, cioè del suo perdono, ma alle dovute condizioni e condizione essenziale è il pentimento sincero.

La misericordia è l’amore di Dio che perdona la nostra miseria.

La miseria dell’umanità è cominciata da Adamo, fino a quando l’umanità non è stata riscattata dal sangue di Cristo.

In tutto questo lungo periodo una catena ha chiuso l’umanità nel peccato, senza possibilità di scampo: il primo anello di questa catena è Adamo, l’ultimo è Giuda.

Cristo con la sua passione chiude questa catena e la ferma al legno della croce; dalla catena del peccato si può essere liberati da Cristo che col suo sangue ha lavato il peccato di tutti gli uomini di tutti i tempi.

La misericordia infinita di Dio dalla croce apre le braccia a tutti coloro che desiderano la salvezza: Gesù muore a braccia aperte perché tutta l’umanità sia compresa in un abbraccio universale. Anche i Progenitori, che ne furono la causa, sono stati perdonati del peccato originale.

E Giuda?

“Guai a quell’uomo da cui sarà tradito”(Lc 22, 22).

Se vogliamo meditare a fondo sulla misericordia di Dio, bisogna meditare su questo personaggio e chiedere lume allo Spirito Santo.

Come tutti gli altri discepoli anch’egli era stato scelto dal Salvatore: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”(Gv 15, 16).

Ciascuno di quei discepoli era chiamato a svolgere un compito, perché nei disegni di Dio niente è dovuto al caso: Dio è onnisciente.

Per non soffermarci su ciascuno di essi, merita una particolare attenzione quello che sarebbe stato fra tutti il più rappresentativo, Pietro: avrebbe rappresentato la Chiesa.

Chi più di lui ne aveva facoltà?

Non certamente Giovanni, sempre fedele e devoto. Questi essendo il discepolo più amato, avrebbe rappresentato l’umanità intera, tanto amata da Gesù fino al sacrificio supremo e tanto da essere affidata alla santissima Madre.

Per rappresentare la Chiesa era più adatto Pietro: ama il Signore, per ben tre volte lo ribadisce (Gv 21, 17), dopo averlo per ben tre volte rinnegato (Lc 22, 56 – 60), ma, pentito, si riabilita nella santità fino al martirio.

Su nessun altro discepolo si sarebbe potuta edificare più degnamente la Chiesa che, nel suo elemento umano, sbaglia, si pente e continua ad essere santa.

Come si rileva dal Vangelo i discepoli erano delle persone deboli, non esenti da miseria umana. Ma furono corroborati dallo Spirito Santo.

L’unico privato di questa grazia fu Giuda, il quale, invasato dallo spirito del male, aveva già svolto il suo funesto compito, quando avvenne la Pentecoste.

Pietro rinnega Gesù per paura: l’amore di se stesso è più forte dell’amore per il Maestro e lo rinnega. E’ la stessa debolezza di Adamo: l’amore di se stesso prevale sull’amore per il Creatore e disubbidisce. E’ un peccato di distorsione dell’amore da Dio a se stesso, sia quello di Adamo che quello di Pietro.

Ma Giuda ama il denaro, tradisce nel modo più vile e più avvilente.

Ci sono peccati che non si possano perdonare? Anzi, per maggiore esattezza, ci sono peccati che Dio non possa perdonare?

Gesù ci ha insegnato che la risposta è NO. Ha predicato insegnando che bisogna perdonare sempre. “A chi ti dà uno schiaffo porgi l’altra guancia” (Mt 5, 38) vuol dire perdona l’offesa ricevuta e sii pronto ad aspettartene un’altra e a perdonare anche quell’altra, a perdonare sempre. E, più specificatamente, quando Pietro gli domanda: “Maestro, quante volte devo perdonare?” Gesù risponde: “Settanta volte sette” (Mt 18, 22) cioè un numero infinito. Sempre.

E ancora: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici” (Mt 5, 44)

E nella preghiera del Padre Nostro: “Perdona i nostri peccati, come noi perdoniamo agli altri”.

E fin qui, con un’abbondante dose di malanimo, si potrebbe obiettare: “Parole”!

Ma sulla croce lo insegnò di fatto: “Padre, perdona loro” (Lc 23, 34) cioè coloro che lo avevano flagellato, insultato,   schernito e inchiodato, mentre il sangue gli colava dalla testa ai piedi, nel più atroce patire.

La notte precedente, durante la cena pasquale, aveva detto: uno di voi mi tradirà”. (Gv 13, 21) e aveva indicato chi: “Colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò. (Gv 13, 26). Lo diede a Giuda Iscariota.

Così riferisce Giovanni nel quarto Vangelo. Ma Gesù aveva detto a Giuda anche: “Quello che fai, fallo presto” (Gv 13, 27)

Praticamente gli dà il nulla osta perché abbia inizio la Redenzione

Questo era il compito di Giuda. Da qui inizia la passione di Gesù.

 

 “Figliolini sono con voi ancora per poco! (Gv,13, 33)

Gesù era commosso perché in quel momento la sua natura umana cominciava a fargli sentire tutte le sofferenze che su di essa si sarebbero abbattute; e le sue sofferenze iniziano dal dolore del distacco dai discepoli.

Nonostante la loro miseria umana, Gesù li amava e avendoli amati li amò fino alla fine, tanto che per rimanere fisicamente con loro e con la Chiesa, che essi cominciavano a formare, in quell’ultima cena istituisce l’Eucaristia.

Quando più tardi nell’orto degli ulivi vengono ad arrestare Gesù, ecco che Giuda si fa avanti ed il Maestro gli dice: “Amico che sei venuto a fare?” (Mt 26, 50) poi, secondo il segnale convenuto, Giuda Lo bacia e Gesù, senza reazione alcuna di risentimento, come se dato da un amico, accetta il bacio, ma, accorato gli dice: “Con un bacio tradisci il figlio dell’uomo? “ (Lc 22, 48).

Perché quando sta per essere tradito lo chiama amico? Perché l’Uomo-Dio nella sua perfezione è coerente: non aveva insegnato”Amate i vostri nemici?” Da tenere presente che aveva insegnato anche che bisogna perdonare settanta volte sette, che presso gli ebrei significava un numero infinito e quindi sempre. La coerenza sta nel fatto che “si può perdonare un nemico” per amor di Dio, per santa ubbidienza alla sua volontà, ma “solo un amico si può amare”. Ma Gesù aveva detto anche di “amare i nemici”, perché un nemico perdonato non deve più essere considerato nemico e Gesù chiama Giuda amico perché in cuor suo lo ha già perdonato.

Ma la misericordia non è disgiunta dalla giustizia e se la misericordia perdona, la Giustiza esige il riconoscimento della propria colpa e infatti Gesù quando chiede perdono per i suoi carnefici li giustifica:”Non sanno quello che fanno”.

Il Buon Ladrone si riconosce colpevole: “Noi almeno abbiamo meritato la nostra condanna” (Lc 23,41). Così dice dal suo patibolo all’altro ladrone e poi si raccomanda all’Innocente che espia i peccati degli altri.

Noi lo sappiamo da Luca, che certamente l’aveva appreso da Giovanni o per mezzo di Giovanni, perché, di tutti, questi fu l’unico apostolo rimasto ai piedi della croce e, quindi, in grado di testimoniare.

Anche Giuda si pente del male commesso: “Vedendo che Gesù era stato condannato, vinto dal rimorso riportò i trenta denari ai principi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: ho peccato, ho tradito il sangue innocente. Ma quelli dissero: che ce ne importa? Pensaci tu. Ed egli, gettete le monete nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi”(Mt 27, 3-5).

Non vuole quel denaro maledetto che sa di colpa e lo getta nel tempio perché “è il prezzo del sangue di un innocente”. Con quel gesto Giuda ripudia il male che aveva fatto.

Come il Buon Ladrone anche Giuda riconosce la propria colpa, ma ciò lo porta alla disperazione e corre ad impiccarsi.

Chi può giudicare quel gesto? Da quale motivo sarà stato indotto a compierlo? Pentimento? Timore? Disprezzo del male o di se stesso? Depressione?

Nessuno conosce le condizioni psicologiche di Giuda in quel momento terribile di rimorso atroce.

Saranno state quelle di quasi tutti i suicidi, che compiono quel gesto insano in condizioni di confusione mentale, incapaci di intendere e di volere, vittime di irresponsabile alienazione.

Nessuno sa quello che gli passò per la mente prima che il cappio lo consegnasse all’aldilà, nessuno fu testimone della sua ultima ora come, invece, per il Buon Ladrone.

Uno dei precetti maggiormente sentito dell’Uomo-Dio, sul quale maggiormente insiste, è “Non giudicate”. E’citato da tre Evangelisti: Matteo 7, 1-2; Luca 6, 37; Giovanni 7,24. E Giovanni, con maggior precisione:”Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate con retto giudizio” E chi può giudicare con retto giudizio senza avere la facoltà di scandagliare nella profonda, abissale tempesta   di una coscienza sconvolta da un turbine di sì drammatica portata al cui confronto la morte stessa sembra l’unico scampo? Giuda era forse completamente alienato.

Gesù aveva in mente forse Giuda quando diceva: “Non giudicate e non sarete giudicati”

O Gesù mio, quante volte ti ho tradito coi miei peccati!

 Ma la fiducia nella tua misericordia me l’hai corroborata tu stesso in millenni di Cristianesimo, con tante promesse, con tante apparizioni ad anime Sante non ultima Suor Faustina Kovalsca. Giuda invece era solo frastornato dagli eventi che non aveva previsto così drammatici e non era sostenuto da alcuna virtù, chè lo stesso Spirito Santo del resto taceva anche agli stessi apostoli fedeli che avevano abbandonato Gesù.

 

Gesù è risorto, la Redenzione è avvenuta e tutti gli uomini si possono salvare.

Possibile che la Redenzione, compiuta per la salvezza di tutti, esiga il prezzo della condanna eterna di uno?

L’UNO che ha pagato per la redenzione è Cristo.

E’ Cristo che ha pagato al prezzo del suo sangue per tutti, anche per Giuda.

E durante la Santa Messa che è il sacrificio, sia pure incruento, di Gesù, che il Sacerdote rinnova nella propria persona, il celebrante ripete le stesse parole dette da Gesù nell’ultima cena quando istitui l’eucaristia: “Questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”.

E’ ovvio che dicendo “ per tutti” si riferisce a tutti coloro pentiti dei peccati. E chi saranno costoro? Quanti saranno?

Egli è l’unico che dopo averci amato tanto e averci insegnato ad amare tutti, anche i nemici, un giorno ci giudicherà.

Ciascuno di noi dovrà renderGli conto del proprio operato, ciascuno secondo il progetto di Dio, secondo i talenti ricevuti, secondo il bene e il male compiuto e soprattutto secondo la propensione al Bene, che dopotutto è la chiave che gli aprirà la porta dell’eternità. Chi muore con l’odio nel cuore non può, anzi non vuole varcare la soglia della Luce. 

Anche Giuda si presenterà a Cristo.

Egli sulla terra ha lasciato il ricordo infamante del suo tradimento, a causa del suo peccato sarà sempre condannato e disprezzato: “Sarebbe meglio se non fosse mai nato”(Mt 26, 24).Passeranno altri secoli, ma di Giuda si tramanderà sempre il marchio infamante del traditore di Cristo. Il suo peccato ha fatto dimenticare il peccato di Adamo. Anzi la divina munificenza del Redentore ha fatto scaturire dal cuore di S. Agostino la frase: “Felice colpa che meritasti un così grande Salvatore” ovvero :un male può sfociare in una grazia. E anche S.Paolo nella lettera ai Romani(5, 20) afferma che la vittoria sul peccato riportata da Cristo ci ha donato beni migliori di quelli che il peccato ci aveva tolto.

 Ma è sbagliato obiettare: se Adamo non avesse peccato non sarebbe stata necessaria la redenzione con la relativa passione dell’unico Innocente?

O non è invece più giusto, dal momento che non è lecito giudicare il prossimo, compresi Adamo e Giuda, non osare giudicare i disegni di Dio? Poiché di questo si tratta, per il fatto che Gesù stesso dalla croce fu l’ultima cosa che disse: “Tutto è compiuto”

Secondo un disegno che non solo non è lecito giudicare, ma non siamo neanche all’altezza di farlo, (perché è bene non dimenticare che altro non siamo che polvere) Giuda consegnando Gesù ai Giudei ha aperto la porta alla Redenzione. La persecuzione di satana contro Giuda sarà pervicace e perenne. Sarebbe meglio se non fosse mai nato(Mt 26,24).Nel male che lo infama da sempre e per sempre c’è l’opera stessa di satana, che lo odia non per il male che Giuda ha commesso, che di ciò si compiace, ma per il male che Giuda ha fatto allo stesso satana, che tutto voleva fuorché la Redenzione

Mai satana glielo perdonerà.

 

Il Verbo si era incarnato per salvare l’umanità con la Redenzione, addossandosi il peccato dell’uomo. Ma venne anche perché gli uomini imparassero a percorrere sulle sue orme la via della salvezza. “Io sono la via, la verità, la vita”(Gv 14, 6) E, avvenuta la redenzione con la sua crocifissione e risurrezione, lasciò gli Apostoli perché continuassero la missione da Lui iniziata. Questi furono eletti da Gesù ,Verbo incarnato, ma erano nella mente di Dio: “Erano tuoi e li hai consegnati a me”(Gv 17, 6).Il Verbo si è incarnato per compiere la volontá del Padre, pertanto Gesù si sente responsabile e li custodisce, tanto che al momento del suo arresto dice: “Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano. Affinché s’adempisse la parola detta da lui: di quelli che mi hai affidati non ne ho perduto nessuno” (Lc 18, 8-9).

Quelli che gli erano stati affidati erano quelli che avrebbero annunciato il Vangelo, che avrebbero continuato la loro missione che si identificava con quella del Cristo nel corpo mistico della Chiesa, immortale. Di quelli non ha perduto nessuno e tutti quanti avrebbero adempiuto il compito loro affidato. Si è perduto solo il figlio della perdizione. Perché il suo compito era un altro: sarebbe finito con la stessa umanità di Cristo.

Ma tutto questo era scritto: “Quelli che mi hai affidati li ho custoditi e nessuno di loro è perito tranne il figlio di perdizione, affinché sia adempiuta la Scrittura”.(Gv 17, 72).

Gesù la redenzione l’ha compiuta, ha vinto sulla morte e ha aperto all’umanità la porta del Paradiso.

Anche Giuda si presenterá a Cristo, per essere giudicato del suo operato.

Io non so che cosa Giuda dirà a Gesù.

Ma Gesù buono, paziente, santo, certamente lo accoglierà col sorriso della mitezza.

Forse, vedendolo, penserà: “Ecco la prima creatura per la quale ho versato il mio primo sangue, nel sudore del Getsemani, nella di lui dolorosa attesa”.

E Giuda, che prima di finire tragicamente la sua vita, aveva aborrito il denaro “prezzo di sangue innocente”(Mt 27, 3-9) palesemente inorridito e quindi pentito del delitto compiuto, tanto da liberarsi di quel denaro buttandolo nel tempio, così come era stato accolto da amico nel Getsemani, sarà ancora accolto da amico nel giudizio finale.

Nella paradisiaca sinfonia della misericordia, che è celestiale armonia dell’umano pentimento e del divino perdono, Giuda farà squillare la nota più alta della glorificazione, perché con quella nota la Misericordia arriverà all’apice.

Dio è Giustizia ma anche Misericordia e l’emblema più vivo, più toccante, più indiscutibilmente convincente lo abbiamo nel Cristo crocifisso:”Padre, perdona”.

Ma in Dio uno ed eterno, la prima luce della Misericordia sfolgora in tutta la sua divina grandiosità nell’Eden, dove alla condanna del peccato fa eco la Redenzione: dall’eternità la Giustizia e la misericordia si sono manifestate.

E già nell’Antico Testamento il re Davide, che al di là dell’era cristiana rappresenta la fragilità umana, nel salmo 50 ci conforta e ci invita a supplicare con fede la misericordia divina, con parole di preghiera e di lode.

 

 

 

                                           “miserere mei, domine,

                               secundum magnam misericordiam tuam”

 

 

Mediatrice e interprete della volontà di Dio, non manca la Vergine Maria che presente nella mente del Creatore, anch’essa nell’Eden, in Colei che schiaccerà il capo al serpente maledetto, quando arriva la sua ora, investita di una missione unica e sublime, ci apre il cuore alla salvezza e suggerisce nel magnificat stupende parole di speranza: 

                        

 

                                     

                                   “Di generazione in generazione la Sua misericordia  

                                                   Si stende su quelli che lo temono”.

 

 

 

Nessuno è escluso dalla misericordia di Dio e la Madre del Crocifisso, ai piedi della croce, accetta di diventare Madre anche dei crocifissori del Figlio suo, che muore per tutti.

Al di là della umana e dolorosa passione, per Cristo, quello stesso Cristo risorto del “Quo vadis, domine?” pronto a farsi crocifiggere una seconda volta, Giuda è un’anima pentita da salvare.

E Gesù, mite ed umile di cuore, lo accoglierà col sorriso della misericordia. Forse gli dirà: “Ci si rivede” e forse come nell’ultimo incontro, in quella notte del tradimento, di nuovo lo chiamerà AMICO.

Perché la misericordia di Dio arriva dove non arriverà mai né la mente né il cuore dell’uomo.

 

 

                                          “Celebrate il Signore perché è buono;

                                                   eterna è la sua misericordia”

 

 

                                                                                                (Sal 117)